BERNARDO BOVIS

Bovis ricordino

BERNARDO BOVIS

Bernardo Natale Leonardo Bovis è nato nella cascina di regione Frant a Meugliano il 6 novembre 1928, primo figlio di Mario Bovis e Iolanda Allazetta. I suoi amici lo hanno sempre chiamato familiarmente Natalino, come il nonno.

Ha compiuto gli studi elementari a Meugliano nella scuola del maestro don Giuseppe Rivara e poi ha proseguito nel Collegio Vescovile di Ivrea.

Dopo il diploma, ha iniziato la carriera di insegnante elementare nel 1949 nella scuola di Inverso (frazione di Vico), accanto a don Giovanni Pellerej.

Nel 1955 ha ottenuto la cattedra alla scuola elementare di Vico Canavese.

Nel frattempo ha intrapreso il corso di laurea alla facoltà di lettere di Torino, conseguendo il dottorato negli anni ‘70. Da quel momento in poi, ha iniziato a insegnare italiano, storia e geografia nella Scuola Media “Giacomo Saudino” di Vico, fino al collocamento a riposo avvenuto nel 1988 .

Si è sposato con Ida Sofia Antonia Gmeiner il 12 aprile 1958 ed ha avuto tre figli:

i gemelli Gianni e Mara (1959) e Carmen (1961).

Ha al suo attivo diverse pubblicazioni:

 “Antico sole di Valchiusella” (scritto col suo fraterno amico e collega don Silvio Margherio),

Incisioni rupestri in Valchiusella” (redatto con Riccardo Petitti)

La val dij nost vecc” (redatto assieme a don Margherio, ai professori Teresina Quilico e Nicola Lauria e agli alunni delle classi terze della scuola media di Vico dell’anno 1984/85).

 “Una valle per viverci” e “Addio Valchiusella”. Questi ultimi lavori elaborati da solo, sono il più delicato e immenso regalo che Natalino Bovis abbia fatto alla sua valle, alla sua gente.

Ha collaborato inoltre con diverse prestigiose riviste  di storia e natura tra le quali “Canavèis”.

È deceduto all’Istituto Sant’Antonio da Padova di Vico Canavese alle ore 9 mattutine del 20 settembre 2008.

 Bovis scolaresoca

Come riconoscimento alla sua persona e all’opera di ‘acculturamento’ svolta, pochi mesi dopo il suo decesso il comune di Vico gli ha intitolato la biblioteca civica sita nella frazione di Drusacco.

Se, planando dal vortice dei tuoi sogni iridescenti, ti curverai sino al livello in cui io mi dibatto, foglia d’autunno caduta dall’albero dell’esistenza che la terra reclama e attira a sé per ricavarne nuovi germi di vita, dalla sua dissoluzione finale, con un ultimo soffio di voce, ti dirò: «Fa’ che i tuoi sogni siano sempre alti, come i voli dell’allodola; lascia il fango ai porci ed ai lombrichi. Scegli la perla! Ama la luce e fa’ che il tuo cuore ne trabocchi, come la stilla di rugiada nel mattino, che corona lo stelo d’erba nel tuo prato, più splendida del diadema d’un re.

Ricordati che l’Amore è Vita e che la Vita è Amore».     Bernardo Bovis

Alberi

di Bernardo Bovis

Noi come alberi

Che folate di vento fanno gemere

e abbracciano in vortici di valzer.

Noi come alberi

che levano le chiome verso il cielo

affondando le radici in una terra

che è impasto di sangue e di memorie

nei profondi anfratti misteriosi dell’anima.

Noi come alberi

beviamo gli ori e i rubini dei tramonti

e ascoltiamo le nascoste risatine delle stelle.

In noi ogni primavera fa sbocciare

lieve rugiada di sogni

i cui petali planano nell’aria.

Noi come alberi

radicati nel suolo,

protesi all’infinito

nati da un’alba che è mistero

avviati a un porto di tenebre.

 

Quella che riportiamo di seguito è la lettera inedita che, già in pensione, scrisse ai suoi alunni.

 

Cari alunni, ovunque siate …

                                               Nella mia carriera d’insegnante, ho avuto parecchie generazioni di alunni e alunne, ai quali torna irresistibilmente il mio pensiero e che tutti quanti sono presenti nel mio cuore.

