IL CANE PASTORE DELLA VALCHIUSELLA

Il cane pastore della Valchiusella

Figura di apertura

Una ventina di anni fa, scrissi un articolo per una rivista di animali (Quattrozampe, aprile 1992), in cui raccontavo dell’esistenza di un cane da pastore della Valchiusella. I redattori della rivista vollero presentarla come una scoperta, mentre si trattava soprattutto di una provocazione.

Una provocazione nei confronti di chi delle razze di cani (e di altri animali domestici) ha un’idea prevalentemente commerciale. Chi compra un cane di razza avanza pretese simili a quelle di chi compra un’automobile. Pretende che l’esemplare acquistato presenti o sviluppi precise caratteristiche estetiche e comportamentali. Perciò, da quando nei paesi occidentali i cani sono diventati oggetto di esibizioni pubbliche e di transazioni commerciali, cioè dalla metà dell’800, gli allevatori si sono sforzati di creare modelli razziali sempre più uniformi e stabili.

Alcuni di questi modelli, come il dobermann, sono stati ottenuti incrociando diversi tipi razziali tradizionali, e continuando poi ad accoppiare i discendenti tra loro fino a ottenere un’elevata uniformità e stabilità di caratteri. Quel che di solito si ignora o si sottace è che anche i modelli di cui si vantano origini antiche o addirittura antichissime, come il cane del San Bernardo o il cane dei Faraoni, sono stati “migliorati” e standardizzati con procedimenti analoghi. Quando un appassionato capitava su una razza tradizionale non ancora commercializzata, ne estraeva gli esemplari più attraenti e li incrociava tra loro fino a raggiungere l’uniformità desiderata. Se i prodotti ottenuti difettavano di qualche caratteristica particolarmente apprezzata dagli specialisti o dal pubblico, il miglioramento proseguiva. Gli allevatori più scrupolosi tornavano a frugare tra i rappresentanti del tipo razziale tradizionale per scovare esemplari più dotati; i più fantasiosi si rivolgevano a tipi affini o in qualche modo compatibili. A un certo punto per esempio nei cani del San Bernardo, che non sembravano abbastanza imponenti per sopportare la fama di cui erano stati ammantati (un esemplare impagliato della fine dell’800 ed esposto fino a qualche decennio fa all’Ospizio del Gran San Bernardo non era più alto né più massiccio di un boxer attuale, e anche nella forma del cranio ricordava più un solido cane bovaro che un molosso), fu introdotto del “sangue” di cane di Terranova, che ne appesantì notevolmente sia l’aspetto fisico sia, c’è da supporre, le prestazioni atletiche e perlustrative in ambienti montani.

Col diffondersi delle razze canine commerciali si consolidò anche il mito della razza pura, che è uno dei più funesti che la cultura occidentale abbia prodotto. Una razza pura è esente da incroci: o almeno da incroci che non siano fondativi, come nel caso del dobermann, o migliorativi, come nel caso del San Bernardo. Quindi è un’ipocrisia in partenza. Dopo un po’ che si mantiene pura in ambienti dove la selezione naturale è debole (dove sopravvivono in molti) e la selezione artificiale forte (dove si riproducono in pochi, e solo se “campioni” o discendenti di campioni), inoltre, una razza comincia ad accumulare tare ereditarie, come la predisposizione a certe malattie. Quindi è un fallimento in arrivo. Beninteso un fallimento biologico, a totale carico dei cani e dei loro partner umani. Non certo un fallimento commerciale, visto che anche la gestione delle tare può essere redditizia e che l’avvicendamento dei modelli alla moda rilancia sistematicamente i consumi.

Gli abusi perpetrati in nome della purezza razziale hanno talmente screditato il concetto di razza da farne perdere di vista il valore domestico originario. Un valore che ora si sta cercando di recuperare per promuovere iniziative di conservazione ambientale e culturale.

