Conoscere la Valchiusella tra presente e passato

 

LA STELE MEGALITICA DI

 LUGNACCO  

      La storia e la preistoria raccontata dal primo “Menhir” scoperto in Canavese.

                                                        Di Enrico Gallo e Michele Gedda

  
Articolo pubblicato sul Bollettino ASAC N°4 del 2004″.

 

INTRODUZIONE

      In ogni angolo della Valchiusella è possibile, anche senza essere degli esperti geologi, riconoscere le tracce di un lontano passato in cui le forze della natura dominavano e modellavano tutto il territorio della Valle: il ghiaccio prima e l’acqua dopo costruirono serre moreniche, crearono laghetti postglaciali, scavarono profondamente il letto dei fiumi e trasformarono il paesaggio come lo vediamo oggi (1).

      La “storia” geologica più recente della Valle dunque comincia dalla fine dell’ultima glaciazione il cui processo di ritiro dei ghiacciai si concluse all’incirca diecimila anni fa. La vegetazione prese possesso del territorio, alla quale fece seguito la fauna e naturalmente anche l’uomo (2).

      Anche se per buona parte del suo sviluppo la Valchiusella rimane a quote relativamente basse rispetto ad altre valli alpine, la sensazione di un ambiente montano è sempre dominante, forse proprio a causa degli sconvolgimenti glaciali: qua e là emergono massi erratici e detriti, trasportati dalle cime più alte e depositati sui declivi. Le pietre ( e i minerali) della Valchiusella indubbiamente attirarono l’attenzione degli uomini fin dall’inizio e costituirono poi una fonte di ricchezza da rispettare e da preservare.

      Nella tradizione dei valligiani un posto particolare spetta alle pietre e l’elevata conoscenza del materiale si concretizzò soprattutto nella realizzazione di abitazioni, ponti ed edifici religiosi. Alcune costruzioni “a secco” e con l’uso dominante della pietra costituiscono per gli storici  i più importanti beni artistici della valle (l’antico campanile della chiesa di S.Maria di Lugnacco è l’esempio più noto) (3), ma non sono da sottovalutare l’architettura dei ponti ad arco come quelli di Fondo (4) o gli architravi in pietra di alcune baite della alta Valchiusella che, in linea con la cultura tradizionale delle altre valli piemontesi (5), rappresentano il retaggio di una cultura molto più remota, che può risalire fino alla Preistoria .

      Allo stesso modo la Valchiusella è nota per la cospicua quantità di incisioni rupestri tra cui spiccano la famosa “Pera dij Crus” ed il “Sentier dle Anime” (6) alle quali seguono forse centinaia di massi costellati di croci o coppelle (7) (8).

      Il fenomeno delle incisioni rupestri è presente in molte località dell’arco alpino occidentale ed è largamente diffuso in tutto l’Anfiteatro morenico d’Ivrea (9). La rilevazione di coppelle con la stessa tipologia anche in Valchiusella permette di valorizzare il legame antropologico e sociale tra questi territori (vedi appendice). I massi con coppelle in Canavese sono un po’ dappertutto, alcuni veramente “spettacolari” come la Pera Cunca (Caravino) già nota da parecchio tempo (10), ma, mentre a quote basse si osservano praticamente solo massi coppellati (11), nelle medie ed alte quote (in alta Valchiusella e nei territori alpini di Quincinetto e Scalaro) le incisioni rupestri si fanno più articolate: statisticamente a queste altitudini le forme incominciano a variare e, alle ormai “monotone” coppelle, si affiancano i cruciformi e le figure antropomorfe. Il motivo è probabilmente da ricercare nella minore frequentazione umana (Antropizzazione) dell’ambiente alpino, dove i segni del passato sono stati dimenticati o abbandonati precocemente, mentre in pianura la continuità della presenza umana ha comportato un effetto “cleaning” sul territorio, cancellando con maggior intensità le tracce delle popolazioni precedenti (12).

      Dunque, in Valchiusella sono ancora visibili le tracce di un antico legame tra l’uomo e le “sue” pietre, una, potremmo scherzosamente dire, “attrazione fatale” che si scatenò sicuramente quando fu notato il monolito (o monolite) dalla forma affusolata, già in parte modellato e trasportato dal ghiacciaio, pronto ad essere scolpito dalla storia, spesso cruenta, degli uomini che hanno abitato la Valle e che ora guardiamo più pacificamente chiamandolo il “Menhir” di Lugnacco (illustrazione1).

