DIALETTI VALCHIUSELLESI

LESSICO NOSTRANO

Tra le tante eredità lasciate ai valchiusellesi dai loro progenitori, i salassi, un posto di primordine occupa senza dubbio il modo di parlare. L’idioma della Valchiusella se ha accenti tipicamente canavesani, non per questo rinuncia a presentare caratteri di unicità in molte espressioni.

È ormai accertato che i vernacoli canavesani, in genere, abbiano conservato, più di ogni altro dialetto piemontese, espressioni e grammatica che si perdono in un passato alquanto remoto.

Tuttavia se ci si addentra nella selva degli idiomi, anche solo in Valchiusella, ci si presenteranno dinanzi differenze con sfumature grandi o piccole che siano, dovute alla pronuncia, all’articolazione delle frasi o alla terminologia.

Ogni paese propone termini che nella località vicina non vengono usati o hanno altra pronuncia.

Se apriamo poi il capitolo dei parlate locali di Brosso e Rueglio, ci addentriamo in un vero e proprio ginepraio di parole  uniche e pressoché incomprensibili agli stessi convalligiani.

Il brossese presenta nella pronuncia una tipica “R” arrotata (simile a quella inglese) e l’impiego di una cantilena nella quale l’ultima parola della frase viene prolungata a lungo, nonché l’uso dei tempi verbali sovente al condizionale, mentre le desinenze dei verbi all’infinito che in tutto il Canavese terminano in “ar” (gioar, mangiar, ecc.), qui terminano con la “a” raddoppiata “aa”; infine a Brosso si usa l’antico articolo “lu”, presente anche nei dialetti delle Langhe. Il ruegliese ha dei vocaboli unici in tutto il Piemonte, molto simili al tedesco.

A Vico si è definitivamente perso da tempo l’uso della “F” al posto della “S” che era canzonato da questo antico ritornello: “Butte i fòccui e va sla piaffa a piame an cafol” (mettiti gli zoccoli e vai sulla piazza a prendermi un mestolo). Il vicolese ha poi in particolare la “A” e la “E” con pronuncia molto chiusa.

Anche a Trausella un tempo si usava cantilenare nel parlare. A Traversella c’è un modo singolare di pronunciare la “E” che diventa piana e aperta.

Si noterà di seguito che Vico e Brosso hanno alcune parole simili, anche se cambia un po’ la pronuncia, ma, spiegare le differenze per iscritto è quasi impossibile.

Interessanti anche i plurali: a Vico dove si svolge la rassegna folkloristica denominata “Notte dei Vutun” = Notte dei voltoni (oltre al fatto che in piemontese si dovrebbe scrivere Voton perchè la “O” si legge “U”) la denominazione giusta  sarebbe Votuun, perchè il plurale si fa con la doppia “U” alla francese. Se invece la rassegna si tenesse a Brosso, diverrebbe la Notte dei Votoeen.

È innegabile che però, purtroppo, ai giorni nostri ormai le parlate abbiano compromesso la loro purezza mescolandosi con termini del dialetto piemontese “ufficiale” o con l’italiano in genere.

Di seguito vorrei proporre alcune espressioni tipiche dei dialetti valchiusellesi.

(la “O” si legge “U” – la “O” accentata si legge “O” – la “U” si legge come la “U” francese il dittongo “EU” si legge con pronuncia francese)

Nòc è la notte (Vico)

Noc è la notte (Drusacco)

Zuttul (z dolce e prima u alla francese) si dice di persona pretenziosa e petulante (Vico)

Tanquagnar significa rimproverare ( Vico)

Frangolla significa polpaccio (in quasi tutta la valle)

A trille significa  a spalle (Brosso e Vico)

Stamegna (e chiusa) significa sciocco a Vico

Tamborn significa sciocco a Vistrorio

Ciaramlar significa chiacchierare a Vico

Ciaravlar significa chiacchierare ad Alice

Ampogna era la difficile preparazione del bucato che si faceva un tempo (in tutta la valle)

Canavera è il prato nei pressi dell’abitazione (Vico)

Metti è una camera (Vico)

Metiet (seconda e chiusa) significa stanzino (Vico)

Deuvas significa giovedì in alta valle

Zeuvas (z dolce) significa giovedì a Rueglio

Marca significa via (Vico)

Talappe significa zoccoli (Vico)

Chiòo significa gabinetto (Brosso)

Scanvenlarc significa pianerottolo (Brosso)

Pasmòl significa prezzemolo (Brosso)

Panasemmòl (e chiusa) significa prezzemolo (Vico)

Barabette (prima e chiusa) significa ragnatele (Vico e Brosso)

Graffiò significa falcetto (Brosso)

Rumet (u alla francese) significa talpa (Brosso)

Cavanna è la baita in cui si produce il formaggio (Brosso)

Saglie significa uscire (Brosso)

Coticaa significa scuotere gli alberi da frutta (Brosso)

Vansia significa fascio di legna (Vico)

Vansveglia significa fascio di legna (Brosso)

Oia significa orecchia (Brosso)

Bròcca significa castagno (Brosso)

Qoast significa tavolo (Vico)

Farpella (e chiusa) significa frangia (Vico)

Vaiar significa piangere (Rueglio)

Dròba al barò si traduce apri il cancello (Rueglio)

Altre espressioni tipiche sono:

Anteelò? significa dov’è? (Vico)

Ante c’ai? significa dov’è (Brosso)

An vettò? significa dove vai? (Brosso e Vico)

Qo fettò? (dove la o si non si pronuncia quasi) significa cosa fai (Brosso e Vico)

A Vico e Brosso la negazione “non” si dice “niit”, nel resto della valle invece è “nin”, come in tutto il Canavese, mentre a Rueglio si dice “gnin”.

Direi che come prima rassegna di “parole valchiusellesi” può bastare. Ne aggiungeremo prossimamente.

Non vorrei però tralasciare una caratteristica espressione valchiusellese ora caduta in desuetudine perché sostituita da altre molto più …colorite e pittoresche in uso in tutta l’Italia.

Questa era: “Oh, la materna co gest”! Questa esclamazione, pressoché intraducibile, da cui non si coglie la matrice celta, bensì quella latina nella parte finale, fa parte del nostro più recondito bagaglio culturale e ci richiama alla più antica entità protettrice, quella materna, intesa come la comune madre di ognuno, cioè la terra.

È un intercalare che denota tutto lo sgomento presente in chi lo usa, tutta la sua impotenza di fronte ad un fatto più grande di lui. Sopraffatti da un qualcosa che ci sfugge di mano, la nostra natura ci porta a rifugiarci nelle braccia materne, in questo caso quelle della terra, da cui traiamo sostentamento e che ci accoglie nelle sue viscere una volta che abbiamo cessato di vivere.

I nostri avi trovarono la materna protezione sovente nelle braccia della Madre Celeste, cui dedicarono tanti templi ed edicole votive.

Lencio, Mario Favero, Lorenzo Marten Canavesio

Tre vicolesi del tempo che fu che usavano principalmente il loro dialetto: Lorenzo Prola (Lencio), Mario Favero Longo e Lorenzo Marten Canavesio.


Il libro sulla parlata di Brosso  di Marilena Saudino Duca.

mamma libro 2


Dialogo tra Main  e la  Cita

DAGRAIS AN’TLA COORT

Adiu Main !    Adiu Cita!

Main.. Anvetto  cȏfetto?

Cita….Tutto at  bȏimòo?