Una razza è un gruppo riproduttivo di animali domestici, cioè di animali che condividono l’ambiente e lo stile di vita di un gruppo culturale umano, contribuendo a modificarli e restandone modificati. Anche molti animali selvatici, come le rondini e le mosche, si trovano in una situazione simile, però con un grado di partecipazione diverso. Loro non ci degnano di particolari attenzioni socioaffettive, e noi non li aiutiamo a nutrirsi, a difendersi, a riprodursi. Può darsi che le rondini e le mosche di Trausella siano diverse da quelle di Zwischenwasser (in ladino Longega, “tra le acque”, provincia di Bolzano), ma è improbabile che questo dipenda dalle preferenze dei loro conviventi umani. Sulle caratteristiche dei rispettivi animali domestici (cani, capre, vacche, api) invece tali preferenze hanno avuto un’influenza decisiva. Perciò fin dal medio evo le principali lingue europee adottarono il termine francese haras, che designava le concentrazioni locali di cavalli da riproduzione, per indicare qualsiasi variante o “varietà” di animali domestici.[1] Così nacque la parola ‘razza’, che solo più tardi, verso la metà del ‘700, fu estesa a indicare le varianti geografiche della specie umana, che c’entrano solo a spintoni.

Le razze di animali domestici si differenziano tra loro, oltre che in senso estetico (somatico), anche in senso reattivo (neurofisiologico). Un cane da ferma non sa inseguire a vista, uno da guardia alle greggi non sa condurle. Le presunte razze umane invece non hanno raggiunto gradi di specializzazione del genere. Le differenze estetiche tra le attuali varianti geografiche della nostra specie non sono più grandi di quelle interne a una stessa razza tradizionale di animali domestici: come le vacche valdostane o le galline “nostrane”, e come i cani da pastore di cui ci accingiamo a parlare. Quanto alle differenze reattive, come la suscettibilità emotiva e se si vuole intellettiva, la situazione è ancora più chiara. Le differenze tra un idiota e un genio con la pelle dello stesso colore sono infinitamente maggiori di quelle tra due idioti o due geni con la pelle di colore diverso.

Un accostamento molto illuminante invece è quello con i dialetti. Secondo Charles Darwin, il padre della biologia evoluzionistica e degli studi sulla domesticazione, la formazione delle razze tradizionali o «naturali» di animali domestici è simile a quella dei dialetti. Innanzi tutto perché non dipende dalla volontà di singole persone ma dal concorso di eventi storici, di pressioni ambientali e di scelte riproduttive (anche le parole si riproducono, cioè si perpetuano, si modificano, si diffondono nel tempo; altrimenti scompaiono) effettuate da «molti uomini con un ideale di perfezione pressoché comune», cioè da interi gruppi culturali umani per successive generazioni. E poi perché non richiede rigide forme di isolamento. Le razze naturali si formano anche se gli animali sono liberi di muoversi e di incrociarsi tra loro, cioè se non vivono reclusi. Il che vale anche per i dialetti. Non è stato necessario ingabbiare i brossesi o i ruegliesi per indurli a elaborare un dialetto tutto loro.

La libertà e la spontaneità con cui si formano le razze e i dialetti naturali conferiscono loro una rispondenza agli ambienti e agli stili di vita delle popolazioni umane incomparabilmente più profonda di quella delle razze e delle lingue «artificiali», cioè migliorate o progettate a tavolino. Ecco come, con le parole di un famoso veterinario dell’epoca, Darwin inneggiava ai superbi adattamenti delle razze naturali di pecore britanniche:

“In tutti i differenti distretti della Gran Bretagna si trovano varie razze di pecore mirabilmente adatte alla località in cui vivono. Nessuno conosce la loro origine; esse sono indigene del suolo, del clima, dei foraggi, e dei luoghi su cui pascolano; esse sembrano essere state formate per essi e da essi.”[2]

Ebbene, il cane da pastore della Valchiusella è una razza naturale del genere.

Figura 1

Figura 1

Il riferimento al dialetto chiarisce perché l’ho chiamato così: invece che, poniamo, cane delle Alpi Graie o delle Alpi Occidentali. O qualcuno dubita che il dialetto della Valchiusella sia abbastanza diverso dagli altri dialetti del Piemonte da meritare una designazione propria?

