ABBONDIO CHIALIVA

LA SAGA DEI CHIALIVA

(VILLA TANZINA DI LUGANO, NEL XIX SECOLO

APPRODO DEI PROSCRITTI POLITICI

E DEI LETTERATI)

 

“Nella vita pubblica chi userà sincerità, raccoglierà sciagure”. Questo è un aforisma tratto da una lettera vergata agli inizi del XIX secolo dall’avvocato Giuseppe Chialiva.

Uomo fiero ed austero ma assai affabile, Giuseppe Chialiva nacque a Traversella nel 1761, si laureò in legge a Torino intorno al 1785 e svolse gran parte della sua attività come giudice del mandamento di Vico.

Dopo la restaurazione del potere dei Savoia e la riforma voluta da Vittorio Emanuele II che aboliva le libertà concesse dal governo francese, l’avvocato Chialiva si adoperò, assieme all’avvocato Bovio di Brosso, per tenere in piedi  la giudicatura di Vico. Ciò gli costò una lunga diatriba con l’amministrazione comunale di Traversella che si dimostrava contraria.

Uomo indomito ma finemente attento e sottile, partecipò ai moti del 1821, trovando il modo di non apparirne mai direttamente implicato: ad una riunione di congiurati tenutasi a Vico, in casa di Gian Giacomo Domenico Bertarione per discutere sul fallimento del primo tentativo dell’insurrezione, egli non espresse mai il suo punto di vista fino a quando, richiamato dai convenuti, ebbe a dire risolutamente: «Troppo tardi, amici, per i pareri; avete lasciato scappare il merlo dalla gabbia e con lui sono fuggite speranze e costituzioni».

Tradito dai suoi compaesani che l’avevano in uggia, tra le altre ragioni per la questione del mantenimento della pretura di Vico, nel 1822 fu accusato, assieme al figlio Abbondio, di tradimento e abuso di potere e venne raggiunto da un mandato d’arresto la cui esecuzione fu favorita dai compaesani.

Fu prelevato dai gendarmi nel momento in cui si trovava nel suo studio, mentre il figlio, che era nella stanza accanto, riuscì ad infilarsi nella canna del camino e a scappare per i tetti.

Caricato su di un carro aperto per essere esposto al pubblico ludibrio e passando per Drusacco e Vico, fu condotto alle torri di Ivrea.

Appena uscito dall’abitato del suo paese, invitato a girarsi per guardarlo un’ultima volta, non volle farlo e aggiunse che sarebbe stato meglio se non l’avesse mai visto.

In seguito all’intervento di alcuni potenti amici di Torino, fu scarcerato e venne da loro ospitato nella capitale subalpina, ove morì pochi mesi più tardi.

Poco prima, quasi come una sorta di testamento, aveva mandato all’avvocato Gian Giacomo Domenico Bertarione di Vico un memoriale nel quale descriveva il tradimento dei suoi compaesani e la sua prigionia che egli introduceva così: “Se hai ancora cuore in petto, l’inclusa che leggerai ti commuoverà: addio! Sii forte quanto disgraziato, io dove posso estendermi per un amico stimato, amato ed infelice ti comproverò che son sempre Chialiva”.

Si disse di lui che sapeva a memoria le storie di Tacito e che ciò incise sul suo stile epistolare conciso e lineare.

Rimangono a sua reminiscenza alcuni trattati giuridici come: “Progetto legislativo in materia di successione”; uno scritto di forte matrice liberale e riformista.

L’unico figlio maschio di Giuseppe Chialiva fu il notaio Abbondio, nato anch’egli a Traversella nel 1800, fu ben presto nominato segretario comunale di tre comuni: Traversella, Valchiusella e Trausella.

Dopo l’arresto del padre, nel 1822, fuggì in Spagna, dove influenti amicizie gli fecero ottenere un sussidio di trecento lire mensili e lo incitarono a cercare fortuna in America. Egli però volle rimpatriare appena possibile.

