LA MAGIA E L’URCIAT

LUOGHI MAGICI IN VALCHIUSELLA,

PERSONAGGI DELLA FANTASIA POPOLARE

E LA STORIA DELL’URCIAT ‘T SIMBOLA

Preambolo – L’Uomo selvatico, denominato in gran parte dell’arco alpino Om salvé, nella zona di Cuneo prende il nome di Sarvanot, oppure Sarrage in Val Pellice, e ancora Ums Selvadis nel cantone dei Grigioni nella Confederazione Elvetica, e Dar Sambinelo nella zona di Asiago. In gran parte del Triveneto assume i nomi di Om Salvanec e El Salvanel. In Valchiusella e in altre zone limitrofe si definisce Urciat, mentre in diverse zone del Canavese è l’Om salvaij. La leggenda dell’Uomo selvatico può farsi risalire ai Silvani o Sileni della mitologia grecoromana.

In tutto l’arco prealpino, perciò non faceva eccezione la Valchiusella, esistevano, nell’ubbia credenza popolare di un tempo, personaggi immaginari e inverosimili come le masche e i mascun (una sorta di fattucchiere o maghi maligni), che creavano incantesimi e malefici a chi si trovava sul loro cammino ad una determinata ora, o a chi compiva alcune azioni. Erano, costoro, alle strette dipendenze di messer Belzebù, anzi, a volte si divertiva lui in persona a giocare tiri birboni o addirittura nefasti agli sventurati.

Questi chimerici personaggi, avevano dei loro precisi punti d’incontro e ritrovo: per esempio a Traversella si era convinti fosse il “Truc” che sovrasta il potere di liberare da questi malefici, a patto che il menagramo non avesse superato i confini del paese o il solito torrente Chiusella.

Chi aveva poteri magici, erano solitamente le vecchine solitarie, gli eremiti, oppure i preti che facevano la “fisica”, una vera e propria complicata magia che leggevano e apprendevano su antichi testi in latino.

Ho ancora conosciuto, non molto tempo fa, alcuni anziani i quali giuravano di aver percosso nottetempo un sasso e di aver visto il giorno dopo il prete col braccio al collo, oppure di aver liberato il cane il quale aveva inseguito e azzannato un gatto e per i giorni successivi il prete era stato a letto a curarsi le ferite. Perché questo? Perché i preti avevano, tramite la “fisica”, il potere di trasformarsi in qualsivoglia oggetto o animale.

Ovviamente, il più alto grado d’istruzione dei sacerdoti rispetto alla media della popolazione, legato ai riti religiosi che per alcuni apparivano oscuri sortilegi, avevano diffuso questa falsa credenza.

Si sa che le sciocche superstizioni sono dure a morire!

Molta attenzione dovevano fare le giovani illibate o i giovanotti che andavano a trovare la “morosa” di sera! Erano spesso le prede predilette di masche assatanate.

Se due ragazzi amavano la stessa figliola o se due commercianti erano interessati allo stesso capo di bestiame o ancora, se si voleva concludere un buon affare, esistevano riti scaramantici davvero pittoreschi: uno consisteva nel dare alle fiamme il catenaccio delle mucche e poi bastonarlo con forza (questo serviva a concludere un buon affare), o ancora spargere la propria urina nel fuoco o porre gli attrezzi da lavoro in un certo modo per propiziare il fato. Alcune di queste destrezze, procuravano immensa offesa fisica e morale al concorrente!

Altri “riti”, più strettamente connessi a una superstizione legata a un’idea contorta della religione, ‘conditi’ con singolari filastrocche, erano ad esempio il fatto di gettare il ramo d’olivo alle fiamme e poi ripetere “Santa Barbara e San Simon, guarnene da la losna e dal tron” (Santa Barbara e San Simone proteggeteci dal lampo e dal tuono). Questo si faceva all’inizio d’un temporale per scongiurare la tempesta o i danni che poteva procurare il fulmine.

Occorreva poi tenere gli occhi aperti quando un animale ululante compariva ad un crocevia o su un ponte. Questi non era altro che il diavolo, venuto per fare qualche sortilegio. Allora, i più coraggiosi, gli offrivano una gallina nera perché non vi fossero conseguenze per il paese o per la famiglia.