Il guaio è che di dialetti in Valchiusella non se ne parla uno solo ma mezza dozzina; e che i tipi estetici e forse anche reattivi di cani da pastore sono altrettanto numerosi. Ma allora come si fa a riunirli sotto un’unica etichetta? Semplice: come si fa con le tome. O qualcuno dubita che le decine e decine di varianti di toma della Valchiusella meritino di chiamarsi così e siano, per un palato allenato, immediatamente distinguibili da qualsiasi altra toma delle Alpi Graie o delle Alpi Occidentali? I palati più fini riescono addirittura ad attribuirle ai rispettivi produttori, e neppure i più grossolani si farebbero mai rifilare al posto una pur pregiatissima Tuma d’Lanz.

C’è chi ogni tanto propone di standardizzare le tome della Valchiusella per renderle più facilmente commerciabili. Può darsi che un giorno o l’altro le cose finiscano così, ma non è obbligatorio: ci sono prodotti che hanno conquistato il mercato proprio per essersi mantenuti variabili da un produttore all’altro, come i whisky scozzesi, le birre belghe, la maggior parte dei vini pregiati. E comunque non è una buona ragione per disconoscere o disprezzare la raffinata diversità delle tome attuali.  Lo stesso vale per i cani.

Il tratto estetico che sia pure irregolarmente accomuna i cani da pastore della Valchiusella è una particolare macchiettatura del mantello, che in dialetto si chiama gaiulàa [3].

A volte la macchiettatura è molto fitta e si estende a tutto il corpo, con piccole zone a pelo nero disseminate su un fondo grigio-ardesia. Altre volte la distribuzione delle macchie è più grossolana, e comprende vistose marcature o pezzature bianche. Nei soggetti in cui il nero e il grigio predominano sul bianco, compaiono spesso focature fulve agli arti e sul capo.

Figura 2

Figura 2

Figura 3

Figura 3

In casi ormai piuttosto rari, il colore nero è sostituito da un bel marrone scuro, e il grigio-ardesia da un delicato nocciola. Molti anni fa Elvo d’ Pianure aveva un bellissimo esemplare di questo tipo, che compare in fotografia nel mio articolo del ’92.

Accanto agli esemplari più o meno intensamente gaiulèe (plurale di gaiulàa) ne esistono di colore uniforme (per esempio nero o nero focato) o bicolori (bianco e nero), in cui il grigio-ardesia si riduce a minuscole macchioline o addirittura a pochi peli. In altri la presenza di pezzature o sfumature color albicocca sembra spiazzare del tutto il colore nero, schiarire il ulteriormente il grigio o il nocciola, e imbiondire il bianco attenuandone l’effetto decolorante sulle mucose (le labbra, le palpebre) e sulle unghie. I due esemplari dell’immagine che segue (Figura 4) sono di questo tipo.

Figura 4

Figura 4

Anche se non si direbbe, la femmina di sinistra, con le orecchie semierette, è la madre della cagna con i cuccioli della prima fotografia; e il maschio con un’orecchia arancio è stretto parente suo e di tutti i soggetti presentati sopra. Tutti discendono da un’unica linea riproduttiva portata avanti negli anni ’80-90 da un gruppo di allevatori di Traversella che ruotava intorno alla figura di Gianni d’Runcule, e di cui facevano parte i tuttora attivissimi Minichin d’i Marin e Mariuccia Rodigari.

Il mantenimento di linee riproduttive continue entro cerchie ristrette di amici, parenti o vicini di casa è ancora oggi la pratica più diffusa. Essa sembra diretta a garantire la perpetuazione di particolari stili di lavoro, più che di tratti somatici distintivi. Gli incroci tra linee diverse avvengono soprattutto per scambio di cuccioli, meno frequentemente per trasferimento di femmine in calore o per vagabondaggio di maschi. E siccome solo una parte dei cuccioli scambiati riesce ad affermarsi anche sul piano riproduttivo, difficilmente le linee che li accolgono ne risultano stravolte. Le buone linee tendono a durare come la fama dei loro fondatori. Celestin di Prà d’Ciusella snocciolava senza esitazione genealogie di cani che vantavano capostipiti appartenuti a celebri margari o pastori degli anni ’20-30.