Purtroppo molti di loro sono già stati rapiti dalla morte e attendono questo loro ex insegnante nell’aldilà.

Alunni vicini e lontani, vivi e morti, popolano di notte i miei sogni, sottratti al fluire inesorabile del tempo, fissati per sempre in momenti della loro fanciullezza o adolescenza, quando vedevo passare nei loro occhi gli sciami delle speranze che li sospingevano al largo, verso il mareggiare dell’esistenza, la quale li avrebbe temprati con delusioni, amarezze, disinganni.

Quante volte mi chiedo se io abbia saputo a sufficienza temprare le loro ali ad affrontare le tormente e le burrasche del vivere! Ho cercato, sì, di farlo, ma forse ho peccato di presunzione e, se essi hanno provato cocente la delusione nell’affrontare un mondo e una realtà così diverse da quelle che avevo loro prospettato, con uno spirito da don Chisciotte ingenuo e sprovveduto, me ne sento in pieno responsabile, come se avessi tradito la mia missione e il mio compito.

Mentre mi preparo al congedo con la vita, carissimi miei ex alunni, il mio pensiero corre a voi tutti, alle vostre famiglie, ai vostri figli e nipoti.

Un grande senso d’affetto tutti quanti vi accomuna e mi duole molto il pensiero che la nostra società e l’Italia, in cui vi tocca di vivere, non risponda per nulla alle vostre aspettative e stia dando uno squallido esempio d’un Paese allo sbando, dove l’apparenza si sostituisce alla realtà,dove il potere viene esercitato con arroganza e avidità, dove le leggi e la giustizia spesso sembrano inflessibili con chi è debole, mentre si lasciano addomesticare dal prepotente di turno.

Tanti cari saluti, alunni della mia vita, che io ho preso ad amare tutti quanti, come se foste miei figli _ figli non delle mie povere carni, ma della mia anima.

Iddio vi accompagni e vi conceda di vivere giorni migliori degli attuali!

 

ALCUNE SUE POESIE.

 

DOLCISSIMA SORELLA ….

 

Dolcissima sorella,

che gli altri chiamano morte

ed io considero come la mia vita vera,

ho avvertito il tuo alito fresco

sulle mie guance ardenti.

Attendo con ansia da anni

che mi stampi sulla fronte il tuo bacio

con labbra odorose d’infanzia,

d’amore, purezza e di pace.

Mi sei sempre accanto, lo so,

ma come tutte le belle cose sei schiva e ritrosa.

Vuoi farti corteggiare e ti ritrai,

quando protendo a te le mie braccia.

Eppure so che verrai,

in punta di piedi e in silenzio.

Con le tue dita diafane e fresche

stringerai la mia fronte e i miei occhi

come fanno nel loro gioco le fanciulle

nella dorata stagione dell’infanzia.

Mi porgerai la mano, sorridendo,

e scuotendo i tuoi capelli di tenebra.

E io ti seguirò, in un vortice di luce,

superato il breve tunnel di ombra.

E la luna di lassù accenderà

forse una sera,

al primo canto dei grilli

di luce la collina.

Ti prego soltanto

lascia impressa nel mio sguardo e nel cuore

l’immagine d’un piccolo angelo biondo,

che l’amore e il dolore vi hanno inciso.

Non cancellarla, ti prego.

E’ stata la mia ultima ragione di vita.

Mi accompagni come ultimo viatico, quando io ti seguirò,

dolcissima sorella,

nelle misteriose regioni dei morti.

 

 

QUANDO PIU’ NON CI SARO’……

 

Quando più non ci sarò,

continuerai a udire la mia voce

solo che tu lo voglia.

La udrai nello stormire d’una foglia

la sentirai nella fragranza dell’albero in fiore,

nel mormorio del ruscello (di montagna),

nel palpito più segreto del tuo cuore.

Quando fisserai il sorriso incantato del mattino,

in esso ti guarderò e ti sorriderò.