Main..Agl’ie  na  sciaritòo,  in  sȏn  alvà  daȏ  vuasèe ,   lô    prim  travagl  a la  matin  i buto chià   su   la casarola sa stuva, e in fôn  lô parteno, i ho cunsumà vôero fric, gl’ia scott a sen ummit.

Cita..  Mi i vȏn  anvôere  i  freste e  antarbar i parte, po’ i sando an  la trôjia, lȏ  taimp ai bel  ma lȏ dì ei cort.

Main..I devo nàa saô sràa a gavar a cit fris at barabette, cresme Cita: ai na sbaslàa, e na gran fȏriurà.

Cita… Mi par marainda i vôgliava fa an pȏè at mresta e an pôè d’ôngin, ai chià na cheta chi spetto la mia matotta, e lȏ me ommȏ ai naa cȏn la vȏersa a scià ariarda.

Main.. Dommesdì i vȏun saȏ pra mi tut a rastlaa lȏ crôalais , a gl’ie lȏ soo a vanta chi in  pia lȏ  panat  d’aȏt i vegno tutta strascià.

Cita.…Aȏ proo! I spetto pi i mien , i vȏn vot, i passo paȏ sapel cȏn la baiarda, i vȏn a sȏrià a paine lȏ prà at Simbȏla, ammȏntôrà gl’ia scott cà a pȏrtàa lȏ vent.

Main…Antrissà pȏsiei nà vot a ca a slȏngase o cȏriase a stȏen saȏ scanvellarc.

Cita… Saȏ sapel a gl’ie chià cȏla bardandȏglia, e chiel là , qȏal  ciacot ai chià frem a fase  la giacȏbà e a fan an  dagreis!

Main.. A vaisȏn a travaglià a faisȏn megl. A disȏn tuc che sa  bardandȏglia a tein wero namȏrèe  e a cambia sȏens cȏtrigliȏn.

Cita… A l’è at cȏlle che la gȏnella a la aȏsa sȏens Ai faisȏn far argȏe,  cunsàa, ai buteisȏn an pagliat an testa e la faisôn brandar,  gnet chi la dovrȏn, lȏ pagliat,  ian niit tant bȏntemp,

Main.. Paȏ pais  as ciacotta ca rôglia par qȏal tarluc e a l’è fina an puèe paoccio, e sgansin. Cutomai, a  briga chià par li. A va a proo anche a Tanni, ma la sua mma ai fa d’arprussi; ma chilla a l’à gnanca  témma.

Cita… Main? Ca vasu zu an sità, parè la, a fa an pȏè da spatuf e agl’iè di pi at boffe,  a po serne.

Main.. A l’è an fris na parcasera,  a fa niit la nosta vitta: vot pai  pree e a tirà lȏ rastel e la busa  dai vacche o su pa i daj a cariase at drose par viscàa lȏ feu.

Cita… I t’hò dic an viet che i veglio a disiavȏn an prȏverbi. Scoota: “Arà dic Dante e torna Tasso: partusere an gir e vagabônd a spass”.

Main. A l’arvista cita. Staseja  i devo nàa aȏ  pardȏn, pȏrquè  cȏn tut lon  chi ieu dicc anquee, a gl’iè  mac  lȏ priòo cȏn la cȏnfessiȏn e lȏ Sgnoo, ca poo pardȏnane.


TRADUZIONE

CHIACCHIERICCIO IN  CORTILE

Ciao Main!     Ciao Cita!

Main… Dove vai? Cosa fai?

Cita..   Sei di buon unore?

Main . C’è un  chiarore!  Mi sono  alzata  dal letto:  il  primo  lavoro  al  mattino,  metto  la  pentola sulla stufa, e mi    faccio un  buon  caffè.  Ho  dovuto  accendere parecchi  fiammiferi  perché  la  legna piccola era umida.

Cita.. Io vado ad aprire  le  finestre  e a  socchiudere  le porte e scendo  nella stalla.  Il tempo è bello,ma il giorno  è corto.

Main . Devo andare sul solaio a togliere un po’ di ragnatele. Credimi Cita, è una faticata e uno sbattimento!

Cita    Io, per pranzo, volevo fare un po’ di minestra e un po’ di Ungin (pietanza a base di  burro, uova e formagggio). È un po’ che aspetto mia figlia e mio marito che è andato con la falce e tagliare la  ariarda (Secondo taglio di erba).

Main  Al pomeriggio vado nel prato a  rastrellare il residuo del fieno. C’è il sole e bisogna   che mi  prenda un  foulard, altrimenti sono sempre sudata.

Cita    Più tardi, aspetto i miei. Vado la:  passo  per il  sentiero con la carriola  (quella con due ruote), devo rastrellare  il  prato  di  Simbola e ad  ammucchiare i  pezzetti  di  legno  che  ha  portato  il vento.

Main. Bisognerebbe poter andare  a casa ad allungarsi, coricarsi o sedersi sul pianerottolo.

Cita . Nel  sentiero c’è sempre  una  poco di  buono e  quello  sprovveduto che  è sempre   fermo a farsi  la fumata. Fanno sempre il loro chiacchiericcio.

Main Se andassero  a lavorare, farebbero meglio: lo dicono tutti  che  questa  poco di buono;   ha  parecchi fidanzati e cambia sovente gonna.

Cita.  È di quelle che la gonnella la alza sovente. Le facessero fare qualche lavoro, cucire, le mettessero uncercine in testa e la facessero correre… noi che usiamo il cercine, non abbiamo tanto buon tempo.

Main. In  paese,  dicono  che  piange  per  quello  scemotto che è persino  piccolo e grassottello. Cosa vuoi? Briga in giro e va anche appresso a Tanni. La sua mamma le fa dei rimproveri, ma lei non si vergogna.

Cita.  Main? Che vada giù in città, così si da un po’ di arie e ci sono più ragazzi, così può scegliere.

Main. È un po’ una perditempo, non fa la nostra vita sui prati a tirare il  rastrello e il letame delle mucche, o su per le pietraie a caricarsi di legna secca o di drose (cespuglio di ontano).

Cita   Ti  ho  detto  una volta  che  dicevano un  proverbio  i vecchi. Ascolta: “Lo ha detto Dante e di  nuovo Tasso: ragazzotte allegre in giro e vagabondi a spasso”.

Main Arrivederci Cita. Stasera devo andare alla  Messa. Sia come  si vuole, devo andare, perché  con tutto quello che abbiamo detto oggi, c’è solo il parroco con la confessione e il Signore che può perdonarci.


MARMÕRA SAÔ SCANVELLARC

Minca…..Adiù….Anvetto?

Ccca…….Adiù…. Belaô i vaisa  au pardôn.

Minca….. Si..!   Annaviate nit, a t’è  antandù, in  fôn  an pôe ad barbôtais , e in  piglio  an cisôret, in  cambio lô côtrigliôn  e i vegno.

Ccca…….Lô cap i sôn  nit ad bôimö, i’ho cambiàa la  barleccia, an taô sogn gl’eva at chegn ch’a sgeôbavun, a masmagliava  ch’as antarbaisa la fricca , e saô pì bôn in sôn dasvagliàa.

Minca….. Siosvò, a la matinàa la trôjia avanta ardrissala , a gl’e i carigliais da muntunàa , na vôlima da  scott ad la vansaglia, ch’io cavasàa taô nost  Casgnìi. Ves saja j’ho i trifôre  da samanàa, la diccia aj: “ Butme prast, butne tart mac  c’abbia lô cù caôt”.   I sôn erria , ma si bain ancaminà.

Ccca…….A lô pardôn ai srà tutta la Crômnita d’ Bacuch, lô campèe, anquè an tô pais agl’e la fônsiôn par i mineur a portôn  ancàa i fiù saô simiteri, a van dint an se borne zovôn, ma sortôn frust, e  ad viè nejio  an cera côn iermôre a gl’oj.