Nuovamente in valle scrisse al suo amico Pietro Giuseppe Fontana Rava di Vico (soprannominato Sor Pero o Pero matas), una volta segretario della giudicatura e del comune di Vico ed ora in Spagna per combattere nei moti rivoluzionari: «Sentirai sussurrare cospirazioni, rivolte in Italia: persuaditi che io conosco il suolo e la stagione in ci troviamo e che il destino non ci sorride ancora e senza gravi ostilità di una primaria potenza contro l’austriaco odiato, tentando peggioreremo la condizione; il ’21 è lontano allora v’erano materiali bastanti per organizzarci e resistere, il tradimento e l’imperizia ci trascinarono nell’abisso. I nobili predominano sempre, ma essi si salvano in ogni occasione e noi, che abbiamo altro titolo alla nobiltà che quello di amare la patria e la libertà, ci rimettiamo tutto». – 1827 –

«In Torino vi sono società cui io apparteneva eminentemente, ma i pranzi e i piaceri erano i primi, le virtuose azioni dopo; uno scudo per un banchetto, dieci soldi per soccorrere un infelice amico; io feci il possibile e sai che non sono negligente o timido quando si tratta della causa, per organizzare una cottizzazione per gli emigrati sofferenti; finirono per levarsi le mie importunità con accusarmi al Ministero, e senza un’anima ben nata ed un poco di finezza, non l’avrei passata senz’acqua calda». – 1828 –

«Se Collegno e tutti i nobili influenti che gridarono sempre così forte avessero avuto ed avessero pure più amore di patria che colpevole ambizione, non esito assicurarti che vedressimo tra breve assieme la nostra bella patria; ma che vuoi? Li privati interessi hanno ed avranno sempre le redini delle cose umane. Basta per darmi ragione leggere l’opuscolo impertinente del pusillanime Palma, il quale dei liberali d’Ivrea è il solo che avesse sete di denaro e d’ambizione, il solo che abbia fuggito al momento di qualche pericolo». – 1828 –

Dal canto suo, le lettere di Pero matas erano della stessa matrice. Egli scrive a Chialiva da Burgos: «Ho saputo che ho combattuto contro l’amico Carlo (Carlo Alberto di Savoia n.d.a.), e mi spiace di non averlo incontrato nella mischia per chiedergli notizia di quella certa Costituzione».

Sempre in valle, sulle orme del padre, intraprese con fermezza le battaglie per i valori e gli ideali in cui credeva. La sua più importante campagna la avviò per rivendicare l’indipendenza di Traversella e per esigere i diritti d’escavazione sulle miniere, azione che avrebbe portato al paese un notevole benessere economico. Il suo destino fu simile a quello paterno: fu lasciato solo nella lotta e addirittura vessato dai compaesani che lo fecero destituire dalla sua carica per intervento del re.

Fu così che, nel 1828, addolorato per questi eventi che si aggiungevano allo spregevole servizio reso al padre, lasciò Traversella giurando, e in seguito mantenendo la promessa, di non tornarvi mai più perché, a sua detta, gli era odioso respirare la stessa aria di certi suoi nemici.

Partì dunque per la Francia attraversando il Gran San Bernardo per andare  a Lione a salutare il suo amico Sor Pero. Anni dopo raccontava il famoso drammaturgo Giuseppe Giacosa di aver letto questa frase di Chialiva sul libro dei viaggiatori del Gran San Bernardo, datata aprile 1828: «In secundis time, in adversis spera! Veras divitias eripit nemo» (Nella prospera fortuna, temi, nell’avversa, spera! Nessuno ci toglie le vere ricchezze).

Facendo poi tappa in Gran Bretagna, si recò in Messico ed in seguito fu anche in Perù e negli Stati Uniti come corrispondente di due giornali francesi: ‘Revue Encyclopédique’  e  ‘Journal du Commerce’. Contemporaneamente scrisse anche articoli sui rivoluzionari del 1821 per il   ‘Quotidienne’ e per la ‘Gazzetta di Francia’.

Ciò che si ricorda maggiormente del suo soggiorno americano è il fatto di aver lavorato nelle miniere delle Ande, forte della sua esperienza valchiusellese, e là di aver trovato una vena aurifera che gli procurò una enorme ricchezza.

Nel 1836 tornò dall’America ma fece solo una breve tappa in valle per salutare i parenti e, rifiutandosi di mettere piede a Traversella per essere fedele alla sua antica promessa, fissò loro appuntamento a Vico. Non volle saperne di restare nemmeno in Piemonte; pare che abbia ripetuto ostentatamente la frase dell’esule condottiero romano Camillo: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».

Si stabilì in un primo momento a Caslano, dove nel 1842, dall’unione con la sua compagna di origine messicana Maria Medina, nacque il figlio Luigi (dapprima studente e poi insegnante all’Accademia di Brera e famoso pittore paesaggista morto a Milano nel 1914) e in seguito si trasferì a Lugano ove acquistò la prestigiosa villa Tanzina. Questa villa nel ‘700 era stata di proprietà del conte milanese Francesco Tanzi, il quale l’aveva lasciata in eredità a padre Filippo Bianchi che a sua volta la trasmise ai nipoti Benigno e Giovanni da cui l’acquisì Chialiva.