Quando rapita ascolterai

le soavi melodie d’un uccellino

sappi che con il suo trillo d’argento

sarò io a parlarti ancora

come facevo un tempo lontano,

quando non avevo che una bocca,

per comunicare con te,

mentre non ci sono più limiti ora

alla mia possibilità di raggiungerti

grazie al profumo acuto d’un fiore

anche a un soffio di vento

nei raggi di sole a te verrò, tesoro,

e servendomene come di mani accarezzerò

come facevo di sera – ricordi?-

i tuoi dolcissimi meravigliosi capelli d’oro

e non dovrò più soffrire gli adii

e il crudele tuo staccarti da me.


 

FINALMENTE LIBERO.

 

Finalmente libero,

da questo corpo mortale, che mi opprime,

piccola dolce creatura, che amo,

sangue del mio sangue,

potrò esserti sempre vicino,

bearmi della tua grazia innocente,

asciugare, non veduto, le tue lacrime,

sorridere ad ogni tuo sorriso.

Quando più presto verrà

quell’ora sia benedetta,

in cui, cara Jessica perderai,

un vecchio nonno stanco e deluso,

per ritrovarti il suo spirito eternamente accanto,

a vegliare sui tuoi passi.

Quando si ama una creaturina come te,

dell’amore, che mi brucia,

e si è vecchi, stanchi e impotenti

a lottare contro il male del mondo

e contro la propria senile debolezza,

non rimane che un desiderio:

quello di sciogliere il nodo, che ci lega

a queste vecchie carni,

per innalzarsi verso il sole

e farlo risplendere, più limpido e puro

sui tuoi biondi capelli

per tuffarsi nel cielo

e stemperarne l’azzurro nei tuoi occhi bellissimi.

Ti sussurrerò, nel sogno, la fiaba

che tanto amavi sentirti ripetere

e forse, il tuo visino avrà un rapido sorriso,

sentendomi a te vigile accanto.

 

VITTORIO GIONO BONVIN.

 

I fianchi dei miei monti erano bianchi

ancor di neve, quando li ho lasciati,

perché anche per me è suonata la diana,

che chiama a rapporto per il lungo viaggio.

Questi miei monti quanto io li ho amati

così come ho amato il buon vino e l’allegria.

Mi chiamavan – lo so – il “piccolo alpino”,

per la mia statura un po’ modesta.

Ma dell’alpino avevo il passo misurato,

il carattere schietto e assai cordiale.

Or quassù mi ritrovo in buona compagnia

E tanti amici alpini ho ritrovato,

appena varcato il cancello di San Pietro.

-Alpino Giono, faccia un passo avanti

e venga qui subito a rapporto!-

E il  “piccolo alpino” scatta sull’attenti.

Porta una mano al cappello nel saluto,

finché, avuta licenza del “riposo”,

si unisce ai camerati venuti ad aspettarlo.

 

LA BAMBINA MORTA DI HIROSHIMA.

 

Sono di Hiroshima e là sono morta

tanti anni fa.

Tanti anni passeranno.

Ne avevo sette allora.

Anche adesso ne ho sette

perché  i bambini morti

non diventano grandi.

Avevo dei lucidi capelli.

Il fuoco li ha strinati.

Avevo dei grandi occhi limpidi.

Il fuoco li ha fatti di vetro.

Non chiedo più nulla.

Nulla per me.

Nemmeno lo zucchero.

Ad un bambino bruciato

come una foglia secca

non serve.

Uomini, fate che nel vostro futuro

il fuoco più non divori i bambini

e possano sempre rubare lo zucchero.

 

 

ALI DI FIAMMA

 

Avevi ali di fiamma.

Primavera, quando tornavi

a dipingere il tuo volo sul mondo.

Una fiamma, che consumava,

insieme con le stoppie dell’inverno,

anche i tetri pensieri,

che facevano il nido dentro i cuori

simili a neri, cupi

stormi di corvi.

Sei tornata, Primavera,

a irradiare la tua luce nel mio animo

con i fiori, che hai gettato a piene mani sopra i rami

e negli sguardi sognanti dei fanciulli.

Avrà ali di fiamma

anche quella che aspetto da una vita

perché doni pace a questo cuore

e mi ricongiunga finalmente con lei,

a cui sono debitore del mio sangue!

 

DOLCE MORTE

 

Soltanto fra le tue braccia spegnerò

l’arsura atroce del mio cuore,

dolce Morte pietosa, quando accorrerai

a metter fine a una vita che è dolore.