La linea riproduttiva che ho presentato sopra, oltre a essere quella con cui ho più familiarità (tutti gli esemplari ritratti, tolto quello di copertina, che apparteneva a Gianni d’Runcule, sono stati o sono miei o collocati da me), si presta bene a illustrare la variabilità estetica di questo tipo di cani. Le differenze di portamento delle orecchie e di lunghezza del pelo sono evidenti. La coda, che qui non si vede, in alcuni è mutta, cioè decisamente corta (3-10 cm), in altri mediamente lunga (40-50 cm). L’altezza dei maschi, che nel dopoguerra ha subito un notevole aumento, oscilla tra i 55 e i 65 centimetri al garrese, quella delle femmine tra i 50 e i 60.  Tutte queste caratteristiche si trasmettono dai genitori ai figli in maniera piuttosto semplice, cioè prevedibile, e il fatto che una variante non prevalga sulle altre neppure in una stessa linea riproduttiva significa che gli allevatori non se ne interessano granché. I colori e le macchiettature del mantello e degli occhi (anche l’iride, oltre che bruna o azzurra, in uno o in entrambi gli occhi, può essere screziata di un colore e dell’altro), invece, obbediscono a meccanismi ereditari più complessi.

Gli studiosi di genetica ritengono che a determinare le macchie sia una sorta di gene-candeggina, o gene M, che scolora il pigmento o colore di base, di solito il nero o il marrone; che ha effetti più incerti sul rosso albicocca, e nessun effetto sulle focature alle zampe e sul muso. A determinare la distribuzione e la grandezza delle macchie provvederebbe un’altra serie di geni indicati con la lettera ‘s’, su cui qui non è il caso di soffermarsi[4].

‘M’ sta per merle, che significa macchiettato come il piumaggio dei merli giovani: cioè gaiulàa. Il colore grigio-ardesia che risulta dalla scolorazione del pigmento nero viene chiamato tecnicamente ‘blu’ (in inglese blue), mentre al nocciola prodotto dalla scolorazione del marrone si dà il nome ‘sabbia’ (sable). I mantelli macchiettati di nero e blu (grigio), che sono i più frequenti, vengono chiamati blue-merle; quelli macchiettati o sfumati di nocciola sable-merle; quelli in cui compaiono gradazioni di rosso (red), red-merle.

Queste eleganze terminologiche nascondono un problema piuttosto serio. I geni viaggiano a coppie durante lo sviluppo corporeo, separandosi solo nelle uova e negli spermi. Se il gene-candeggina M viaggia con un collega ‘m’ che favorisce i colori uniformi, formando coppie Mm, la scolorazione è limitata e di solito innocua. Se M manca ovviamente si formano solo coppie mm, che danno colorazioni uniformi. Se invece si appaiano due M (coppie MM) la scolorazione diventa forte e rischiosa. E’ probabile che molti embrioni MM non si sviluppino neppure e vengano riassorbiti nell’utero. Quelli che riescono a svilupparsi invece producono esemplari con molte parti bianche, cioè senza pigmento. E poiché la mancata formazione di pigmento nella pelle e nel pelo è spesso accompagnata dallo sviluppo difettoso delle strutture nervose sottostanti, i cani con molto bianco sul capo possono essere sordi o avere uno o entrambi gli occhi mal sviluppati. Il cucciolo della fotografia qui sotto, nato da una cagna di Elvo d’Pianure, non reagiva neppure al rumore di due grossi coperchi di pentola fatti sbattere uno contro l’altro alle sue spalle.

