L’EREMITA DI TALORNO

casa eremitica L’EREMITA DI TALORNO

È una leggenda su un vecchio malgaro ( oppure come si usa comunemente dire, usando un piemontesismo errato, “margaro”),  dell’alta Valchiusella commovente e che lascia spazio a varie interpretazioni.

Su, tra le rupi dell’alta Valchiusella, si narra che sul finire del XIX secolo, un montanaro, il quale, a onor del vero, non era mai stato un tipo socievole, un giorno abbia deciso di dare un taglio decisamente eremitico alla sua esistenza, confinandosi a vivere in una piccola malga appena fuori del piccolo agglomerato di case che formano la frazione di Talorno.

Il vecchio malgaro, il quale aveva tutti i tratti somatici dell’asceta, si estraniò a poco a poco dal resto del mondo e lassù visse per anni col suo cane e con poche capre che gli fornivano il principale sostentamento. L’attempato solitario trascorreva gran parte del giorno in supremo silenzio, osservando con attenzione le condizioni  della natura e cercando di carpirne i segreti arcani. La sua era una perfetta simbiosi con l’ambiente che lo circondava e che egli in realtà conosceva già molto bene, per avervi vissuto fin dalla nascita.

Trascorrendo molto tempo in contemplazione, penetrando con lo sguardo ceruleo ogni elemento circostante, egli forse capiva il linguaggio del mondo vegetale e riusciva a sentirne i nascosti e sottili rumori. Udiva probabilmente l’impercettibile fruscio del crescere dell’erba o lo sbocciare d’un fiore e dialogava col vento il quale gli raccontava d’un universo lontano che egli non conosceva affatto.

Lui era lassù, nella sua baita e il mondo continuava a ruotare.

Gli unici contatti che aveva con gli altri uomini, consistevano nelle rare, brevi visite che alcuni valligiani, consci del suo immenso sapere, compivano presso lui per chiedergli consiglio sulle erbe e sui loro impieghi o sull’evolversi della stagione meteorologica. Pur conducendo una vita da misantropo, egli era uomo affabile e cortese con tutti i suoi visitatori, i quali si congedavano da lui non solo col prezioso consiglio da loro richiesto, ma con una pace dell’anima indicibile, capace di sollevare i loro cuori dai quotidiani e dolorosi crucci.

Tra i suoi visitatori v’era, di tanto in tanto, anche il pio prevosto di Fondo. Un pomeriggio mentre si trovava presso la malga del vecchio eremita, il quale gli aveva appena fatto conoscere un ranuncolo chiamato “Botton d’oro”, il buon sacerdote ebbe il coraggio di fare ciò che da tempo aveva in cuore. Vestiti i suoi panni di capo spirituale di quel piccolo raggruppamento di borghi montani, e rivoltosi al suo serafico interlocutore, lo rimproverò bonariamente di estraniarsi troppo dal mondo e soprattutto di non recarsi mai alle funzioni religiose in chiesa.

L’anziano eremita significò al suo parroco che egli aveva come tempio la natura, i prati, il cielo e però, stimando opportuna l’osservazione del presule e non dandogli tempo di controbattere a quella sua affermazione, gli promise che la domenica successiva lo avrebbe avuto nella chiesa di San Bernardo per la Messa Grande, tra i suoi fedeli.    E così fu.

La domenica successiva, tra gli sguardi increduli dei praticanti di Fondo, l’imponente figura del “Vejo armitta”  (vecchio eremita in dialetto locale), dopo aver valicato il settecentesco ponte sul Chiusella, si diresse verso la chiesa e ne varcò la soglia, fermandosi con contegno composto e devoto sul fondo dell’unica navata.     La funzione iniziò.

Il prevosto, rivolto verso la mensa sacra recitò: «In nomine Patris, et filii er Spiritus Sancti. Amen.  Introibo ad altare Dei» il popolo rispose: «Ad Deum qui lætificat juventutem meam».

Assorbiti dal rito, più nessuno fece caso al vegliardo eremita fin verso la fine della funzione quando, per primo, un bambino voltandosi verso l’uscio per guardare fuori, richiamò con una acuta esclamazione di meraviglia l’attenzione dell’assemblea orante … e quale fu lo stupore del celebrante medesimo, quando, voltatosi per l’«Ite Missa est», vide quel che lui stesso definì un prodigio, un evento soprannaturale.

Il lungo mantello nero che l’eremita si era tolto al suo ingresso in chiesa, stava appeso ad un raggio di sole che filtrava da un finestrone della volta.

Dopo il congedo, che il prete enunciò con molta difficoltà, il buon vecchio riprese la sua gabbana e uscì incamminandosi col suo cane che lo aveva puntualmente aspettato sul sagrato, riprendendo la strada di casa.

Lo scampanio della campana non riuscì a coprire il gran vocio che si faceva per tutto il paese: ognuno era pieno di sbalordimento.

Riuscì ad interrompere le chiacchiere solo la voce concitata del giovane Giacolino, il quale era venuto giù a rotta di collo dalla Bocchetta delle Oche per portare a tutti una notizia ancora più stupefacente. Egli garantiva di aver visto alcune ore prima, nel chiarore dell’alba, il vecchio eremita con al seguito il suo cane e il piccolo gregge, salire velocemente verso il Monte Marzo, oltrepassarne la punta e perdersi allo sguardo, lontano nel cielo, fino a scomparire come inghiottito dall’azzurro.

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