Verrai a me con gli occhi di mia madre,

resi più profondi dalla lunga attesa.

Essa mi sfiorerà il volto con la mano

che sopiva i miei terrori di fanciullo

e spegnerà in me l’ultima fiammella d’energia

ridotta ormai al lumicino.

Ma non cancellerà nei miei occhi l’immagine radiosa

D’un dolce visetto di bambina.

Essa scenderà con me nella tomba

e mi sarà viatico pel lungo viaggio.

 

 

QUANDO DI NOTTE

 

Quando di notte latrano i cani

su fili d’erba oscillano

tutti i nostri contrastanti desideri.

E sono frecce d’argento

lanciate dai prati rugiadosi del mondo

verso le pareti del globo

appannate da un alito di stelle.

Figlie della Notte, che in sé cela frutti d’oro,

vegliate, Esperidi, a guardia d’un giardino,

più remoto assai dei vaghi astri dell’orsa

dal quale ci assale nostalgica

l’eco di un canto.

Dolce come una nenia d’infanzia.

Violento come l’amore.

Placido come la morte.

Quando di notte latrano i cani,

alzo al disco della luna violato

spirali di sogno e di silenzio.

Da esso effonde un suo riso spettrale

e ci scruta la Medusa del destino

con i suoi sguardi agghiaccianti.

Nel calice d’un fiore

investito da un alone di luce

già pulsa la morte

come nel tuo corpo di carne,

a cui tendo le mani,

per spegnere la mia sete ardente.

Goccia d’argento

palpitante nel muschio

nero della notte incombente

è la scintilla scoccata

dagli abissi del tuo sguardo

verso le mie labbra protese

verso la mia anima stanca.

 

 

 

NINNA NANNA PER UNA BAMBINA ADORATA.

 

La notte ha disteso i suoi veli.

Su te sorridono i cieli

pieni d’un brivido d’astri.

La luna insegue le nubi

che sono agnellini pascenti.

Nel sonno pensieri innocenti

forse ti sbocciano in cuore.

Hai tanta sete d’amore

e già tanto t’ha provato la vita.

S’anche tu mi dessi ferita mortale,

scordandomi o cessando d’ amarmi,

io so che dovrò rassegnarmi

e se pure con la morte nell’animo

continuare a vivere e a benedire

chi lentamente mi dona la morte.

Giunto del Regno alle porte,

mi volgerò indietro ancora a cercare

una piccola bimba, che amava suo nonno

e lo seguiva per lunghi sentieri nel sole

nei giorni in cui questo amore

era un bocciolo di vita

per chi ora altro non sogna che andare.

 

SE TORNERAI

 

Se tornerai nella radura dell’infanzia,

dove imitavi la voce del cuculo,

una carezza si poserà sui tuoi capelli

che hanno il colore delle spighe là nei campi,

quando le indora il sole dell’estate.

Una folata di vento

Oppure la mano del nonno?

Quando già l’avrà colto il lungo sonno,

quella radura fra gli alberi di tasso

resterà un santuario del passato.

Ci troverai il tuo io di bambina,

a fare capolino di fra i tronchi

e lo strillo della tua voce argentina

spezzerà la cappa del silenzio

là dove anche il tempo s’è formato.

E a te attorno udrai battere ancora il cuore

Di chi tanto, tanto ti ha amato

Trasformato nel ritmico martellare

del picchio.

 

LE CINQUE SORELLE

 

Nella trama nera dei vostri rami

contro l’azzurro cielo invernale

s’impigliano i miei pensieri

e sono stormi d’uccelli in volo

verso l’oro dei giorni morti.

Si trasformano in capelli biondi

che ofrii un giorno al Cristo in croce,

che dall’alto allarga le braccia

come a stringere a sé tutto il mondo.

Oh, cari pioppi stormenti d’estate,

accanto al rio che ora è roco.

A voi alzo lo sguardo e voi mi guardate.

Mi dite. “Non sciupare il tempo,

che è ormai poco”.

 

LA’ DOVE SPUNTA IL GIORNO.

 

Lassù dove spunta il giorno

sulla radura della collina

sotto un cielo spumeggiante di luce

le creature del bosco intrecciano danze

a festeggiare il risveglio della Dea

che ha ripreso il suo cammino

sulle strade del mondo.