Figura 5

Figura 5

A complicare ulteriormente le cose è stato di recente avanzato il sospetto che il gene M, e in particolare la coppia MM, non produca gli stessi effetti negativi in tutti i gruppi razziali[5]. Può darsi che altri gruppi di geni riescano a tamponare o a spiazzare le coppie MM. Nei cani della Valchiusella i geni del rosso-albicocca sembrano avere questo potere. Aldo Gallo, di Inverso, ha portato avanti per decenni una linea di cani bianco-aranciati con vista e udito integri. Un altro particolare interessante è la frequenza piuttosto elevata con cui nei ceppi valchiusellesi nascono cuccioli con molto bianco sul capo ma con eleganti macchie o sfumature di colore intorno agli occhi (mascherina) e sulle orecchie.

Figura 6

Figura 6

Figura 7

Figura 7

Se la mascherina è doppia o completa l’udito e la vista si sviluppano normalmente, come nel cucciolo della Figura 6 (la madre del cucciolo, avendo quel rosso-albicocca che spiazza il nero e riduce gli effetti negativi del bianco, non ha bisogno di mascherine). Se invece è incompleta, come nel cucciolo della Figura 7, l’occhio o l’orecchio non mascherato può svilupparsi in maniera imperfetta.

Ma perché, se il gene M è così rischioso, la selezione naturale o la sapienza dei pastori non ha provveduto a eliminarlo?

Questo è l’aspetto più interessante della faccenda.

Per quanto rischiosa sia, la macchiettatura o scolorazione merle compare in tutte, dico in tutte, le razze tradizionali di cani conduttori di bestiame. O meglio compariva, perché nelle più commercializzate, come il pastore tedesco e i pastori belgi, gli allevatori sono riusciti a eliminarla quasi completamente; mentre in altre, come il pastore bergamasco e il border collie, ci stanno riuscendo. In compenso essa è diventata la bandiera, cioè la caratteristica distintiva, di un nutrito gruppo di razze di cani conduttori di formazione più recente, come i cani da pastore australiani e i Catahoula leopard dog statunitensi (leopard sta per gaiulàa).

Le fotografie che seguono ritraggono un cucciolo di pastore bergamasco blue-merle (Fig. 8) e uno di pastore australiano merle focato o tri-merle, cioè a tre colori (Fig. 9). In calce all’articolo il lettore può trovare un piccolo campionario di esemplari merle appartenenti a varie razze di cani conduttori; le fotografie sono tratte dall’enciclopedia libera Wikipedia.[i]

Figura 8

Figura 8

Figura 9

Figura 9

Che il gene M abbia qualcosa a che vedere con l’acume pastorizio?, mi chiedevo nell’articolo di vent’anni fa.

Il fatto che questo gene manchi nelle razze adibite esclusivamente alla custodia del bestiame (razze che si fanno condurre dal gregge, invece di condurlo), come il pastore maremmano, il kuvasz, il ciarplanina, depone a favore di questa interpretazione. L’acume punge, se non a proposito a sproposito, perennemente assediato dalla noia. I cani da custodia non devono averne troppo. Non devono occuparsi di ciò che fanno le pecore né di ciò che hanno in mente i pastori. Devono confondersi col gregge e reagire all’arrivo di qualsiasi animale o persona estranea. Quindi è meglio che non siano particolarmente acuti, curiosi, intraprendenti. Un cane conduttore invece deve avere contemporaneamente gli occhi sugli spostamenti e i cambiamenti di forma del gregge (i movimenti ai suoi margini), e sulla posizione e la gestualità del pastore. Un buon cucciolo di questo tipo deve mostrare la tendenza a intervenire su ogni movimento o spostamento fuori dalla norma, per poi imparare a trattenersi, a desistere, a scattare solo su indicazione del pastore. Perciò il gene merle, se è vero che potenzia l’impulso a intervenire, si è fissato e diffuso in tutte le razze di cani conduttori.