IL RITROVAMENTO ED IL RECUPERO

      All’inizio degli anni settanta, un rinnovato interesse per l’archeologia preistorica portò alcuni studiosi locali ad intraprendere ricerche atte a migliorare la conoscenza, a quel tempo molto lacunosa, sulla presenza nella regione alpina nordoccidentale di tracce di popolazioni umane preistoriche e protostoriche.

      I risultati non si fecero attendere e ben presto fu chiaro il fatto che la regione alpina è abitata con continuità ed in modo stabile da almeno 8-9000 anni ( più o meno dall’inizio del Neolitico) (13).  Statisticamente, dunque, le tracce di una ininterrotta ed elevata antropizzazione dovrebbero essere abbondanti ma, parimenti, esse si potrebbero trovare sottoposte ad altre più recenti, e per più volte nel contesto temporale. Lo studio delle incisioni rupestri ha permesso in alcuni casi di ricostruire cronologicamente la “storia” di un masso analizzando la sovrapposizione e la tipologia dei segni incisi (14),

       Il destino di essere riutilizzato (anche se per altri scopi) sembra essere effettivamente accaduto al “Menhir” di Lugnacco che, quando fu segnalato nel 1975 al Gruppo Archeologico Canavesano (GAC), fungeva da soglia di ingresso al piccolo cimitero antistante la Pieve romanica di S. Maria (La segnalazione fu possibile grazie alla testimonianza di R. Petitti che riconobbe il monolito quando era ancora in loco). Durante i lavori di risistemazione dell’area tra il camposanto e la chiesa la pietra venne isolata e nello stesso tempo fu possibile studiarla preliminarmente. Il Gruppo (all’interno del quale desideriamo ricordare l’entusiasmo di Giuseppe Vachino) riconobbe la pietra come un “Menhir” (parleremo più tardi su questo vocabolo) e venne data molta importanza (e anche scetticismo) al ritrovamento poiché, allora, si trattava del primo caso del genere in Piemonte. Le ricerche portarono il GAC, ad attribuire cronologicamente il Menhir all’Età del Bronzo (15).

      Nel frattempo il monolito, “sfrattato” per supposto paganesimo dall’area di culto, venne sistemato provvisoriamente a lato della nuova edificazione cimiteriale e adagiato sul manto erboso, in attesa di una sistemazione più adatta.

      Il “Menhir” di Lugnacco si presenta come una colonna irregolare, con una sezione quadrangolare/triangolare nella sua parte più larga e spessa (se consideriamo la pietra come una colonna tronco-conica, alla base la circonferenza è di circa 120 cm.) dove uno spigolo è spezzato di netto e mancante verso il bordo. Proseguendo verso l’altra parte distale (in prossimità del vertice la circonferenza è di circa 110 cm. circa) la sezione si ammorbidisce e diventa via via più arrotondata (ill. 2). Anche la parte superiore presenta fratture e porzioni mancanti, soprattutto nella parte terminale.  La pietra è lunga 384 cm, il minerale che la compone è uno gneiss micaceo granatifero contenente feldspati, mica, quarzo ed inclusioni di manganese e ferro ed il peso attuale calcolato è di 1430 Kg. circa (ill. 3).

      Negli anni successivi, dopo numerose pubblicazioni pro e contro l’autenticità del reperto e periodi di apparente oblio, il Menhir (per essere più precisi dovremmo chiamarlo “stele megalitica”) ritornò alla ribalta alla fine degli anni ’80, quando fu individuato a Chivasso (adibito a panchina in Piazza d’Armi) (16) un secondo monolito molto simile a quello di Lugnacco (ill. 4). Quasi contemporaneamente ne fu scoperto un terzo a Mazzè, lungo il bacino di riempimento della diga sulla Dora Baltea, durante dei lavori di manutenzione.