La Vecchia ha perso i suoi denti di ghiaccio

e nei ruscelli che tornano a riflettere il cielo

Nantosuelta, la ninfa abitatrice delle acque,

scioglie i suoi luminosi capelli.

Ha raccolto la prima viola

che apriva la sua timida boccuccia

anelando a una stilla di rugiada

e ha avvertito tutt’ attorno il respiro

della madre di tutti i venti

che abita nell’acqua e nella pietra,

nella tomba, nella caverna e nella culla.

Che striscia col serpente fra i cespugli

guizza fra i pesci dello stagno

e vola alta nel cielo in forma di colomba.

Il monte e la collina sono parti di lei

e gli alberi ed i fiori spuntan dal suo corpo.

Nei ruscelli Nantosuelta scioglie i suoi capelli di luce

dove presto anche le mie ossa, come seme,

attenderanno la rinascita.

E sulle mie ceneri spente

un volo di farfalle, nel sole,

celebrerà il trionfo della vita

che non s’ arresta, ma continua

nel filo d’erba, cresciuto sul mio tumulo,

nelle acque scroscianti giù a valle,

nei lenti giri del falco su nel cielo,

solcato da candide trine di nuvole

dove le nubi fanno il girotondo.

 

STELLE FREDDE E LONTANE….

 

Stelle fredde e lontane

a noi ammiccanti dai fondali

di incommensurabili abissi

vaghe e incantate fanciulle

come  quelle a noi apparse nei remoti

dolcissimi sogni

della nostra acerba giovinezza.

Principesse, falene dal sorriso di velluto

infilzate con spilloni crudeli

su uno sfondo di raso tutto azzurro

certo dalla mano d’un orco.

Esse attendono il magico istante,

in cui valicando la soglia che ci attende

restituiamo loro la vita, canto e danza

nel vortice di musica che il cosmo.

VA’ SERENATA NINNANANNA!

 

Và serenata ninnananna

ad un piccolo angelo biondo,

che ha avuto il cuore ferito

da tutto il male del mondo.

Mia dolce ninnananna,

vola in un sussurro,

verso il lontano mare azzurro

che splende negli occhi incantati

della mia fata bambina.

Và, serenata ninnananna,

e accendi fiammate di gioia

sulle ali delle farfalle

che inseguirà stanotte nel sogno

il mio passerottino lontano

da questo cielo montano,

dalle mie braccia e dalla mia valle.

UNA CAROVANA IN MARCIA.

 

Ecco la Croce del Sud.

Cammelli che avanzano.

Contro il cielo d’un limpido viola

E il vento porta profumi

dei gelsomini da oasi perdute

oltre il mare di dune.

Il vento porta lontano le canzoni

dei beduini accasciati sui cammelli.

Sono nenie che parlano di rimpianti,

di adii alla casa e di ritorni,

evocano il fruscio dei palmeti

sul candore delle case là nell’oasi.

Evocano il sorriso delle donne,

che andando alla fonte coi vasi

con dita sottili come petali

s’acconciano il velo sui capelli

che hanno il nero lucente dei corvi.

Camminano maestose come dee

con un passo leggero di pantera

e gli sguardi saettano nell’ombra

con una grazia dolce e mansueta dei cerbiatti.

 

L’ALBA.

 

L’alba ha illividito le stelle

che si sono spente ad una ad una.

D’alto della lontana Serra

in un mare di fuoco

il sole ha dato l’avvio

a un altro giorno

prodigo di sogni e di promesse nel suo nascere,

quando – forse – avaro di certezze all’imbrunire.

Inverso, quattro case arroccate ai piedi del monte.

Una chiesa

(il sole nascente vi accende bagliori alle vetrate)

dove le albe e i tramonti degli uomini

trovano  conforto nella luce d’una Parola

che non tramonta,

dove sugli occhi da poco aperti alla vita,

sugli occhi sui quali si è spenta,

scendono i raggi della Fede,

scendono i raggi della Speranza

in una Parola che non muore.

Anche qui – come ovunque –

simbolo del tempo, che corre a sfociare nell’eterno,

una meridiana attende

di segnare con i suoi giochi

di luci e di ombre

lo stillicidio lento e incessante delle ore.

NEL SEGNO DI CAINO….