Parlômne pì  lô mè  boffa ai an  Merica  an’tee ch’ai  je frac, dinta  at  baracche at bosc, pes  dai nôste vacche, as  painsava da  fà lain  la môliàa,  par jutar gnet. La granda,  quanchè  gl’ja   riva a mangiar an puè  galja e an gôblat at brot aj festa. Vômma  d’aut vanta armase d’ancalaô.

Minca….  La strà a‘tla ghesia ai  driccia,  ansem i sen dôe madarôe, mi in sôn  pigliàa  lô panat,  pourquè a’gl’è lô  söo ch’an fa vrai tutta arsuràa . Midem a l’è quanche i vôn vot a sôriàa lô crôalais e gl’ja scott saô prà. Jaisa za voglia at na slôrba d’eua!

Ccca…….Rechia  i sen vasin au bôrnel.Lô  mè  mes  sòt  i vò nit  purtalo, ma culle  bardandôglie ch’a fan dagrais  au pardôn,  e gl’om côn si carisôn, i fussa mi lô priö i faisa d’arprussi, e la parcasera? A l’è vot tutta arfifôrà, a fa gnagna!

Minca….. Parlômma trìì ! Ricorte lô  prôerbi scota: “ Lô pi dai viè , ai megl travônde gram, e spià dös”.

Ccca…….Lô  priö  a  basogn  da gnaôte, i  camos  dai bôffit da tacôrà, scorasà, an vaisa lô metar, ma lô por luf  lô neust priö an viat  aviava mac lô piliprand.

Minca…. Etto vist l’armit, a butaa ja gl’arichichecche, môcaa i candaile e lô  griseu, a smagliava ch’ai fussa la saraôra o at nivôlai lô por luf ai veglio, navai? Ccca ma lô priö an’tla babôlà, a mascia i pis côn i bruè?.

Ccca…….Ai an pôè mateuri, ma an bônômeri.

Minca….. Aô  stà quaja pricômma! I pôan anca ringrassiar d’avai an si bôn  priö, aj na  briva chi spetavôn an cö pien d’ alegria.

Ccca……..Vôi i arbatte  stasaj? jaisa  ancaa da  dascasônàa la namôra  daô  nost  barbuera, lô   vasin,  a sen i lapesc an gir marmônôn  ch’ai jan binèe ant’la ramosa. I diso mi che.” Pun pà e na mma ai pi lain vôernàa an sac at pulis, pitost d’una matotta”.

Minca……Sì! Sì armanacco da vrai, ma jo amcò da pôrtame  zu  a cailore  lô gias, trà sé, ch’jo pì  gnôn, lô mè omm ai castei, lô me boffa an Merica. Marlat i vegno  vuantèe  pare côn i tuen   demôde  tan butte ad buimö. Alarvista!


TRADUZIONE

CHIACCHIERATA SUL PIANEROTTOLO TRA DOMENICA E FRANCESCA NEGLI ANNI NOVECENTO

Domenica –     Buon giorno Francesca! Dove vai?

Francesca –      Buon giorno, ora andrei alla Messa.

Domenica –     Si! Non andartene, hai capito? Mi faccio un po’ di caffè, ne piglio uno scodellino mi cambio la gonna e vengo con te.

Francesca –     Pensa che non sono di buon umore, ho dormito in un altro letto, e ho  sognato  che c’erano dei cani che abbaiavano, mi pareva che si aprisse la cricca della porta, e nel nottata mi sono svegliata.

Domenica –    Sia come si vuole, al mattino devo andare nella stalla, la devo pulire, ci sono le castagne secche da buttare, un enorme quantità di pezzettini di legno del carico che ho raccolto nel nostro prato. Verso sera ho le patate da seminare, il detto è :“ Mettimi presto, mettimi tardi, solo che abbia il sedere caldo “. Sono piena di dolori, ma cerco di mettere buona volontà

Francesca –     A Messa ci sarà tutta la giunta Comunale, la guardia comunale. Oggi nel paese c’è una funzione per i minatori, portano i fiori sul cimitero per i morti. Pensa vanno dentro a queste miniere giovani, escono stanchi, neri in viso, spesso con le lacrime agli occhi. Non parliamone più, mio figlio è in America dove c’è freddo, dentro a delle baracche di legno, peggio delle nostre mucche, credeva di fare soldi per aiutare noi e la nonna   che quando ci riesce beve un po’ di brodo di gallina, dentro alla scodella, per lei è una festa.

Domenica –     Andiamo altrimenti   poi non ci osiamo più entrare in chiesa. La strada della chiesa è ripida, io e te siamo due vecchiotte e grassottelle. Mi sono presa il fazzoletto perché c’è il sole che mi fa sudare. La stessa cosa mi succede quando vado a rastrellare, le manciate di fieno e i pezzi di legno nel prato. Avrei già voglia in una bevuta d’acqua.

Francesca –      Stai tranquilla siamo vicine alla fontana.Non voglio mettere il naso, ma quelle ragazzotte che chiacchierano, fuori durante la messa, e quegli uomini, con il sigaro! Se fossi io il prete, le farei un rimprovero. E quella poco di buono! É tutta agghindata da fare invidia.

Domenica –     Parliamo piano.  Ricordati il proverbio che diceva: “ Spesse volte è meglio ingoiare un boccone amaro, che sputare dolce “.

Francesca –      Il prete ha bisogno di noi, ha i vestiti dei chierichetti da cucire, da accorciare, ci vorrebbe il metro da sarta, ma il poverino, una volta aveva solo il metro da muratore.

Domenica –     Hai visto l’eremita ha ritirato la mensa e le reliquie, spento le candele e il lume, pareva ci fosse, una grande nuvola o la nebbia, poverino e ormai vecchio non è vero? Francesca?  Hai sentito la predica del prete, ha mischiato i pesci con le castagne!

Francesca –     E’ un   mattacchione, ma un buono.

Domenica –     Ora sta zitta preghiamo! Possiamo ringraziare di avere un buon prete, era parecchio che lo aspettavamo è un cuore pieno d’allegria.

Francesca –     Vieni a casa mia questa sera, avrei da dirti una chiacchiera, della ragazza del nostro vicino di casa il barbone, le malelingue che gli hanno visti nel prato vicino.Ti dico che: per un papà e una mamma è più facile governare un sacco di pulci, piuttosto che una ragazza.

Domenica –     Si! penso proprio di venire. Ma devo ancora portare giù a spalle le foglie, lo sai che sono sola, mio marito è al cimitero, mio figlio è in America. Appena posso, vengo volentieri così con i tuoi pettegolezzi mi metti di buonumore.

Arrivederci


ANVETTO, CỐFETTO? Parlata brossese.

autrice Marilena Saudino Duca

A seguito della realizzazione della collana “Storie valchiusellesi” è stato edito questo piacevole e pratico dizionario del vernacolo brossese, arricchito da rimandi storici, memorie di tradizioni, poesie e testimonianze fotografiche. L’autrice è Marilena Saudino Duca, donna trasferitasi a Brosso all’inizio degli anni ’60 dopo aver sposato un ragazzo del paese, Nellio Bovio, e che, trascorso un primo periodo di smarrimento, cominciò poco alla volta ad innamorarsi del paese.