      L’Associazione culturale “F. Mondino” di Mazzè riunì le forze per salvare il masso dall’immersione delle acque dello sbarramento della Dora ed in pochi anni riuscì a trovare i fondi per la costruzione di una edicola posta a protezione della pietra (nel frattempo identificata in una “stele funeraria” dell’Età del Ferro) sistemata nel paese. Nel 1992 con la collaborazione della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, la Stele di Mazzè venne di nuovo eretta e protetta in una edicola illuminata (ill. 5) (17).Infine, proprio recentemente, anche la Stele di Chivasso è stata ricollocata in posizione verticale, anch’essa in una edicola di protezione.

LA SISTEMAZIONE DEFINITIVA

 

       L’idea di dare una configurazione naturalistico-ambientale, per quanto possibile originaria, fu alla base della progettazione della sistemazione definitiva della Stele, proprio perché, a differenza delle altre due, il luogo del ritrovamento (e probabilmente di origine) è rimasto quasi immutato nei secoli e sufficientemente lontano dal processo di urbanizzazione che, come ben sappiamo, ha trasformato radicalmente l’ambiente delle pianure canavesane (ill. 6).

      Nel 1990 giunge al Comune di Lugnacco la richiesta da parte della Soprintendenza Archeologica di Torino di una sistemazione più sicura e adeguata alla pietra. Nei tempi amministrativi, il Comune provvide a stanziare una parte dei fondi necessari ai lavori affidando all’architetto Michele Gedda il compito di stilare un progetto di sistemazione definitiva (era prevista anche una copertura in policarbonato, ancora non realizzata) (ill.7).

 Il sito individuato dalla Amministrazione comunale di Lugnacco, tra l’area cimiteriale e la strada provinciale della Valchiusella, è ottimamente accessibile e di immediata individuazione, ed è collocato in prossimità del luogo di riconoscimento della Stele megalitica.

Nel corso della ricognizione del 24 marzo 1994, da parte della Dott.ssa Mercando, della Soprintendenza Archeologica per il Piemonte, venne espresso parere favorevole ed i lavori iniziarono subito dopo.

      L’intera area, destinata esclusivamente al monolito (circa 50 metri quadrati), è coperta da tappeto erboso e delimitata da una siepe di arbusti sempreverdi.

      La Stele megalitica è sorretta da un basamento con colletto in calcestruzzo armato, opportunamente dimensionato al fine di garantirne la sua verticalità e stabilità; il Monolito è collocato in sito a secco, con un sistema reversibile per assicurare in ogni momento la possibilità di asportazione del medesimo, con l’utilizzo di ghiaia fine e conci lapidei (ill.8).

      Durante i lavori preliminari, in base al metodo delle sezioni ragguagliate, fu possibile determinare il peso della pietra, sia quello attuale, sia quello originario, basato integrando il profilo della Stele completa nel calcolo. E’ da qui facile risalire al calcolo del peso delle parti mancanti ( almeno 250 kg circa senza considerare che il manufatto di pietra poteva essere in origine più lungo ) che porterebbe all’ipotesi di forti maltrattamenti o dell’abbattimento violento della Stele e numerosi rimaneggiamenti successivi.

      Dopo chissà quanti secoli in giacitura orizzontale, in quello stessa primavera il Menhir ritornò nella posizione originaria per la quale fu ideato e lavorato.

LA STELE MEGALITICA DI LUGNACCO

      Solo gli ultimi secoli rappresentano l’unica storia certa della stele, cioè da quando fu edificata la Pieve romanica cristiana ed il cimitero annesso.

      Quasi sicuramente fu abbattuta in maniera cruenta (la forza dei colpi subiti e le fratture alla base e al vertice, oltre alla cospicua quantità di parti asportate, lo testimonierebbero ). Successivamente subì condanne ad una distruzione ancor più definitiva (le incisioni a cuneo indicano almeno due diversi tentativi per spezzarla) ed infine fu riutilizzata “nascondendola” alla vista. Una storia poco felice, anzi si può dire molto sofferta, almeno nei secoli più recenti, e che avrebbe potuto portare alla perdita completa della stele. Parallelamente pure le altre due stele (di Chivasso e Mazzè) ebbero un duro destino, anche se fortunatamente appaiono decisamente meno danneggiate in superficie e più in generale meno rovinate. A Chivasso la Stele fu certamente riutilizzata come berlina per condannati (anche per la Stele di Lugnacco dalla tradizione locale proviene lo stesso ricordo) e a Mazzè fu addirittura trascinata e fatta rotolare fino alla Dora.