L’imponente edificio sorgeva sulla sponda occidentale del lago e il suo vasto parco, comprendente due vitigni, confinava con villa Malpensata. Era formata da tre costruzioni (due ali e un’ampia veranda di comunicazione) e dalle scuderie.

L’abitazione signorile possedeva un’ampia baia sul lago con porticciolo che Chialiva rese più sicuro costruendo un grande muro. Questo fu motivo di attrito col municipio assieme alla questione di certi alberi fatti piantare del nuovo proprietario che non garbavano alle autorità comunali. Tutto ciò valse a procurargli la fama di prepotente e attaccabrighe.

Nel giardino, Chialiva fece erigere un tempietto dedicato e George Washington, nel quale collocò un busto da lui acquistato in America opera di uno scultore francese seguace di Lafayette.

Ma la peculiarità di villa Tanzina non è tanto la sua sontuosità, quanto il fatto di essere stata per anni, grazie ad Abbondio Chialiva, rifugio di esuli politici e di illustri letterati.

Erano abituali ospiti: Carlo Cattaneo (1801-1869) il rivoluzionario, filosofo ed economista che, nel 1848, fu alla testa dell’insurrezione nota col nome di Cinque Giornate di Milano; Giuseppe Mazzini (1805-1872) l’apostolo del Risorgimento; Silvio Pellico (1789-1854) martire, contestatore e scrittore; Mariano Fogazzaro, patriota, col figlio Antonio (1842-1911) romanziere e novelliere tra i più importanti nomi della cultura letteraria italiana.

L’elenco potrebbe continuare con nomi a noi oggi meno noti, ma che all’epoca erano in evidenza.

A villa Tanzina, ospite del saggio e prodigo traversellese e ricevendo da lui pareri e finanziamenti, Mazzini, che amava rimirare il lago

stando all’ombra della colossale wellingtonia (grande sequoia), preparò la rivoluzione di Milano del 6 febbraio 1853.

Mazzini annota sul suo diario: «Godo il magnifico lago, che mi culla con le sue calme e gli splendidi solenni tramonti, pieni di speranza e maestri di morte».

La figura autorevole di Abbondio Chialiva, è descritta da Nino Bazzetta Vernenia nel suo “Luci e penombre in Lombardia” e da Tommaso Gallarati Scotti nel suo “La vita di Fogazzaro”.

Antonio Fogazzaro stesso, colpito e affascinato dall’ormai vecchio Chialiva, a lui si ispirò fino a trasporne la figura in quella del conte Ormengo, personaggio del suo romanzo “Malombra”.

Dopo la perdita della vista e in seguito all’annessione della Lombardia al Piemonte, Chialiva si trasferì col figlio a Milano e soggiornò alla Tanzina solo più d’estate fino al 1865. In quell’anno vendette la sua residenza, comprendente mobili antichi, oggetti d’arte e una biblioteca di duemilacinquecento volumi, per centomila franchi alla vedova del londinese Moses Nathan, Sarah, alla quale si deve la collocazione di un busto dell’amico Mazzini nel parco.

A Milano Chialiva, che non aveva perso l’amore per gli ideali sognati da giovane, propugnati in età matura e di cui, da vecchio, attendeva l’attuazione, si spense il 31 dicembre 1870.

Poté ancora avere notizia della breccia di Porta Pia, atto finale dell’unità d’Italia, cui partecipò anche il suo conterraneo Vincenzo Piana di Novareglia (detto Cencio), che era stato nelle camicie rosse di Garibaldi e che, con la sua divisa volle essere sepolto.

Noi abbiamo oggi la funzione di ricordare i fatti, i personaggi e i luoghi.

Villa Tanzina fu demolita nel 1908 per allargare il lungolago e per aprire il passaggio al parco di villa Paradiso.

Attualmente restano solo la veranda che collegava i due edifici principali che è incorporata nel ristorante Molino Nuovo, il tempietto di Washington e il parco, facente parte dei giardini pubblici nei quali è ancora viva la wellingtonia che domina con la sua imponenza e che ogni primavera riprende vita e ridà vita alle antiche memorie e ad uno stralcio di storia d’Italia, la quale vede un’altra volta la piccola valle prealpina solcata dal torrente Chiusella avere un suo ragguardevole ruolo.

 

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