Marilena confessa che all’epoca Brosso le appariva come un mondo a se stante, per il modo di pensare, per le proprie tradizioni ed infine per la parlata che a causa dei termini e dei fonemi era davvero ostica, anche a chi come lei, non arrivava poi da molto lontano (lei è di Meugliano, un paese a tre chilometri di distanza). Sta di fatto che Brosso era rinchiuso nella sua conca morenica e viveva di vita propria. Oggi i tempi sono cambiati, ma i “Fôlit” brossesi (“folletti” è il soprannome storico degli abitanti di Brosso), continuano a vivere in simbiosi e armonia fra loro, cercando di mantenere vivo il proprio bagaglio culturale e tutte le singolarità del loro modo di vivere, come hanno rimarcato durante la serata della presentazione Pier Vittorio Gillio (presidente della S.O.M.S. di Brosso e attento cultore delle tradizioni) e il sindaco Mauro Nicolino.

Avendo avuto il privilegio di seguire in parte le varie fasi della realizzazione di questo libro, posso affermare tranquillamente che esso nasce dall’amore che l’autrice nutre per Brosso e tutto ciò che ne fa parte.

Il lavoro è stato colossale, avvenuto dapprima con una ricerca minuziosa di oltre seicento vocaboli, poi con il recupero delle fotografie ed infine con la ricostruzione di vari pezzi di storia e di tradizione locale. Il tutto coinvolgendo in prima persona gli anziani del paese, assai felici di rispolverare i loro ricordi.

L’opera letteraria contiene anche un ipotetico dialogo tra due donne, il quale è stato trasposto in filmato da Luigi Bovio, con le voci di Bianca Novaria e Ilda Gillio.

Ascoltando questa simpatica conversazione, ci si potrà rendere conto che non solo i termini del dialetto sono alquanto particolari, ma altresì la pronuncia è del tutto inconsueta, con quella caratteristica R arrotata all’inglese e la cantilena che accompagna gli alti e bassi dei toni vocali.

Insomma, sfogliando le pagine di questo libro i brossesi, ritroveranno senza dubbio loro stessi e la propria identità e i non brossesi impareranno, come a suo tempo fece l’autrice, ad apprezzare tutto ciò che riguarda questo piccolo ma affascinante villaggio valchiusellese.

Andrea Tiloca


libri mamma


LA PARLATA DI TRAUSELLA, appunti e spunti per un dizionario.

autrice Vittoria Carola Vignola

«Ogni nostro sasso più modesto è talmente pieno di sensi molteplici, talmente intriso di abitudini spente, soprattutto delle più umili e quotidiane, che val la pena ogni tanto raccattarlo», afferma Gian Luigi Beccaria.

Orbene, io ho “raccattato” parole nei fondali della mia mente e nelle annotazioni di anni, realizzate con l’ausilio del questionario per la stesura dell’Atlante linguistico ed etnografico del Piemonte occidentale, vuoi per serbare memoria delle generazioni che ci hanno preceduti (dnans ch’a fassa neuit, avrebbe chiosato Luciano Gibelli, prima che scenda il buio); vuoi per fornire uno spunto e uno stimolo a ulteriori più approfondite analisi (fonetiche, fonologiche, semantiche, culturali, ecc.), di consuetudini e visioni del mondo, anche in rapporto a parlate affini o “dominanti”.

Trausella, a 654 metri sul livello del mare, è un ameno villaggio situato in una delle più suggestive vallate canavesane: la Valchiusella. Nell’anno 2014 vi risiedono 126 abitanti (56 M, 70 F), 26 dei quali provengono da altra area linguistica; aveva 557 abitanti nel 1863, 563 nel 1901, 228 nel 1951 e 141 nel 1991.

Fattori socio-economici hanno reso e rendono la comunità trausellese particolarmente esposta al cambiamento. La comunità prebellica di tipo agricolo, con una “cultura” relativamente stabile, omogenea e condivisa, è ora un gruppo sociale eterogeneo nel quale, accanto ai pochissimi anziani portatori di saperi, valori, comportamenti e tradizioni propri del mondo agricolo-montano originario, si amplia la fascia dei portatori di altri saperi e valori, in quanto partecipi di ruoli socio-professionali diversi e di situazioni comunicative più ampie. Il cambiamento sociale si riflette in una diminuzione dell’area di diglossia; l’italiano sostituisce spesso il dialetto come sistema primario (lingua materna). Esso, inoltre, si accompagna a un mutamento del codice, rilevabile più a livello lessicale che non morfosintattico e fonologico. In particolare, il mutamento si evidenzia nella caduta di arcaismi che erano esclusivi della comunità; nell’assunzione nel codice di significanti appartenenti a dialetti dominanti, come il “piemontese”; nell’acquisizione di neologismi. Questa raccolta di lemmi rispecchia tale situazione linguistica nella quale convergono le esperienze di più generazioni.

Vittoria Carola Vignola

Autrice

www.hever.it


 

Rueglio e la sua parlata

di  R. Valdiky

Premessa:

Sono passati parecchi anni da quando mi cimentai per le prime volte nella scrittura del dialetto Ruegliese.

Questo succedeva perché durante il carnevale di Rueglio, mio suocero, era solito approntare dei carri allegorici che montava sul tetto della sua automobile, e rappresentavano ora una mucca, ora un ciclista, ora un papa, ecc. e gli piaceva descrivere il carro con una poesia in dialetto. Lui le scriveva “in brutta” così come gli veniva, e poi chiedeva a me di fare un bel manifesto da affiggere sull’auto, con la poesia scritta “bene” in Ruegliese.

Naturalmente per trascrivere questi testi consultavo il volume “Stil Alpin” di Pedër Kurzät Vignòt, una raccolta di liriche e poesie che il nostro poeta e scienziato aveva scritto in ruegliese utilizzando una grafia fonetica particolare da lui inventata, che a suo dire, si rendeva necessaria per poter esprimere tutti i suoni del dialetto ruegliese.

Mi resi subito conto della difficoltà di scrivere con i segni grafici utilizzati dal Vignòt; a parte l’utilizzo di caratteri come “k” e “w” che non fanno parte del nostro alfabeto, il testo era disseminato di caratteri in corsivo, in grassetto e pure alcuni caratteri con la sottolineatura questo per indicare la particolare pronuncia dei caratteri stessi. Naturalmente nelle mie trascrizioni in ruegliese utilizzavo i caratteri disponibili sulla tastiera del computer con l’aggiunta di qualche accento sulle vocali e qualche segno diacritico preso in prestito anche dalla grafia Piemontese.

Nel testo che segue cercherò di spiegare la logica, senza nessuna pretesa linguistica (lasciamo agli esperti questo compito), che ho utilizzato per elaborare e proporre una grafia ruegliese semplificata, sempre facendo riferimento alle regole ed ai testi del Vignòt, in modo da poter scrivere e leggere agevolmente il nostro dialetto.

Sono consapevole che con la proposta di questa grafia, mi attirerò le critiche dei puristi della lingua Piemontese, che sostengono, con tutte le ragioni, che con la grafia cosiddetta di “Pacotto  Viglongo o dei Brandé“, che è stata adottata dalla Regione Piemonte come ufficiale, si “possono” e si “devono” scrivere tutti i dialetti del Piemonte.

Alcune considerazioni sulla parlata Ruegliese e sulla grafia fonetica usata da

bbb
Pedër Kurzät Vignòt:

“A lëzrà mak Ruvläjs

ki sa bèn Italiän,

Latìn, Grek e Fransëjs;

ma a ti kâr paijsän,

a lezlu it musu mì

kun kusti normi sì:”

“leggerà solamente il Ruegliese / chi sa bene l’Italiano, / il latino, il Greco e il Francese; / ma a te caro paesano, / a leggerlo t’insegno io / con queste regole qui: / ….