      Tutto questo accanimento non può essere casuale e dunque, a questo punto, ricapitolando, iniziamo a domandarci cos’è un “Menhir”.

      Cercando di non perderci su questo vasto argomento, iniziamo a dire che il termine Menhir è la riedizione ottocentesca di due parole bretoni che gli abitanti usavano per indicare alcune pietre infisse nel terreno, in genere grezze o appena sbozzate, molto numerose in quella regione. Normalmente venivano disposte in modo da formare degli allineamenti oppure dei circoli, ma si trovano anche isolate. In Francia, l’apogeo dei Menhirs venne raggiunto nel Neolitico (4000-3000 a.C.), con l’erezione di megaliti dalle dimensioni più svariate (A Dol, sempre in Bretagna, un Menhir tra i più accurati e conservati è alto circa 10 metri e largo più di due, ed è ancora eretto ed inserito nel suo contesto ambientale) (ill.9).

      Il Megalitismo del Neolitico fu un fenomeno che coinvolse tutta l’Europa Occidentale (18) e perdurò per molti secoli, anche quando le forme architettoniche iniziavano ad alleggerirsi della pietra e quelle artistiche si evolvevano e differenziavano. L’ingegneria e la lavorazione della pietra in questo periodo raggiunsero un’elevata precisione nell’intaglio e nel posizionamento ( è sufficiente pensare agli enormi Triliti – due monoliti sormontati da un terzo orizzontale- di Stonehenge). La perfetta conoscenza del materiale litico si applicò anche nella creazione di strumenti affilatissimi (ad esempio le famose asce in pietra verde piemontesi) che a loro volta permisero di realizzare nella vita quotidiana e sociale un notevole balzo in avanti.

      In breve tempo assistiamo all’evoluzione delle forme: alle pietre erette non lavorate o appena sbozzate si affiancano le “stele” (come a Sion, in Svizzera), che richiedevano una lavorazione più lunga ed accurata e le “statue-stele”, caratterizzate dall’aspetto antropomorfo e dalle dimensioni più proporzionate. Venivano riprodotti uomini e donne accompagnati di solito da pochi oggetti (pugnali, asce, ma anche collane e cinture) appartenenti a personaggi importanti (prìncipi, guerrieri, sacerdoti, ecc.) o più probabilmente alle divinità adorate da quei popoli remoti. Le statue-stele più famose sono forse quelle trovate in Lunigiana, ma in tutta Europa il territorio ci ha restituito queste opere che rappresentano forse il vero simbolo della civiltà neolitica.

      Anche in Canavese nel 1997 sono state recuperate (precisamente a Tina di Vestignè) due statue-stele databili all’Eneolitico (19) (20) e rappresentano il primo ritrovamento del genere in Piemonte. Esse appaiono, sotto alcuni aspetti, simili a quelle ritrovate ad Aosta e datate al periodo successivo, il Calcolitico o Età del Rame. Gli scavi archeologici della Soprintendenza a St. Martin de Corleans (21) hanno messo in evidenza nel sito tracce di arature rituali e le statue-stele erano con ogni probabilità legate a questi riti finalizzati alla fecondità dei raccolti (sia Tina che Aosta si trovano in fertili zone fluvio-alluvionali della Dora Baltea) e quindi al Sole e alla Luna (le strutture megalitiche di Aosta  sono orientate astronomicamente) (22), cioè in altre parole le statue-stele potrebbero essere collegate al culto della fertilità della Madre-Terra, artefice della benevolenza della natura sull’uomo (23).

       Molti studiosi si sono impegnati a cercare le tracce di questa religione “primordiale” (tra le prime manifestazioni artistiche riconosciute annoveriamo le cosiddette “Veneri” paleolitiche), ma non tutti condividono l’interpretazione secondo cui essa era incentrata su una divinità femminile responsabile della fertilità della terra, della sua “unione” con il cielo e naturalmente dell’unione tra uomini e donne. Il culto della fertilità femminile, probabilmente diffuso fin dal Paleolitico Superiore, si trasformò nell’età neolitica nel culto della Madre-Terra, sicuramente molto efficace per la prima “civiltà contadina”, che ricavava dal terreno il proprio sostentamento.

