Conoscere la Valchiusella tra presente e passato

Copia di PICT0004L’IMPORTANZA DEL CASTAGNO

Nella nostra valle, come in quasi tutto il Canavese, il castagno ha rivestito per secoli una fondamentale importanza per quanto riguarda il nutrimento e l’economia familiare. La sua rilevanza è messa in evidenza dalla denominazione che le fu attribuita, ovvero quella di “Arbol” , ossia albero, poiché il castagno era “l’albero” per antonomasia.

L’arbol, usato per costruzioni e per ricavare legna da ardere, aveva però nel suo frutto il maggiore punto di forza.

LA CASTAGNA: La castagna rappresentò, assieme al latte e ai suoi derivati, la sostanza fondamentale che compariva sulla tavola dei valchiusellesi fino alla fine del XVIII secolo, quando anche in valle si diffuse, pur se con fatica all’inizio, la coltura della patata. Occorre dire tuttavia che anche dopo l’avvento della patata (pare che il terreno migliore per la sua coltivazione in valle sia tuttora quello della zona di Succinto), la castagna continuò ad essere la regina della tavola fino al secondo dopoguerra.

Ancora agli inizi del ‘900, i terreni catalogati come ‘castagneto da frutto’, avevano un reddito piuttosto elevato. Molto diffusa in tutta la valle erano alcuni metodi di innesto di piante domestiche su quelle selvatiche, per creare castagni migliori e più redditizi. Tra i tanti procedimenti di innesto, v’era quello “ad astuccio”: l’astuccio che conteneva una o più gemme, veniva ricavato dalla corteccia. Tutto ciò era attuabile solamente in primavera.

Esistono tutt’oggi in valle diversi tipi di castagne, le cui denominazioni variano a seconda dei paesi. Le castagne rosse sono ottime per preparare le caldarroste, mentre altri tipi venivano destinati o alla vendita sui mercati o all’alimentazione degli animali (per quest’ultimi si sceglievano le castagne più piccole).

PICT0009Dopo la raccolta, la castagna veniva sottoposta ad una vera e propria cernita. Non si sprecava nulla, anzi i ricci non dischiusi venivano raccolti col rastrello per non perdere nessun frutto e poi aperti col “pic” = picco, ossia un attrezzo di legno a forma di martello. Prima di ciò si procedeva in ogni caso all’abbacchiatura, ovvero si scuoteva la pianta con una pertica per far cadere tutti i ricci.

Le castagne, potevano essere cucinate arrostite = “mondelle”, bollite con la buccia = “papuve”, o bollite previa sbucciatura = “plèe”. Le Plèe venivano di solito  fatte cuocere nel latte.

La maggior parte del raccolto, finiva o sulle lobbie ad essiccare, o meglio ancora su un reticolato orizzontale posto in un locale alto denominato “Ca da gràa” o “Ca da fum” (casa della grata o casa del fumo). Il reticolato era in posizione sollevata rispetto al terreno, poiché sotto si accendeva un fuoco soffocato che producesse più che altro fumo, col quale essiccare le castagne; queste si consumavano durante l’inverno ed erano denominate “succe” = asciutte.

Copia di PICT0003Altro procedimento importante era quello di “valar” le castagne, ovvero di pulirle. Per la sbucciatura si infilavano i frutti in un robusto sacco di tela di canapa aperto ad ogni capo. Tenendo chiuso il sacco con le mani, lo si batteva su un tronco reciso, sul quale veniva adagiata una pelle di animale rovesciata per consentire che le castagne si sbucciassero rimanendo intere. A questo punto entrava in scena il “val” = vaglio, che era un recipiente di vimini con due manici che si scuoteva energicamente, ultimando così il lavoro.

Ai nostri tempi rimane solo una sparuta parte dei grandiosi castagneti che fecero diventare celeberrima la Valchiusella tra le sue consorelle prealpine. Occorre però evidenziare che alla fine del XIX secolo in valle, una inaspettata pandemia colpì gli alberi di castagno, diminuendone drasticamente la produzione che non fu più in grado di soddisfare il fabbisogno della popolazione contadina.

Uno dei più rievocati castagneti è quello che si estendeva  tra Vico e Drusacco in regione Cassè, citato in alcuni atti del XV secolo. Pare anzi che il toponimo Cassè derivi dalla voce gallica Cassera – Cassarus che significa castagno o quercia.

Vivono nella memoria più recente due enormi e secolari castagni, uno dei quali troneggiava in località “Quaràa” a monte dell’abitato di Novareglia e l’altro in località “Iere” su un poggio che domina l’abitato di Issiglio. Di quest’ultima pianta parla Antonio Bertolino nel suo interessantissimo libro “Il cammino del progresso” edito da Baima e Ronchetti (2009) che è un magnifico spaccato sulla vita d’un tempo a Issiglio e nella bassa valle. Lo stesso autore ha scritto una gradevolissima poesia su questa pianta.

PICT0014Nella valle la castagna era chiamata anche “pan dël bosch” (pane dal legno). Anche questa denominazione ne sottolinea l’importanza.

Per terminare, riporto alcune colorite voci in uso nel vernacolo di Brosso, dove per denominare il castagno oltre ad arbol si usava il termine “Brochè”:

petit enfant” = castagna

camisa riffuua” = pellicola che riveste il frutto (letteralmente camicia arricciata)

cotin tirant” = riccio (letteralmente gonna aderente)

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