Pédër Kurzät Vignòt

(Dalla prima edizione di “Stil Alpin”del 1989)


La parlata Ruegliese è un dialetto canavesano con molte particolarità che la contraddistinguono in modo sostanziale sia dal canavesano in generale che dalle altre parlate dei paesi della Valchiusella.

Come già accennato nelle premessa, non si può parlare del nostro dialetto senza fare riferimento al poeta e scienziato ruegliese Pietro Corzetto Vignot (Pedër Kurzät Vignòt), nato nel 1850, che nobilitò la parlata di Rueglio con l’opera “Stil Alpin” scritta interamente in dialetto con una sua esclusiva grafia fonetica che aveva elaborato per poter descrivere tutti i suoni del ruegliese.

Si riportano qui di seguito alcune considerazioni fatte dal Vignòt nel proemio di “Stil Alpin” che giustificano, a suo dire, l’elaborazione di questa grafia particolare.

“… È’ impossibile scrivere esattamente, e leggere con sua giusta pronunzia, il Dialetto Ruegliese (ossia: il dialetto vero canavesano, il meglio conservatosi nella sua originalità primitiva ed antichissima); è impossibile né coll’Alfabeto Italiano, né con quello di altre Nazioni; occorre un Alfabeto suo particolare; …

Ciò stante, e per ciò, possiamo dire che i suoni del linguaggio dei Ruegliesi si rappresentano con 33 segni grafici, …”

(dal proemio di “Stil Alpin” di Pédër Kurzät Vignòt seconda edizione del 1911)

uiuui

Nella grafia fonetica elaborata dal Nostro comparivano, per l’alfabeto minuscolo, caratteri in corsivo e caratteri in grassetto per differenziare la pronuncia dai caratteri normali, e per le maiuscole anche caratteri sottolineati come nella tabella che segue tratta dal proemio di “Stil Alpin” di P.K.V. edizione del 1911

Forma minuscola

Forma maiuscola

denominazione in Ruegliese

Equivalenza con altri segni grafici

1

a

A

avîf

a  vivo italiano

2

a corsivo

A sottolineato

asmôrt

a  indebolito italiano

3

b

B

b  italiano

4

c

C

c  dolce italiano

5

k

K

kàpa

c  aspro, ch, k italiano

6

d

D

d  italiano

7

e

E

epûr

e  puro italiano

8

e corsivo

E sottolineato

emût

e  muto francese

9

e grassetto

E grassetto

elârg

e  largo italiano

10

eu

EU

erinfursâ

eu  francese

11

oeu

OEU

estrafursâ

oeu  inglese

12

f

F

éfe

f  italiano

13

g corsivo

G sottolineato

gê

g  dolce italiano

14

g

G

gàma

g  aspro, gh, italiano

15

gn g corsivo e n normale

GN g sottolineato e n normale

g

gn  italiano, o ñ spagnolo

16

h

H

àka

h  italiano

17

i

I

i

i  italiano

18

j

J

i lûnk

i  lungo italiano

19

l

L

éle

l  italiano

20

m

M

éme

m  italiano

21

n

N

éne

n  italiano

22

o

O

opûr

o  puro italiano

23

o grassetto

O grassetto

ofôrt

o  aspro italiano

24

p

P

p  italiano

25

q

Q

qu  italiano

26

r

R

ére

r  italiano

27

s

S

ési

s  aspro ed sc italiano

28

t

T

t italiano

29

u

U

uRumân

u  romano

30

u corsivo

U sottolineato

usutîl

u  francese o lombardo

31

v

V

vû

v  italiano

32

w

W

u  consonante

33

s corsivo o z

S sottolineato o Z

séta o zéta

esse dolce, e zita semplice in italiano

Vukàj:

a  e  e  e  eu  oeu  i  j  o  o  u  u

Kunsunênt:

b  c  k  d  f  g  g  gn  h  l  m  n  p  q  r  s  t  v  w  s/z

Siccome è poco agevole scrivere sovente nelle frasi ed in una stessa parola, con i sistemi di scrittura attuali basati sulle tastiere e sugli editor di testi, alcuni caratteri sottolineati, alcuni in grassetto ed alcuni in corsivo, si propone una grafia più scorrevole senza utilizzare gli attributi dei caratteri. Nella tabella seguente compaiono i caratteri utilizzati da P.K.V. seguite dai caratteri proposti che li sostituiscono:

grafia P.K.V

Grafia proposta

corrispondenza fra grafia e suono

A / a    sottolineato e corsivo

Ä / ä con dieresi

a muta  es.: bäjka (guarda)

E / e     sottolineato e corsivo

Ë / ë con dieresi

e muta  es.: sëk (secco)

E / e    grassetto

È / è con accento grave

e aperta – es.: furiès (maschere)

G / g    sottolineato e corsivo

G  g     davanti alle vocali “i”, “e”, “ë”

Per mantenere la pronuncia palatale davanti alle vocali “a”, “ä”, “o”, “ö”, “u”, “ü” e per affinità con l’italiano utilizzeremo il  gruppo “Gi”/ “gi”

g palatale – es.: gîr (giro), giasa (ghiaccio)

O  o     (grassetto)

Ö  ö     con dieresi

o aperta – es.: möj (mai), nöim (nomi)

Riepilogo corrispondenza grafia di P.K.V. e grafia proposta (in evidenza le varianti).

Vukàj:

grafia P.K.V.

grafia proposta

a

a

a

ä

e

è

e

e

e

ë

eu

eu

oeu

èu

i

i

j

j

o

o

o

ö

u

u

u

ü

Kunsunênt:

grafia P.K.V.

grafia proposta

b

b

c

c

k

k

d

d

f

f

g

g/gi

g

gh

gn

gn

h

h

l

l

m

m

n

n

p

p

q

q

r

r

s

s

t

t

v

v

w

w

s/z

z

Corrispondenza fra grafia e suono

(sono riportate solamente le voci che differiscono dalla pronuncia italiana)

Vocali:

ä

a muta come in “bäjka” (guarda)

è

e aperta come in “èwa” (acqua)

ë

e muta come in “pës” (pesce)

eu

eu francese come in “euj” (occhi)

èu

eu francese aperta come in “minèur” (minatore), “malèur” (disgrazia)

j

come la i iniziale di ieri. “fija” (ragazza)

ö

o aperta come in “nöim” (nomi)

ü

u francese come in “üs” (uscio)

Consonanti:

k

 c gutturale come in italiano carne / chiave. Es:. “kocia” (cotta)

s

s sorda come in sole. Es.: “grosa” (grossa)

w

come la u di uomo: “wèrs” (zoppo), “wajàr” (piangere)

z

s sonora come in esedra. Es.: “zabó” (zoccolo), “zilé” (panciotto)

 

note:

  • La consonante “c” è sempre palatale come in italiano cibo, cielo, cento, anche seguita da consonante ed in finale di parola. : “cika” (cicca), “ceta” (bambina), “wacrù” (sbircerò) dal verbo “waciàr” (sbirciare), “süc” (asciutto). Qui inoltre si propone per analogia con l’italiano, a differenza di PKV dove la “c” è sempre palatale, e per facilitare la lettura, di far seguire sempre la vocale “i” alla consonate “c” quando è seguita dalle vocali “a, ä, o, ö, u, ü”, pertanto non scriveremo “coka” come PKV (campana) ma “cioka”, “cüzìr” (gemere) ma “ciüzìr”, “buca” (boccia) ma “bucia”, cücu (ciuccio) ma ciüciu, ecc. Per quello che riguarda la “c” gutturale e “ch” si propone di mantenere la consonante “k”, come PKV, che sostituisce entrambi i segni dell’italiano e nella lettura non crea nessuna ambiguità. Es.: “kükàr” (pigliare, succhiare), “kilu” (chilo), “kèta” (momento), ecc.

