Conoscere la Valchiusella tra presente e passato

ISTANTANEE SULLE MINIERE DI FERRO DI BROSSO E SULL’ECONOMIA MINERARIA IN VALLE

L’area mineraria di Brosso ha una singolare peculiarità: la sua vita parte dall’epoca preistorica (è la più antica del Canavese), per proseguire fino all’età moderna. Già i salassi avevano un’idea dell’importanza di questa zona che fu valorizzata in seguito dai romani. Per la rilevanza economica di questo comprensorio minerario e per il fatto che Brosso, per secoli, fu il primo centro abitato che si incontrava addentrandosi nella vallata, poiché l’unico accesso era salendo da Calea, il paese, in passato, diede il nome a tutta l’alta valle.

Ad ogni modo, per ricostruire una storia documentata, la prima notizia avvalorata da documenti sul comprensorio minerario risale al 5 gennaio 1244 e si tratta di un istrumento dei conti di San Martino, signori di Brosso, che è la prima regolamentazione delle miniere.

Per i primi statuti veri e propri invece, occorrerà attendere il 1497. Secondo le normative le proprietà dovevano essere in consorzio ed esistevano quindi delle Assemblee che si occupavano della gestione. I lavoratori erano divisi secondo le mansioni in minatori, cernitori, rompini, portandini (che erano perlopiù donne o bambini). Nella fucina lavoravano il mastro, i ferrari, i brascini (addetti alle forge) gli operai (addetti ai magli). Il materiale si poteva estrarre solo di giorno ed era vietato farlo di notte col fuoco acceso; le miniere abbandonate da oltre venti anni potevano essere sfruttate dal primo occupante; il minerale poteva essere cavato solo nei mesi di gennaio e febbraio, mentre da aprile a ottobre si cuoceva.

Il minerale delle miniere brossesi era l’ematite di ferro, che in realtà non era pura per la presenza di una alta percentuale di pirite.

Altra traccia importante per identificare la vita delle miniere brossesi è un rogito del notaio Stefano Biava di Traversella datato 1655, secondo il quale i cavatori erano obbligati a rimettere una parte del minerale estratto al controllore delle fortificazioni, un certo Sebastiano Arizio di Alice Superiore.

Il complesso mineralogico di Brosso è poi tracciato in modo esaustivo sia dalla relazione del Robilant del 1760, sia dalla relazione di Galleani Napione del 1785, conservata all’Accademia delle Scienze di Torino. Importante precisare che il Galleani Napione citò anche l’ottimo tipo di magnetite cavata a Traversella. Entrambe i relatori menzionano il torrente Assa, il quale permetteva una buona depurazione del ferro grazie alla sua abbondante caduta d’acqua, che alimentava le soffierie.

L’Assa è un rio che nasce da monte Gregorio e scende a valle a precipizio, gettandosi nella Dora Baltea presso Montalto. Lungo il suo corso c’erano i Crosi, ossia le gallerie d’accesso ai filoni di ferro.

Occorre rilevare che nel Medioevo il sito minerario brossese ebbe un tale sviluppo da divenire fondamentale per l’economia valligiana e piemontese in genere. Esso non era solo un sito estrattivo, ma anche di ricerca. Qui nacque la tecnologia del Basso Fuoco (fuoco lento), detto alla “brossasca”, che permetteva maggiore duttilità del ferro rispetto ai sistemi precedenti. I progettisti, che erano gli stessi brossesi, esportarono questa tecnica innovativa in tutta la metallurgia canavesana e perfino più lontano, anche se fuori Brosso essa durò pochi decenni per poi essere rimpiazzata dall’uso dell’Alto Forno.

Anche per questa innovazione la valle si dimostrò all’avanguardia, tanto è vero che fu il meuglianese Giuseppe Triverio nel 1720 a impiantare a Meugliano il primo altoforno del Canavese. Oggidì vi è ancora l’incisione sullo stipite di una porta in località Pree ove sorgeva lo stabilimento: “Ex opere commendatis Iosephi Triveri”

A Brosso, invece, anche dopo l’avvento dell’Alto Forno, non si sostituì il proprio metodo, poiché l’ematite si adattava male all’Alto Forno che era più indicato per altri materiali come la magnetite di Traversella. Le miniere traversellesi, di proprietà degli industriali Gattino, infatti, tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800 forniranno circa l’80% del materiale per il funzionamento dei forni del Piemonte. Contemporanea è anche la fabbricazione del carbone, affidata ai carbonai, che era diffusa in tutta la valle ed aveva il centro principale a Vico.

Il commercio intorno al materiale estratto a Brosso è sempre stato fiorente in tutta la regione. Il trasporto del materiale estratto dalla cava al luogo di lavorazione avviene a dorso di mulo per cui furono preziosi i famosi mulattieri di Fiorano. I masselli di ferro, ad esempio, venivano venduti ad Alice Superiore ove esistevano molti mastri ferrai che producevano attrezzi per l’agricoltura e i famosi chiodi ricurvi da cui deriva il simpatico soprannome degli alicesi: Cioater (chiodai). (vedi pagina I soprannomi dei valchiusellesi).

L’attività a Brosso continuò e non subì contraccolpi, pur se obbligata a rimodernare le sue strutture, anche quando  nel XVII secolo il ridimensionamento dell’importanza di Ivrea, conseguente all’ingrandimento di Torino nuova capitale del regno sabaudo, portò una dura ripercussione a tutta l’economia canavesana.

Dopo il 1750 i signori di Brosso, conti di San Martino, iniziarono una miniera di pirite attiva fino al 1970.

Alla fine del XVIII secolo esistevano a Brosso undici attivissime fucine le quali aumentarono nel periodo susseguente. Tra le tante si ricordano: Castellazzo, Bovio, Brunetto, Pistono, Nuova, Di mezzo, Fucinetta, Gin, Bechero, Anzey, Zanino, Vittono e Piovano (della famiglia Gillio), Belsero, Gregorio, Filippone e della Bassa. Col passare del tempo l’attività si estese verso il Chiusella nella zona tra Meugliano e Gauna.

Dopo il 1820 le fonderie dell’Assa persero la loro importanza e finirono per spegnersi tutte nel giro di un ventennio.

Imponente, in merito alle miniere di Brosso, lo studio di Marco Cima, il quale nel suo libro “Mastri ferrai in terra canavesana” ci consegna una ottima raccolta di documentazioni e un’accurata ricerca.

per le immagini vedere la pagina  SITI METALLURGICI ALLA BROSSASCA

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