       Lo stesso fenomeno di culto proseguì  nelle epoche successive e per tutta l’Età del Bronzo, se pure in tono decisamente minore. Nell’ultima età preistorica, l’Età del Ferro (e dei Celti), le stele monolitiche assunsero invece una funzione connessa con il culto dei defunti e solitamente venivano erette su un tumulo sepolcrale. E’ questa l’ipotesi più accreditata (24), se pure con le dovute riserve, avanzata nei casi di Mazzè e Chivasso e quindi per comparazione anche nel caso della Stele di Lugnacco. Le popolazioni stanziate in Germania, all’inizio dell’Età del Ferro, erigevano monoliti sulla sommità dei tumuli sepolcrali forse con il fine di sottolineare l’importanza delle famiglie alle quali le tombe appartenevano. Alcuni tumuli, particolarmente in Europa orientale, hanno restituito ricchi corredi funerari appartenenti a persone con notevole gusto estetico e per niente “barbare”.(25)

IPOTESI E CONCLUSIONI

      L’interpretazione di una funzione funeraria (databile dunque all’Età del Ferro) è, in particolare nel caso della Stele megalitica di Lugnacco, ragionevolmente possibile se si considera che la zona del ritrovamento è tuttora un’area destinata ai defunti ed il lungo utilizzo (sicuramente millenario) può aver obliterato l’eventuale tumulo originario. Risalendo di qualche chilometro la Valchiusella, nei pressi di Drusacco, una collinetta rotonda e regolare, probabilmente artificiale, può ricordare i “Tumuli” tedeschi appartenenti alle famiglie celtiche della prima Età del Ferro e a Perosa Canavese, le vaghe testimonianze raccolte nel XIX°secolo rivelano l’esistenza di una tomba dell’Età del Ferro e di un tumulo, successivamente demolito (26).

      A complicare ulteriormente le cose abbiamo però l’assenza di materiale archeologico corrispondente all’ultimo periodo protostorico, l’Età del Ferro, assente non solo a Lugnacco, ma più in generale sull’intero scenario valchiusellese. Inoltre l’associazione della Stele con luoghi ad uso sepolcrale non esclude un’origine precedente all’Età del Ferro, poiché tale pratica costruttiva era già stata ampiamente collaudata anche nel Neolitico (si pensi all’enorme tumulo di Newgrange, in Irlanda, o a quello di Knowth, attribuibili a quel periodo cronologico) (27).

      Oltre all’importante rinvenimento di un’ascia neolitica nei pressi delle miniere di Traversella (28), il ridottissimo materiale archeologico d’epoca preistorica ritrovato in Valchiusella proviene quasi interamente da ritrovamenti fortuiti avvenuti durante l’estrazione della torba, principalmente nel XIX secolo e riguarda materiale dell’Età del Bronzo. La punta di lancia in bronzo, ritrovata ad Alice Superiore, è forse il reperto di migliore qualità tra quelli riferibili allo stesso Periodo (29). Il materiale archeologico rinvenuto finora proverebbe la presenza dell’uomo in Valle già nel Neolitico ed una certa stabilità almeno fin dall’Età del Bronzo, quando l’uomo cercava e sfruttava già risorse minerarie come l’oro e il rame. L’interesse per le risorse minerali e naturali della Valchiusella favorì certamente l’instaurarsi di una popolazione sempre più sedentaria e sociale, organizzata al suo interno ed accompagnata da tutte quelle strutture necessarie alla sua sopravvivenza, comprese quelle religiose e funerarie. E’ possibile che il monolito fosse già stato eretto da quei lontani e più oscuri popoli per motivi rituali o religiosi. L’edificazione della pieve cristiana (la prima della Valchiusella) sembra suggerire una funzione principalmente religiosa del luogo di ritrovamento della Stele, al quale solo successivamente e conseguentemente si affiancò l’area funeraria. Questa considerazione (ma soprattutto i reperti predetti) porterebbe ad attribuire all’Età del Bronzo il reperto litico, avente dunque una funzione di culto.