Altro personaggio fantastico era l’Urciat (vedi nota all’inizio). Questi era un grosso uomo selvatico, molto simile ad un uomo delle caverne sia nell’aspetto che nel modo di vivere (vestiva di pelli e fogliame), ma profondo conoscitore del territorio e dei segreti della natura. Gli Urcit vivevano per molti secoli e se ne stavano fuori dai centri abitati a condurre una vita eremitica, ma senza far male a nessuno. A volte, però, spinti dalla loro smisurata curiosità, si avvicinavano alle case per spiare cosa facevano i paesani, molti dei quali erano spaventati e inorriditi da questi insoliti esseri. Altre volte capitava che fossero i paesani ad essere incuriositi dall’Urciat, come capitò a Meugliano (ma la storia si può adattare benissimo in ogni altro luogo), dove ai confini del paese, nella Bora ‘t Còl, viveva una famiglia la quale era attratta dalla bizzarra presenza di un Urciat che passava sovente verso Simbola. I componenti della famiglia, per  niente spaventati, cercarono per lungo tempo di attirare l’Urciat vicino a casa ponendo delle grosse scodelle colme di latte fresco a distanza sempre più ravvicinata da essa. L’Urciat si fece attirare da quel buon latte e pian piano si avvicinò sempre più alla cascina. Un giorno la buona massaia se lo trovò a faccia a faccia e fu gran spavento per entrambi, ma, sopraffatti da reciproca curiosità, i due si misero a dialogare. Grande fatica per la povera donna comprendere lo stravagante idioma dell’Urciat. Ma tant’è che l’uomo selvatico col tempo si affezionò a quella famiglia che gli faceva sempre trovare latte e tome a volontà.

In cambio di tanta ospitalità, l’Urciat svelava loro i segreti della natura, delle fasi lunari e raccontava di come era quel posto trecento anni prima. Insegnava ai ragazzi come ottenere formaggi migliori e come far produrre più miele alle api. Per aiutare quella famiglia nel lavoro, si offrì anche di portare al pascolo le mucche, che gli furono affidate con gioia. Era per lui un’esperienza nuova e interessante.

Una mattina l’Urciat si presentò nella stalla e disse al contadino che quel giorno non avrebbe portato le mucche al pascolo perché si sarebbe alzato un gran vento, cosa che lui detestava. Il contadino gli rispose che era una bella giornata e che non credeva sarebbe cambiata. Gli rammentò inoltre che aveva portato le mucche al pascolo anche con la pioggia e aveva aiutato a spaccare legna anche sotto la neve, perciò non capiva cosa temesse, proprio lui, abituato a vivere all’aria aperta. Dopo molte insistenze l’Urciat si lasciò convincere e uscì con le mucche. Il contadino non rammentò che si diceva che nei giorni di vento gli uomini sevatici restassero immobili a terra con gli occhi chiusi, come morti.

Verso mezzogiorno si alzò un forte vento di tramontana.  Mentre tutta la famiglia era a tavola per il pranzo, si spalancò la porta e apparve sull’uscio l’Urciat, scuro in volto, il quale puntando il dito contro il contadino disse: «Quando ciova, ciova. Quando neveca, neveca. Ma quando venta è cattiva tempa» (Quando piove, piove. Quando nevica, nevica. Ma quando fa vento è cattivo tempo). Quindi, fece un brutto verso e una smorfia orrenda che terrorizzò tutti. Poi, voltandosi, se ne andò brontolando e da quel giorno non si vece più vedere nella zona.

Eh si! Bisogna sapere che il più grande difetto degli Urcit è quello di essere smodatamente permalosi, facili al risentimento e di vendicarsi delle offese spaventando le persone.

Urciat

Questo particolare della raffigurazione dell’Homo Salvadego, risale al XV secolo e si trova sulle pareti di una casa a Sacco, in Valtellina. Riporta l’iscrizione in latino volgare: «Ego sonto un homo salvadego per natura; chi me ofende ge fo pagura».

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