  • Il gruppo consonantico “gn” si pronuncia come in italiano seguito da vocale come in gnomo, ingegno, ognuno, Es.: “gnënti” (niente), “agnél” (agnello), “agna” (anitra), “gnün” (nessuno); la pronuncia è uguale anche quando il gruppo “gn” si trova a fine parola. Es.: “kègn” (cani), “màgn” (mani), “sëgn” (segno), “agn” (anni).

  • Vi sono tuttavia diverse parole ruegliesi in cui il gruppo viene pronunciato facendo sentire le due consonanti separate (suono bifonematico) “g” come in giro + “n” come in naso; come ci insegna PKV, in questi casi le due consonanti sono sempre separate dal segno “-“.: “mèng-ni” (mangiane), “s’ënmag-ni?” (si immaginano?), “aräng-ni?” (aggiusto?, aggiustiamo?, aggiustano?).

  • La consonante “g” si pronuncia come in italiano cioè è sempre gutturale quando è seguita da consonante o dalle vocali “a, ä, o, ö, u, ü” e quando fa parte del gruppo consonantico “gh” come in Es.: “gàva” (togli), “grama” (cattiva), “spinghin” (spillo), “ghigna” (ceffo, faccia), “ghé” (ghiandaia), “gheup” (gobbo) “arghni?” da “argàr” (pascolare) (metto io al pascolo?), “ël-l’arneghni?” (lo rinnego?). In tutti gli altri casi, anche a fine parola, la pronuncia è sempre palatale.

  • Il gruppo consonantico “sc” in Ruegliese è sempre bifonematico, si fanno sentire cioè le due consonanti separate “s” come in sole + “c” come in cibo, anche quando è seguito dalle vocali “i” ed “e” come in italiano scimmia e scena, es.: “besci” (bestie), “masc” (maschio), “krisciän” (cristiano), “dëscentrà” (scentrato), “scias” (folto), ecc.

  • La consonante “q”, per affinità con l’italiano, è sempre seguita dalla vocale “u” tranne che a fine parola dove la “u” se c’è non si pronuncia e può essere omessa. Es.: “quaj” (callo), “quintàr” (contare), “squela” (scodella), “sinq” o “sinqu” (cinque), “sänq” o “sänqu” (sangue), ecc.

  • Nel dialetto ruegliese davanti alle consonanti “b” e “p” non si metta mai la “m” come in italiano, ma sempre la “n. Es.: ‘nbarunàr (ammucchiare), ‘nbinàr (indovinare), ‘npaciàr (impedire, imbarazzare), ‘nprèndër (imparare), ‘npresà (affrettato), ‘npùra (lampone), “sènpër” (sempre), “gänba” (gamba), ecc.

Gli accenti ed i segni diacritici

“Sebbene sieno possibili regole apposite ed invariabili come in Italiano, è preferibile l’accentare ogni voce (o composizione di voce) come in Greco; affinché gli Estranei possano con facilità conoscere l’esatta pronunzia a prima vista.

infine: Gli accenti anche in Ruegliese, come in Italiano, dànno origine alle tronche, alle piane, alle sdrùcciole e bisdrùcciole.”

(Pédër Kurzät Vignòt)

La scrittura ruegliese è molto ricca di accenti e segni diacritici per indicare le particolarità di pronuncia.

  • Gli accenti acuto (´), grave (`), oltre che precisare la pronuncia delle vocali, si segnano anche sulla vocale della sillaba tonica.

L’accento grave (`) si usa sulla vocale “e” quando deve essere pronunciata aperta come: “akèn” (a ciascuno), “èrba” (erba), “èwa” (acqua), “kèta” (un po’ di tempo), “furjès” (maschere), “mutubèn” (sebbene) e può anche essere tonico. Si utilizza anche come accento sulla vocale della sillaba tonica come: “baròt” (bastone), “ciakòt” (chiacchiericcio), “muntàgna” (montagna), àvija”  (gesto) “amrìs” (amerei), “avìsk” (acceso), “dabùn” (davvero) ecc.; ed anche nelle tronche dove la voce deve posare con intensità come in: “asrà” (sarà), “eslì” (quello lì), ecc.

  • Sull’accento circonflesso (^) vanno fatte alcune considerazioni partendo dalla descrizione del Vignòt nel proemio di “Stil Alpin“:

“L’accento circonflesso serve ad indicare che la posa della voce deve farsi dove egli è segnato con gravità, lentezza e prolungamento di suono; e deve sempre essere segnato; come: mingiâr (mangiare), pasquäjrôjra (amante delle conversazioni), krëzîmëmlu (credetemelo), ecc.”

(Pédër Kurzät Vignòt)

L’accento circonflesso sulle vocali toniche indica un prolungamento della voce sulla vocale stessa, questa è una delle caratteristiche più importanti che contraddistinguono la parlata Ruegliese; le vocali prolungate e cantilenanti sono tipiche e sono presenti in moltissime parole del dialetto.

Naturalmente questo accento non andrà messo sulle vocali che hanno segni diacritici o che sono già accentate. Si potrà comunque usare l’accento circonflesso per il prolungamento del suono delle vocali aperte “è“, “ö” e della vocale “ü“. Es.: “cêr” invece di “cèr” (chiaro),  “kêta” invece di “kèta”  (momento), “salvê” invece di “salvè” (salvati), “wêru” invece di “wèru” (poco), “maznê” invece di “maznè” (bambini), “drômër invece di “drömër” (dormire), “môrt” invece di “mört” (morte), “arkôrt” invece di “arkört” (ricordo), “gnû” invece di “gnü” (venuto), “kûl” invece di “kül” (sedere), “” invece di “” (due), “marûgn” invece di “marügn” (marroni), ecc. Altri esempi: “kantâr” (cantare), “dzunôr” (disonore), “variâr” (attraversare), “sufrîr” (soffrire), ecc.

Come si è detto in precedenza, siccome la parlata Ruegliese è caratterizzata da questi prolungamenti sulle toniche, non sarà (quasi) mai necessario usare l’accento circonflesso anche se questo può aiutare molto nella lettura di chi non è tanto pratico del Ruegliese, anche la scrittura risulterà molto più agevole perché queste vocali, essendo sempre toniche, saranno comunque segnate dagli accenti acuti o gravi e questi caratteri accentati si trovano normalmente su tutte le tastiere sia dei computer che degli smartphone.

  • La dieresi (¨), come già detto, si usa sulle vocali “ä“, “ë“, “ö” e “ü” per indicare che hanno una particolare pronuncia; sono vocali con segno diacritico e non con segno di tonica o di accentazione tuttavia possono essere anche toniche.

ä” ed “ë” sono mute come in “bäjka” (guarda), “pës” (pesce); “ö” si pronuncia aperta come in “töjk” (pezzi), “börgnu” (cieco), “pörta” (porta), “ciaböjt” (casupole); “ü” si pronuncia come la “u” francese come in “üs” (uscio), “sük” (ceppo), “küzìr” (cucire), ecc.

  • In ruegliese è anche molto utilizzato l’apostrofo ad inizio parola e serve ad indicare che si è omessa la vocale precedente (aferesi), come: änbelsò = ‘nbelsò (molto), änwàl = ‘nwàl (uguale), ‘nciarmà (incantato), ‘nkalòw (ardire, improntitudine), ‘nkeu (oggi), oppure negli articoli ël = ‘l (il), ën = ‘n (un). Es.: ‘l-cän (il cane), ‘n-prâ (un prato), ecc.

