IL TORCHIO DI LUGNACCO

IL TORCHIO DI LUGNACCO

 

FOTO LUIGI BOVIO

FOTO LUIGI BOVIO

 

 

Tra gli angoli nascosti e apparentemente anonimi della nostra terra canavesana, ve n’è uno che ho avuto la fortuna di conoscere proprio oggi.

A Lugnacco, pochi metri dietro l’edificio che tutt’ora ospita la Scuola Materna, sorge, tenuto in ottimo stato, un torchio ormai in disuso, ma volendo ancora funzionante.

Ad aprire le porte di questo cantuccio suggestivo, sono i proprietari Secondino e Primo Clerico padre e figlio che vanno orgogliosi di questo straordinario cimelio.

Secondino, precisa che il macchinario apparteneva alla famiglia di sua moglie e Primo, ci narra la vita di questa apparecchiatura.

È lui stesso a spiegare che il torchio era già in uso nella seconda metà del XIX secolo e a condurlo vi fu per un periodo il suo bisnonno materno Francesco Gametro, nato nell’ultimo ventennio dell’ottocento cui subentrò poi il figlio Antonio Gametro, classe 1920, nonno del nostro interlocutore.

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Tutto il paese usava questa attrezzatura.

Primo Clerico conosce benissimo il funzionamento del torchio e lo descrive minuziosamente: «Le vinacce si deponevano in un tino di legno (in dialetto “subar” oppure “subrëtta” se era di dimensioni minori, o ancora “subrun” se si trattava di un grosso mastello) che aveva due fori nel manico, nei quali veniva introdotta una grossa barra cruciforme per poterlo trasportare a spalle.

Giunti al torchio, una volta riempita la gabbia di vinacce, si dava la carica sollevando la pietra posta all’estremità del trave, tramite una vite e madrevite in legno».

Primo, interrompe la sua spiegazione facendo notare il minuzioso lavoro della vite e asserendo che lui stesso che è tornitore, avrebbe grosse difficoltà a ottenerne una simile, poi continua la sua illustrazione: «La vite per il pre-carico si girava a turno fino a spremitura terminata. Finito il lavoro, si versava il vino nella botte usufruendo di un imbuto che in dialetto è detto “pria”.

 

Come obolo al proprietario, chi ne usufruiva, lasciava le vinacce che venivano poi portate alla Revel Chion di Chiaverano per la produzione della grappa.

Il vino scaturito dalle vinacce i lugnacchesi lo chiamano “scuela”. Erano tempi belli», continua Primo: «A lavori terminati, si prendeva un po’ di pane e qualche salame della duja e si faceva merenda tutti assieme, spartendo ciò che si aveva e nel frattempo si compilava una lista per il prossimo turno di torchiatura».

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Il torchio fu usato dal pubblico fino agli anni ’40 dello scorso secolo, quando in paese si costituì una società che acquistò un macchinario più moderno e cessò definitivamente di funzionare ad uso privato un trentennio più tardi, ma Primo, classe 1966, ricorda con nostalgia un viaggio che fece da bambino con suo nonno per andare a portare le vinacce a Chiaverano.

 

 

Ma non è tutto. Il torchio veniva usato altresì per la produzione di un buonissimo olio di noce, speciale condimento per delle ottime insalate dei prati e non solo.

Il grosso trave in castagno è ancora li, imponente, con tutta l’apparecchiatura e con la pesante pietra ai suoi piedi.

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Non è una macchina muta! Racconta, con silenziosa dignità, la storia di un secolo e oltre di vita, le due guerre, in particolare la presenza dei tedeschi nel 1944 i quali, presidiando il paese, più volte scaricarono delle raffiche di mitra sulle finestre del vicino asilo.

Potrebbe anche rammentare il grandioso raduno bandistico con filarmoniche provenienti da più parti, perfino da Donnas, tenutosi nel dopoguerra, presente   l’indimenticabile maestro Pinot.

Ha una sua importanza questo strumento, tant’è vero che il viottolo che vi ci conduce è denominato via del torchio.

Attraversando la vicina strada provinciale, si sale verso Nonani, dove si incontrano dei bellissimi filari. Dalle viti della zona, che confina con Loranzè alto, Strambinello e Quagliuzzo, si ricava un buon vino, ma una visita a questo glorioso torchio è doverosa per assaporare l’agrodolce sapore del tempo passato, narrato attraverso uno strumento che non si trova così facilmente nella zona della Valchiusella e della Pedanea.

Andrea Tiloca

FOTO LUIGI BOVIO

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