 

Sulla piazza Tienammen

le mani sono divenute artigli

e le armi hanno sgranato rosari di morte ….

Ancora una volta all’esplosione delle idee

si è risposto con la cieca violenza.

E il grande sogno d’un avvenire di libertà

è stato stroncato nel sangue.

Tanto giovane sangue ha bagnato

la piazza della pace Celeste,

per rinsaldare il potere alla cricca

dei mandarini del potere e dei burocrati.

Ma nessuna pallottola di tiranno

ha mai potuto arrestare la forza delle idee

e il ricordo di quei morti

ha impresso per sempre il marchio di Caino

sul regime spietato di Pechino.

I semi di libertà

Soprattutto se innaffiati dal sangue germogliano

e danno il cento per uno

e nessun bavaglio di terra

potrà far tacere la libera voce

di quei tuoi magnifici giovani figli

della tua piazza Tienammen,

o terra del drago, che attendi

che giustizia sia fatta

e crolli un bieco regime assassino.

 

SORRISO

Mi hai sorriso dietro un velo di pianto

e le stelle sboccianti nel cielo

erano sguardi su noi fissi

dall’immenso azzurro mistero.

Mi hai sorriso con gli occhi

ancor pieni di pianto

e il mio animo s’è tuffato

nel vortice

dei  tuoi pensieri innocenti

per guidarli per mano

verso un giardino di sogno

in cui una piccola bimba

e un vecchio cuore spezzato

abbiano alfine la pace.

 

LA CASA DEI SOGNI

 

C’è una casa, che è come una scatola magica.

In essa dorme tutto il tuo passato

In attesa che tu lo risvegli.

Se tu ci torni, bambina, essa canta

per la gioia, come canta il mio cuore.

In quella casa ancor vive una bimbetta

dal volto paffutello e i ricci d’oro.

La veglia un verde abete vibrante di frulli

d’ali d’uccelli, che cinguettano in coro.

La casa spalanca la sua porta,

come se fosse una bocca assetata.

Dice: “Torna, bambina, dai tuoi vecchi,

sapessi quanto t’hanno aspettata!”

di notte, la casa vibra di sussurri.

Bettina chiacchierina e le altre bambole

parlano di te, dolce nipotina,

finché non arriva la mattina

e l’aria della primavera fa sbocciare

i crochi nel giardino, assai belli da ammirare.

L’ALBUM DEL NONNO

 

Il vecchio nonno ha un album tanto caro,

in cui colleziona i suoi ricordi.

Ogni volta che deve vincere l’amaro dell’esistenza,

ne sfoglia le pagine.

Come il torrente sosta nelle gore,

pur affrettando il suo corso verso il piano,

così egli s’ illude di vincere il dolore

e di far rivivere un tempo ahimè ormai lontano.

Ricordi quando ti portava

Alla tua scuola, tenendoti vicino

E lungo il cammino ti mostrava

nidi di gazza ai lati del cammino?

Ora è lontano, ma vorrebbe che il suo cuore

trovasse posto in uno di quei nidi

per vederti passare, fiore del mio fiore,

e cogliere, in un lampo, uno dei tuoi sorrisi.

Tra gli alberi di tasso della collinetta,

che noi conosciamo come “la Pagoda”

correva una volta una bimbetta,

capelli al vento oppur legati a coda.

Si nascondeva dietro un tronco nero scuro

e faceva “cucù” con un alto strillo.

Oh, come vorrei quel momento raro

fissar per sempre al cuor con uno spillo,

così come si fissa un fiore su di un foglio

per dedicarlo a qualcun che ci è caro,

e sottrarlo alla polvere del tempo

che tutto ricopre senza riguardo alcuno.

Ti alzavi verso l’alto e protendevi le braccine

per salutare il tuo amato pino.

Par solo ieri, ma ormai quella bambina

si sta facendo una graziosa signorina.

Il torrente ha rallentato il suo corso,

poiché l’alito dell’inverno ha sfiorato le sue acque.

Eppure laggiù sulla sua riva

ha rivissuto d’un pomeriggio d’estate l’incanto

in cui sguazzavate nelle onde

e i tuoi capelli scriminati nel sole

erano una massa d’oro.

SONO PASSATI  I  MILLENNI …….