E’ anche vero tuttavia che gli interventi insistenti e all’occorrenza decisi, in particolare con morsi ai garretti, se possono essere utili con le vacche, di solito non lo sono con le pecore e meno che mai con le capre. C’è da pensare quindi che la sapienza dei pastori abbia cercato di graduare la potenza del gene merle. Si sa per esempio che nei paesi anglosassoni si sono formate razze specializzate nel governo “pesante” dei grandi bovini (cani heeler o “da garretto”, come il pur piccolo Corgi, e i suddetti Catahoula e Australian Cattle Dog), che ostentano vistose macchiettature merle; e razze specializzate nella conduzione “leggera” degli ovini (come il Border e altri tipi di collie), che presentano colorazioni più uniformi o sfumate.

In Valchiusella però gli allevamenti di vacche e quelli di pecore o di capre non sono mai stati nettamente separati. Pur avendo a lungo prevalso i primi, non sono mai mancati i secondi e gli allevamenti misti, spesso anche all’interno di singoli gruppi famigliari. Il che significa che tutti gli allevatori hanno continuato per generazioni a utilizzare lo stesso tipo di cani. Probabilmente è questo che ha mantenuto elevata la variabilità, non solo tra le diverse linee riproduttive, ma anche all’interno di ciascuna. Ciò non toglie che tra chi alleva soprattutto vacche si noti una prevalenza di cani ben gaiulèe, mentre chi alleva solo pecore o capre sembra preferire mantelli più uniformi o sfumati. Le macchie vivacizzano, le sfumature smorzano, a quanto pare non solo in senso estetico.

Ho saputo che negli ultimi anni anche altre zone delle Alpi, e in particolare del Piemonte, hanno rivendicato la specificità dei loro cani da pastore – guarda caso gaiulèe! –[6], e non posso che compiacermene. Per quel che ne so, chi in Valchiusella ha voluto tentare la sorte con cani di origine più prestigiosa ha avuto risultati, se non deludenti, faticosi. Chi d’altra parte, in qualsiasi regione del mondo, ha voluto provarci con altri tipi di animali domestici ha fatto danni ambientali e culturali giganteschi: si pensi all’introduzione di bovini europei, per giunta migliorati, in ambienti tropicali! Le razze naturali o tradizionali sono scrigni di sapienza domestica collettiva, che contengono tanta uniformità quanta ne basta per non fare salti nel buio, e tanta diversità quanta ne occorre per promuovere nuovi adattamenti.

Traversella, 25 agosto 2010

Pier Vittorio Molinario


[1] Questa ipotesi, oggi condivisa dalla maggior parte degli studiosi, è del filologo e critico letterario ossolano Gianfranco Contini. Si veda ad esempio l’articolo di Cesare Segre Contini e l’origine «equina» del razzismo, Corriere della Sera, 24 Luglio 2007

[2] Charles Darwin, The variation of animals and plants under domestication, London: John Murray. 2d ed. 1875. Vol. I p. 100, disponibile su https://darwin-online.org.uk/contents.html#origin. Nella stessa opera si possono trovare i riferimenti alle razze naturali e artificiali; e in altri scritti facilmente rintracciabili con il motore di ricerca del sito indicato, i riferimenti ai dialetti.

[3] Dall’italiano gaietto e/o dal provenzale caiet, che significano ‘screziato’, ‘macchiettato’.

[4] Per approfondire l’argomento si veda per esempio Roberto Leotta, 2005, Elementi di genetica del cane, disponibile su https://eprints.adm.unipi.it/113/

[5] Per maggiori dettagli si veda Gorge M. Strain, 2007, Deafness in Dogs and Cats, disponibile su https://www.lsu.edu/deafness.deaf.htm

[6] Si veda ad esempio canedioropa.jimdo.com/


[i] Mantelli merle in vari tipi razziali di cani conduttori di bestiame.


Fotografie tratte da https://en.wikipedia.org/w/index.php?title=Merle_(coat_colour_in_dogs)&oldid=380111701

Corgi blue merle

Corgi blue merle 

Border collie blue merle

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Catahoula red merle

Catahoula red merle

Catahoula blue merle

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