      Ma il luogo del rinvenimento, anche se finora privo di testimonianze archeologiche precedenti alla cristianità, è (ed era ) un punto molto panoramico, esposto al sole e dominante sopra dolci colline e ampi pianori di terreno fertile, sicuramente adatto alle coltivazioni. Questa considerazione (se il luogo dove il monolito è stato ritrovato è vicino a quello dove fu eretto) e la forma originariamente liscia e arrotondata della Stele porterebbe gli autori a preferire una funzione rituale connessa al computo del tempo (strettamente legata al ciclo solare e all’agricoltura) (30), piuttosto che una interpretazione fallica o simbolicamente legata a riti della fertilità della terra.

      La superficie della Stele presenta differenti lavorazioni e rimaneggiamenti. Nei pochi punti integri la superficie risulta accuratamente levigata, ma non si sono trovate incisioni che potessero dare un’indicazione temporale sufficientemente precisa. La parte centrale della stele è più piatta su una facciata e questa forma è dovuta a cancellazioni e successive lisciature. Alcune micro-coppelle, probabilmente realizzate con strumenti metallici, si intravedono su questa superficie piana, ma la più grande non supera gli 0,8 cm. di diametro ed è profonda poco più di 4 millimetri. Essa si trova tra il terzo ed il quarto degli 8 incavi rettangolari a forma di “vaschetta” e tali incisioni sono le più marcatamente visibili della stele (6 di questi sono ben allineati e misurano in media 6×4 cm. e profondi fin a 4 cm; gli altri due sono un po’ più piccoli e non allineati con gli altri).

      Possiamo essere certi che queste vaschette, aventi una sezione trapezoidale, sono realizzabili solo con strumenti metallici. La forma e la tecnica utilizzata per ricavare queste incisioni sono simili al tipo di lavorazione e intaglio della pietra diffuse in tutto il Canavese fin dal Medioevo per realizzare sostegni per le viti. Questa tecnica prevedeva una scelta accurata del supporto litico e della venature naturali. Seguendo la venatura si incidevano delle vaschette a distanza regolare. Dei cunei di legno imbevuti ed il gelo avrebbero poi spaccato la roccia seguendo la venatura prescelta. Tra Chiaverano e Bienca, su uno sperone roccioso, si possono osservare ancora in situ le varie fasi di questa tecnica.

      Riteniamo però che nel caso della stele megalitica di Lugnacco, invece di ricavare dei sostegni ( il supporto litico richiedeva uno sforzo troppo dispendioso per ciò che si voleva realizzare) l’intenzione fu, in un momento imprecisato (considerando la tecnica usata e i mezzi disponibili potremmo attribuire forse quel momento al tardo Medioevo), di distruggerlo totalmente, tentativo risultato per nostra fortuna vano.

      A sinistra delle vaschette più basse si intravedono infine tre linee orizzontali parallele larghe in media 0,5 cm., interessanti quanto evanescenti, che proseguono per alcuni centimetri sulla stele. Purtroppo l’estrema consunzione della superficie non permette di indagare sul tipo di strumento utilizzato ed inoltre esse non appaiono perfettamente simmetriche con la verticalità della Stele. Altri segni costellano il monolito, ma si tratta, come già ripetuto, di colpi o di asportazioni intenzionali, mentre l’esame delle incisioni più piccole (al di sotto del centimetro) richiederebbe necessariamente di un calco per effettuare indagini di laboratorio ( a luce radente, frottage).

      In conclusione possiamo affermare che sulla Stele di Lugnacco tantissime vicende umane si sono susseguite lasciando il loro segno;  le tracce dimostrerebbero che fu adorata, odiata ed infine riutilizzata. Ma la mano dell’uomo fu a sua volta preceduta dalla mano della natura, che per prima la staccò dalla montagna e le fece iniziare un lungo viaggio nel tempo e tra gli uomini. Un viaggio che, fortunatamente, è giunto fino ai nostri giorni e che, con la memoria, potrà continuare ancora nel futuro.

APPENDICE

      A partire dal 1988, archeologi italiani, svizzeri e francesi si sono riuniti per elaborare un metodo di lavoro unitario al fine di stabilire un inventario generale delle incisioni rupestri delle Alpi Occidentali.