 

Sono passati i millenni,

la fanciullezza è stata e resterà

sempre la stagione dorata, in cui il cuore chiede di sognare

e che il mondo glielo permetta

in attesa che venga il momento

in cui, maturato intellettualmente,

l’uomo apra gli occhi sulla vita.

Certo anche Cleopatra, da fanciulla,

ha corso, in riva al Nilo, e ha giocato con le bambole,

laggiù, all’ombra delle grandi Piramidi,

quando ancora non le rodevano il cuore

l’ambizione del potere e gli amori fatali

per Cesare e Antonio.

V’immaginate la Madonna, da bambina,

ruzzolante per le vie di Nazareth?

Certo doveva avere già tanta luce

in quei suoi occhi, che avrebbero mosso il Cielo

ad aver misericordia degli uomini.

Ecco Didone ragazzina,

nella natia Tiro, che si gingilla,

ad ammantarsi con tessuti di porpora.

Guardando il mare, ancora non sa

che cosa il destino le riserva:

ancora il trono, il dolore e il fato orrendo

sono nubi al di là del suo orizzonte.

 

 

NOSTALGIE

 

Ululava un cane nella notte

ed io pensavo al tuo visino.

Vecchio lupo solitario per natura,

mi faceva soffrire la tua mancanza,

piccola, adorata nipotina,

a cui è legata la mia anima

in questa vita ormai breve, che mi sfugge,

con un amore che andrà oltre la morte.

A noi vecchi resta solo il canto dei ricordi,

a illuminare il buio delle notti.

Proviamo un desiderio irresistibile

di respirare la soave fragranza dell’infanzia,

di ritrovare la lontana,

perduta innocenza d’un mattino

in cui, freschi ancor dei sogni appena spenti,

dispensavamo sorrisi alla primavera, a noi giungente

in un sospiro di vento tra i capelli.

 

QUANDO UN ANGELO PERDE LE ALI.

 

Quando un angelo perde le ali

che altro può fare il cielo che piangere?

Sto vedendo un angelo perdere le ali,

ma in questo caso è il mio cuore, che piange.

Era una creatura dolcissima,

dal cuore traboccante d’amore

e c’è chi tenta di farne

uno strumento al suo odio.

O dolce Gesù, che dicesti:

-Se non diverrete come questi fanciulli

non entrerete nel regno di Dio –

proteggi il mio piccolo angelo biondo.

Tu sai che il mio cuore è sincero

quando ti supplica e dice. “Prendimi, te ne scongiuro,

o buon padre,

ma asciuga dal suo volto ogni lacrima

e rendi il suo piccolo cuore

tanto, tanto felice!”

 

monte marzoDedicato all’umile gente Valchiusellese

Con questa mia ultima,debole voce,ho intenzione di rivolgere pensieri di affetto e di simpatia e un augurio di felicità tutta quanta l’umile e fiera gente valchiusellese, la quale si mantiene fedele alle proprie radici e ai valori,un tempo quassù considerati sacri;il rispetto della parola data, l’apprezzamento del pane guadagnato onestamente col proprio sudore senza tendere la mano a nessuno,ma aprendo al proprio cuore al bisogno fisico o morale del prossimo;una fierezza ed orgoglio,che impedivano di accettare le ingiustizie,sia quelle,che colpivano direttamente l’interessato ,sia quelle che si consumavano nei confronti di altri: una scala di valori;fondante anche se non sempre esplicitata,in cui,accanto al Padreterno trovavano posto la sua benedetta madre,i santi e gli antenati e i bambini,considerati come il sorriso del futuro,e l’onestà era considerata immensamente più  preziosa della ricchezza e la buona coscienza aveva una quotazione assai più alta delle vuote apparenze.

Cari Valchiusellesi, forse non vedrò più il giorno,in cui la valle intera torni a sentirsi un tutto unico e i suoi amministratori fieri del suo passato, si adoperino tutti insieme per ridarle un futuro degno di quella,ma me lo auguro tanto vicino,per il bene delle nuove generazioni.

Un abbraccio ideale vada a tutti i Valchiusellesi, sia a quelli dell’alta che a quelli della bassa valle,qualunque sia la loro idea politica,la loro età e la loro condizione sociale.

Con tanto affetto.

Bernardo Bovis

 

 

 

 

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