Ancora, sempre citando P.K.V.:

” Il Ruegliese, ….. , non raddoppia alcun segno dei suoni di sua voce, se non per casi di composizione, come: pit-ti = beccati =, e simili; ed è questa sua proprietà esclusiva, poiché in tutti i paeselli che lo circondano, non è così. A Trausella ed a Vico, al contrario, si fanno sentire quanto mai le doppie. Il Ruegliese sostituisce l’accento al raddoppiamento dei segni dei suoni”

(Pédër Kurzät Vignòt)

 

Questo è vero ancora oggi: Il raddoppio delle consonanti, nella parlata di Rueglio, non esiste e non si fa mai sentire e di conseguenza, anche nella scrittura non viene mai messa una doppia consonante. Anche per quello che riguarda le vocali prolungate, esse non si scrivono mai doppie ma si usa, come visto in precedenza, l’accento circonflesso (^).

Come si noterà, infine, in molti casi, nella scrittura del dialetto Ruegliese, è anche molto utilizzato il trattino “-“. Questo serve a indicare che nella pronuncia delle parole unite dal trattino non ci deve essere discontinuità di suono, cioè le due parole o più devono essere pronunciate come una parola sola; un po’, ma non propriamente, come la “liaison” francese.

A titolo esemplificativo riporto qui di seguito alcuni versi da “La-Kumédgia dl’-Afarîzim” tratta da “Stil Alpin“, che dimostrano come il Vignòt usasse molto questo segno, appunto per pronunciare “d’un fiato” le parole unite dal trattino. Si tratta del dialogo tra Batista e Ciufèndu dove il primo esorta l’altro a prendere moglie e gli chiede se gli mancano i soldi per fare il grande passo. Al che Ciufèndu risponde:

(le parole “legate” dal trattino sono evidenziate dalla sottolineatura)

Ossih! vü ‘m-kapî-gnîn:

A-l-è-pa-‘j-sòt k-a-m-mänka;

j-hù tüt’-awt sëgrîn;

E la-vritâ vér-fränka,

A-l-è la-Spòza, a-dîla,

k-j-änkalu-gnin afrîla.

 

Batista gli ribatte:

Mà… ‘t-gîrlu ‘l-bikukin?!

A-l-è ‘npò treup kurjòza

K-Ciufèndu ‘nkalu gnin

Ciamâr na-fija a-spòza!

e Ciufendu risponde:

Krëzî k’-a-l-è dabùn;           

Da fìji i-su-wèr-bun.

 

I-su mak ën kavagna;

E j-amrìs méj da-mì

Küdîr sü-për-muntàgna

Vìnt vàki tüc-ij-dì,

ke-dîr dvâgn da-na-céta:

i-sî la-mija-diléta.

Oh! si! voi non mi capite:

Non è il denaro che mi manca;

Ma io ho tutt’altro cruccio;

E la verità, proprio per dirla

Francamente, è la sposa,

che non ho il coraggio di violare

 

 

 

Ma … ti gira la bicoccola?!

È davvero un po’ troppo strano

Che Ciufendu non abbia il coraggio

Di chiedere una ragazza in sposa!

 

 

 

Credete, è proprio vero:

Da ragazze io valgo poco;

 

Sono soltanto un buono a nulla

E preferirei, anche da solo,

Sorvegliare su per la montagna

Venti vacche tutti i giorni,

Che dire davanti a un ragazza:

Voi siete la mia diletta.

(da ‘Stil Alpin’ – “ La-Kumédgia dl’-Afarîzim “. pag. 296-298.)

(Pietro Corzetto Vignot – STIL ALPIN – a cura di Dilma Vercellano Formento – Fratelli Enrico Editori, Ivrea – edizione dicembre 1976)

Nota:

Per ulteriori approfondimenti e osservazioni:

https://www.facebook.com/groups/dialetto.rueglio/

su questo gruppo sono graditi gli interventi e le osservazioni di tutti.

Vi aspettiamo numerosi …

Breve Lessico

La parlata Ruegliese è un dialetto, come del resto anche le altre parlate della Valchiusella, povero dal punto di vista morfologico e sintattico e anche carente di termini prettamente astratti, ma per contro è molto ricca di termini concreti per definire tutti gli aspetti della vita, gli usi, i costumi, le tradizioni e gli attrezzi di lavoro utilizzati per l’uso quotidiano.

Propongo ora un breve lessico. Sono parole molto comuni e di facile comprensione, ancora oggi molto utilizzate da quasi tutti i parlanti il dialetto ruegliese; come ci tengo ancora a ribadire, la caratteristica della parlata ruegliese è la pronuncia di ogni singola parola e la particolarità un po’ cantilenante dell’andamento delle frasi. Pensiamo in un prossimo futuro, di unire al presente lessico anche dei file audio che testimonino l’esatta pronuncia di tutte le parole.

 

Da la-tésta aj pé

la tésta

la testa

‘l-kavëj, ij-kavij

il capello, i capelli

la kuwàsa, ‘l-kuwàsi

la treccia, le trecce. “fâsi ‘l-kuwàsi” (farsi le trecce), “kuwasâsi (ij-kavij)” (pettinarsi (i capelli))

l’euj, j’euj

l’occhio, gli occhi

l’urija, j’uriji

l’orecchio, le orecchie

‘l-nâs

il naso

la buka

la bocca

la lèngua

la lingua

‘l-dént, ij-dént

il dente, i denti

la zanzìva, ‘l-zanzìvi

la gengiva, le gengive

‘l-làvër, ij-làvër

il labbro, le labbra

‘l-mur, la ghigna

la faccia, il viso

la masëla

la mascella

‘l-muntùn 

il mento

‘l-keul 

il collo

la spala, lë spali 

la spalla, le spalle

‘l-bras, ij-brès 

il braccio, le braccia

la män, ël-mâgn 

la mano, le mani

‘l-dî, ij-dî

il dito, le dita

l’ungia, j’ungi

l’unghia, le unghie

lë stumi 

lo stomaco

la pänsa 

la pancia

la skëjna 

la schiena

‘l-kûl 

il sedere

l’uzél, ël-pìciu 

organo maschile

la bërgna, la bigiôja

organo femminile

‘l-kujùn, ij-kujügn, ‘l-bali

il testicolo, i testicoli

la gänba, ël-gänbi 

la gamba, le gambe

la kosa, ‘l-kosi 

la coscia, le cosce

ël-zunuj, ij-zunüj

ginocchio, ginocchia

‘l-pulpàs, ij-pulpìs

il polpaccio, i polpacci

‘l-pé, ij-pé

il piede, i piedi (ij dî dij pè  le dita dei piedi)

‘l-garët, ij-garìt

il tallone, i talloni (dâsi ij garìt ‘ntël kûl  darsela a gambe levate)

La famìja e ij parènt.

omën

uomo, marito. “l’omën ‘d-la Dòra” (il marito di Dora), ” ‘l-mé omën”     (mio marito).

fumëna

donna, moglie. “la fumëna ‘d-Giuwân” (la moglie di Giovanni), “la mìja fumëna” (mia moglie).

fijeul

ragazzo. “ke gränt k-a-lé quël fijeul” (che alto è quel ragazzo), ” ‘l-teu fijeul (tuo figlio).

fìja

ragazza. “a-l’è propi ‘na béla fìja (è proprio una bella ragazza), “la mìja fìja” (mia figlia).