Numerose riunioni tenute in Valle d’Aosta, per iniziativa della Società Valdostana di Preistoria e d’Archeologia, del Musèe Savoisien de Chambery e del Centro di Studio e Museo d’Arte Preistorica di Pinerolo, hanno permesso alla commissione di realizzare un inventario ed una tipologia comune destinata allo studio ed all’informatizzazione della stessa, poiché le numerose testimonianze raccolte potevano ormai permettere uno studio, sia a livello statistico-tipologico sia in quello cronologico, delle incisioni rupestri presenti nelle Alpi Occidentali (31).

       Alla tematica dell’Arte rupestre (pitture e incisioni su roccia) appartengono anche le stele e le statue stele, perché solitamente esse presentano delle incisioni a volte riconoscibili in altri contesti, come successe per le raffigurazioni a spirale sulla roccia emergente tra le rovine del castello di Chenal (Aosta) datate cronologicamente perché chiaramente identificabili con i pendagli ad occhiale incisi su numerose stele (ad esempio quelle Valtellinesi) e ritrovati anche negli scavi archeologici.

      Nacque così, all’inizio degli anni ’90, la “scheda internazionale delle incisioni rupestri delle Alpi Occidentali” (32). E’ doveroso in questa sede ricordare e incoraggiare tutti quegli studiosi e gruppi di appassionati  (italiani e non) che hanno lavorato per la realizzazione della scheda. La realizzazione di un inventario unificato può dare un contributo essenziale alla conoscenza dell’arte rupestre non solo dell’arco alpino ma anche a livello globale, poiché l’arte rupestre è un fenomeno diffuso in tutto il mondo, che sembra conservare in se stesso qualcosa di primordiale, qualcosa da cui l’immaginario collettivo ha trovato l’ispirazione e da dove continua ad essere alimentato (33).

 

 

ill.1 : La Stele megalitica nella sua sistemazione definitiva, vista dalla strada (foto E. Gallo)

 

ill. 2 : La Stele megalitica rialzata dal terreno. Si noti la profonda e netta frattura alla base del monolito (foto M. Gedda)

 

ill. 3 : Il rilievo del monolito con le sezioni ragguagliate, da cui è stato possibile ricavare il peso (M. Gedda)

 

ill. 4 : La Stele megalitica di Chivasso (foto E. Gallo)

 

ill. 5 : La Stele megalitica di Mazzè (foto E. Gallo)

 

ill. 6 : La Stele di Lugnacco nel suo contesto paesaggistico (foto E. Gallo)

 

Ill. 7 : Pianta e prospetto sud del progetto con la copertura in policarbonato (M. Gedda)

 

ill. 8 : assonometria della sistemazione attuale della Stele e particolari costruttivi del basamento e del colletto di cls. Armato (M. Gedda)

 

ill. 9 : Il Menhir di Dol (Francia) (foto G. Gambino)

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

      1    Duregon C., Lauria N., Palmese D. – 2002, Alluvioni nell’eporediese, Sopra e sotto terra 3, Ananke editore, Torino.

      2    Fedele F. – 1981, Preistoria alpina e altro un’archeologia per la Valle Orco Dematteis Editore, Torino.

      3    Cavallari Murat A.– 1976, Tra Serra Orco e Po Istituto Bancario S.Paolo di Torino. 

      4    Bertolotti A. – 1871, Passeggiate nel Canavese, tip. F.L.Curbis.

      5    Doro A.– 1975-1976, Costruzioni a secco nell’arco alpino il problema degli architravi in pietra, in Atti VII- Ce.S.D.I.R., Cisalpino goliardica.

      6    Bovis B. , Petitti R.- 1971, Valchiusella archeologica, Società accademica di Storia ed Arte canavesana, Ivrea.

      7    Arcà A. , Fossati A.- 1995,Sui sentieri dell’Arte Rupestre, Ed. CDA, Torino,.

      8    Gibelli L. –1987, Incisioni rupestri in Canavese, Bulletin d’Etudes Prèhistoriques Alpines, Aosta.

      9     Barrocelli P. –1976, Manifestazioni religiose romane e preromane delle Gentes alpine delle Alpi Cozie e Graie, estratto da “Ad Quintum”, Torino.

     10   Barbero L., Borgomasino, -1941, Torino.

     11   Fassin A. , Gallo E., Ventosi A. – 2001, Tracce dell’uomo antico tra i massi coppellati del Canavese, Sopra e sotto terra 2, Bolognino editore.