pâri

padre. ” ‘l-mé pâri” (mio padre)

pa’, papà

papà

mâri

madre. “la tuwa mâri” (tua madre)

mà, mama

mamma

nonu, popa

nonno

nona, moma

nonna

bârba

zio. “bârba pòs” (zio acquisito).

magna

zia. “magna pòza” (zia acquisita).

nëvò

nipote (il)

nëvòda

nipote (la)

parènt, parènta

parente. “kula fumëna a-l’è ‘nkur na mìja parénta” (quella donna è ancora mia parente)

küzin, küzina

cugino, cugina

kügnâ

cognato, cognata. ” ‘l mé kügnâ / la mìja kügnâ”

pâri mësér

suocero

mâri madòna

suocera

zënër

genero

nòra

nuora

 

La-män e-ij-dî

pòlës

pollice

skunt-dî, indës

indice

dî ‘d-més, tèrs-dî, dî-lunk

medio

dî ‘d-l’anél, spuzarìn

anulare

dî mërlìn

mignolo

zgnaka-pijeuj

schiaccia pidocchi – pollice

frosa j’euj

gratta occhi – indice

gränt-spâ

grande spada – medio

spuzarìn

dito dell’anello – anulare

dî mërlìn

mignolo

 

Tiritéri

(Questa filastrocca si raccontava ai bambini toccando in sequenza le dieci dita delle due mani):

Nüri düri,

tréri quàri,

sìnkuri barìnkuri,

skänzuli mändurli,

nîs e dîs.

( anche questa mentre si raccontava si toccavano le dita):

Manìna Piutìna,

‘nt-èt ‘ndâ?

– A kà dël Frâ.

Ku t-äni dé?

– Pän e lac.

‘n-t-l’ètu bütâ?

– ‘nt-la kàsia furâ.

A-jé pasâ ‘l-gatìn

a-nà mingiâ ‘n-tukëtin,

a-jé pasâ ‘l-gatàs

a-nà mingiâ ‘n-tukàs,

a-jé pasâ ‘l-galüp

a-l’ha rabasâ tüt.TIRITÉRI:

Zgnaka-pijeuj (schiaccia pidocchi – pollice)

Frosa i-euj (Gratta occhi – indice)

Gränt-spâ (grande spada – medio)

Spuzarìn (dito dell’anello – anulare)

Dî mërlìn (mignolo)

(Questa filastrocca si raccontava ai bambini toccando in sequenza le dieci dita delle due mani):

Nüri, Düri, Tréri, Quàri, Sìnkuri, Barìnkuri, Skänzuli, Mändurli, Nîs e Dîs.

 

( anche questa mentre si raccontava si toccavano le dita):

 

Manìna Piutìna
‘nt-èt ‘ndâ:
– A kà dël Frâ.
Ku t-äni dé:
– Pän e lac.
‘nt-l’ètu bütâ:
– ‘nt-la kasia furâ.
A-jé pasâ ‘l-gatìn
a-nà mingiâ ‘n-tukëtin,
a-jé pasâ ‘l-gatàs
a-nà mingiâ ‘n-tukàs,
a-jé pasâ ‘l-galüp
al-la rabasâ tüt.

 

 

Ij dì d-la zmàna

lünës

lunedì

martës

martedì

mèrkul

mercoledì

zeuvës

giovedì

vénër

venerdì

saba

sabato

didumäjna

domenica

 

Agn e mëis

an, agn

anno ,anni

mëis

mese, mesi

 

ij mëjs ‘d-l’an:

 

zënér

gennaio

fëvrér

febbraio

mârs

marzo

avrîl

aprile

maggio

sän-gian, giügn

giugno, ël mëjs ‘d-san-gian (il mese di S. Giovanni)

la-madlëjna, lüj

luglio, ël mëjs ‘d-la-madlëjna (il mese di S. Maria Maddalena)

òst

agosto

stènbër

settembre

utòbër

ottobre

nuwènbër

novembre

zènbër

dicembre

 

Ij Nümër ‘n-Rüvlëjs

(aggettivi numerali cardinali)

1

ün, f. üna

2

dû, f. duwi

3

trëj

4

quàt

5

sinq

6

sés

7

sèt

8

eut

9

nôf

10

dès

11

undës

12

dudës

13

tërdës

14

quatôrdës

15

quindës

16

sëdës

17

disèt

18

dizjeut

19

diznôf

20

vìnt

21

vintün

22

vintedû,

ecc.

30

trënta

40

quaränta

50

sinquänta

60

sesänta

70

stänta

80

utänta

90

nuwänta

100

sènt

200

duzènt

300

tërzènt

400

quat-sènt

500

sink-sènt

600

ses-sènt

700

sèt-sènt

800

eut-sènt

900

nôf-sènt

1000

mìla

2000

dûmila

…, ‘n-milùn, dü-miliûgn, …, ‘n-miliàrt, dû-miliart, ….

es.: 1.256.343.672 = ‘n-miliart-duzènt-e-sinquäntesés-miliûgn-tërsènt-e-quarätetrëjmila-sesènt-stäntedû.

ordinali:

prim, skunt, têrs, quârt, quìnt, sest, setìm, utàf, ka fa nôf, decìm, …

collettivi:

kubja, pêr

coppia, paio. “Ke bela kubja” (che bella coppia), ” ‘n-pêr dë-skârpi” (un paio di scarpe).

duzëjna

dozzina. “na meza duzëjna d’euf” (mezza dozzina di uova).

desëjna, vintëina

decina, ventina.

 

Wêr ij-serni? – a-j-nà srà sté na vintëjna” (quanti erano? ce ne saranno stati una ventina). Wêr-agn arël quäl-omën? – A n’arà ‘na sinquäntëina (quanti anni avrà quell’uomo? – ne avrà una cinquantina)

frazionari:

1/2 – ‘n-més

1/4 – ‘n-quârt

3/4 – trëj-quârt

4/5 – quàt-quìnt.

3/8 – trëj-utàf

J-uri:

Da ‘n-bòt a trëj uri a-s-dovrën ij böit (ka sun ij böit dël cioki) e dopu j-uri:

 

‘n-bòt

‘n-bòt e ‘n-quârt

‘n-bòt e més

dû böjt (bòt) ménu ‘n-quàrt

dû- böjt (bòt)

trëj-böjt (bòt) o trëj-uri

quàt-uri

sinq-uri, ecc.

séz-uri (e gnin sés-uri)

mezdì

mezanöc

E për finîr iv-prupùnu na puwezija ‘n-ruvlëis ‘d-Minku Vigna Punpa (Punpié):

ggjhjh

 

La Bajòna

La pusulâ rùsa

Rasa ‘d-la Val d’Usta

Da Civas a Biéla

A lé sèmpër la pì béla.

La Regina ët-tüti ël batàji

Ké tüti j-àuti a-j-a-riva ët-dumàji

Sël kämp ët-bataia

a mûs, a sbrüfa e sgata

A vèsla a smija nà mata,

Peu a tira via ‘d-lë skurnê

ke tüti j-àuti a sun skapê.

Ma ‘l-padrùn, ka-lè ‘n-brâf marghér,

As-dà ‘n-vänt për ël seu mëstér,

Kun tüc i premi ka l’ha ciapâ

As paga la fnaja sut la travâ.

Ënsèm a-j-àuti a-j fà unòr

Ma a-lé ‘na turciasâ ka tèn pì dël tòr.

Se ‘l padrùn a-lëjsu kila sòla

A duvrëjsu gnänka pì la biròla!

yuiyuyyuy

Minku Vigna Punpjé

Rüvéj – Karlëvâ 2005

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