     12   Gallo E. – 1992,  Espressione corporea e rituale nelle incisioni rupestri delle Alpi Occidentali, Tesi I.S.E.F. Torino.

     13   Fedele F. – 1989, Antropologia del popolamento nelle Alpi Occidentali, Orco Reprints CORSAC, Cuorgnè.

     14   Fossati A.,  Jaffe L.,  Abreu M. – 1990, Techniques and Terminology:  A methodological Approach: Petroglyphs, Cooperativa archeologica Le orme dell’uomo, Valcamonica.

     15   Gruppo Archeologico Canavesano – 1980, Archeologia in Canavese, Broglia Ivrea.

     16   Gambari F.M. – 1997, La prima età del Ferro nel Piemonte nord-occidentale, in La Valle d’Aosta nel quadro della preistoria e protostoria nell’arco alpino centro-occidentale, Atti della XXXI Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria del 2/5/1994 a Courmayeur, Firenze.

     17   Cavaglià G., Gambari F.M., Arzarello P., Cigolini C. – 1993, La stele megalitica di Mazzè, Ass. Culturale F. Mondino, Mazzè.

     18   Meaden T. – 1998, Stonehenge: The secret of solstice, Armenia Milano.

     19   Ramella P. – 1997, Aree cultuali pre-cristiane tra Alpi, Serra di Ivrea e Po, in Archeologia-dossier, N° 12, G.A.d’I. Roma.

     20   Gambari F.M. – 1998, La preistoria e la protostoria del Canavese alla luce delle ultime scoperte, su Bollettino della Società Piemontese di archeologia e Belle Arti, Ivrea.

     21   Mezzena F.- 1982, La Valle d’Aosta nella preistoria e nella protostoria, in Archeologia in Valle d’Aosta, Regione Valle d’Aosta, Aosta.

     22   Cossard G., Romano G. – 1994, I megaliti di Aosta (St. Martin de Corlèans), rivista l’Astronomia N° 143, Media Presse Milano.

     23   Gimbutas M. – 1989, The Language of the Goddess, Thames & Hudson, Londra.

     24   Mercando L., Venturino Gambari M. (a cura di) – 1998, Archeologia in Piemonte, I, La Preistoria, Torino.

     25   I Celti, catalogo della mostra a Palazzo Grassi, Bompiani Milano 1991.

     26   Benvenuti G. – 1976, Istoria della antica città di Ivrea, riedizione dell’originale settecentesco con note curate  dalla Società Accademica di Storia ed Arte Canacesana, Ivrea.

     27   Eogan G. – 1986, Knowth, Thames & Hudson, Londra.

     28   Berattino G. – 2002, Traversella in Val di Brosso, Volume 1°, Ivrea.

     29   Cima M., – 2001, L’antico uomo in Canavese, Preistoria e Protostoria del Piemonte Nord Occidentale, Torino

     30   Gallo E., in corso di studio.

     31   Ballet f., Raffaelli P. – 1990, Rupestres, Musèe Savoisien Chambery.

     32   Arcà A. – 1992, Verso un archivio delle incisioni rupestri, Survey num. 7-8, Pinerolo.

     33   Anati E. – 1988, Note preliminari sul progetto Wara, B.C. Notizie anno V numero 1, Capo di Ponte.

 Enrico Gallo    Michele Gedda

Il tempo che fa
Valchiusella
29 maggio 2017, 13:41
Prevalentemente Soleggiato
Prevalentemente Soleggiato
24°C
Temperatura percepita: 29°C
Pressione: 1020 mb
Umidità: 49%
Vento: 1 m/s ENE
Raffiche di vento: 2 m/s
Alba: 05:45
Tramonto: 21:07
Previsione 29 maggio 2017
Giorno
Parzialmente Soleggiato con Temporali
Parzialmente Soleggiato con Temporali
24°C
Vento: 1 m/s N
Raffiche di vento: 2 m/s
Previsione 30 maggio 2017
Giorno
Parzialmente Soleggiato con Temporali
Parzialmente Soleggiato con Temporali
25°C
Vento: 1 m/s NNE
Raffiche di vento: 2 m/s