DON GIACOMO BRACCO

don Giacomo Bracco

SANTITA’ E STUDIO DELLA NATURA NELL’EREMO DI FONDO VALCHIUSELLA

Giacomo Bracco nacque a Traversella il 16 marzo 1867 da umile famiglia di contadini. Fu battezzato alcuni giorni dopo la nascita, dal rettore don Michele Presbitero da Vico. Dopo aver seguito i normali studi elementari nella scuola del paese, frequentò il seminario vescovile di Ivrea e fu ordinato sacerdote da monsignor Agostino Richelmy il 29 giugno 1893.

Monsignor Richelmy lo destinò vice parroco di Noasca nel 1895, incarico che esercitò con umiltà e abnegazione per dodici anni, fino al 1905.

Nel 1905 fu mandato come coadiutore del parroco di Orio, gravemente ammalato. Egli si prese cura del confratello con amore filiale fino alla morte di questi, sopravvenuta dopo qualche mese. In quel momento, monsignor Filipello lo nominò economo di Orio, carica alla quale rinunciò, come declinò pure la nomina a maestro cappellano di Meugliano, per assumere il rettorato della parrocchia di Fondo Valchiusella, conseguito con regolare concorso.

Don Bracco si trasferì a Fondo nel 1906 e prese solenne possesso della parrocchia nella primavera del 1907.

Incominciò così il suo amorevole, proficuo e santo apostolato in Valchiusella, nel corso del quale gli fu proposta per ben tre volte l’assegnazione di una parrocchia più grande e meno disagiata, ma egli rispose sempre: «Se i miei superiori comandano, io obbedisco. Se mi lasciano libero, non sarà mai ch’io abbandoni i miei parrocchiani di Fondo».

Famoso e richiestissimo fu il suo bollettino parrocchiale, nel quale egli teneva una vera e propria catechesi e in cui aggiungeva notizie di botanica, ittica, meteorologia e sismologia, materie delle quali era esperto.

Ma è soprattutto nota la sua eremitica mortificazione nei cibi e nelle comodità, assieme al suo contegno austero al quale sapeva però affiancare una serena amabilità nel ricevere i confratelli e gli amici.

Don Bracco era innanzitutto uomo di preghiera e meditazione sui testi sacri e sulla patristica, i suoi preferiti erano Sant’Agostino e Sant’Ambrogio, ed era altresì un contemplativo.

La sua preghiera durante le passeggiate era: «Come sei bello, buono e grande, mio Dio, Creatore ed Ordinatore di tutte queste belle cose».

A Fondo svolse anche per anni la mansione di maestro elementare. I suoi allievi, alcuni dei quali sono ancora in vita, lo ricordano come uomo mite e dolce, e allo stesso tempo dotto, serio e meticoloso.

Era amato dai suoi parrocchiani, tuttavia non gli mancarono le amarezze e le delusioni. A volte, si rifugiava nella sua chiesetta e al cospetto del Santissimo diceva: «Signor Flappie» (Signore percuotili), ma immediatamente aggiungeva: «Ma tu sei amore e misericordia. Flapme mi, (percuoti me), pagherò io per loro (dalle testimonianze di don Pellerej).

Si ricorda l’episodio di quando, presentatosi a casa di una moribonda per compiere il suo servizio di pietà, venne respinto più volte e oltraggiato. Il figlio dell’agonizzante gli sputò perfino in faccia e lo percosse. Eppure don Giacomo persistette fino a quando poté entrare in casa e assistere la sua parrocchiana.

Di lui hanno sempre avuto grande stima e hanno portato stupendi ricordi scritti:

don Giovanni Pellerej che fu suo coadiutore in qualità di cappellano estivo di Talorno nel 1940 e che divenne suo successore;

don Carlo Rolfo che gli fu per anni accanto mentre era rettore a Succinto;

monsignor Eligio Adamini, canonico della cattedrale di Ivrea ed oriundo di Fondo, ove celebrò la prima Messa nel 1916.

A don Rolfo e a molti amici diceva: «Ma lei lo sa che il Signore è così grande e buono che si è degnato di chiamare me, povero uomo, come suo sacerdote, come alter Christus? Grazie Signore!».

La sua catechesi era fatta con semplicità ed umiltà. Il suo letto era un sacco di foglie di faggio. Sovente rifiutava il pasto caldo e i ristori che gli preparava la domestica China e destinava ad altri la sua razione di minestra. Altre volte, per mortificazione, aggiungeva alla minestra un cucchiaio di fuliggine.

Proverbiale era il suo amore filiale per il Vescovo e per il Papa. Pieni d’amore sono i ricordi da lui scritti nel 1939, in occasione della morte di monsignor  Matteo Filipello e di Pio XI, così come fu grande la sua gioia per la nomina di Monsignor Paolo Rostagno e di papa Pio XII.

Immenso, il suo amore per la Madonna. Durante i trentacinque anni che trascorse a Fondo non mancò mai un sabato mattina, con qualsiasi condizione atmosferica, di recarsi a piedi, in pellegrinaggio, al santuario di Talorno, sito nella sua parrocchia e raggiungibile in circa mezz’ora di cammino con una mulattiera. A Fondo costruì con le sue mani la grotta di Lourdes.

Intensa fu anche la sua attività in campo sociale. Si adoperò con energia presso la provincia di Aosta per la costruzione di una strada provinciale che da Traversella raggiungesse le borgate montane ed infine Fondo che cominciava a spopolarsi. Purtroppo non vide avverarsi questa sua speranza, ma compì molti passi avanti per quest’opera che venne realizzata dopo la sua morte.

Nel 1940, all’età di settantatre anni, dopo il trasferimento di don Rolfo, accettò per obbedienza di farsi carico anche della parrocchia di Succinto, con l’obbligo della residenza alternata nei due borghi per sei mesi l’anno.

In quel periodo fece più volte la spola a piedi per la lunga mulattiera pur di non far mai mancare l’assistenza spirituale ai suoi parrocchiani vecchi e nuovi. Fu durante la permanenza a Succinto, che venerdì 19 febbraio 1941 don Giacomo Bracco rese la sua generosa anima a Dio.

Raggiungeva così suo fratello don Bernardo Bracco, maestro.

Monsignor Luigi Bettazzi, andando a pregare sulla sua tomba, lo paragonò a don Vianney, il Santo Curato d’Ars.

A Talorno, nel 1924, fece da suddiacono nella celebrazione dell’eucaristia per la festa patronale della Madonna della Neve, presieduta da Monsignor Martino Chiolino, suo parrocchiano Vescovo e missionario in Cina.

 

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 don Bracco con la scolaresca di Fondo

IN LAUDEM FUNDI

di don Giacomo Bracco

Salve Funde, mihi Clausæ Vallis ocelle

qui properantis aquæ concinis usque melos;

hic fontes gelidi, memora et dulcissimus æe

Et viridis reques mollia prata tua.

Hic felix cupiam traducere totam

Confectus senioque hic mihi dulce mori.

 

22 luglio 1936

Don Bracco stesso la traduce così:

Salve, o Fondo, per me gemma cara della Valchiusella, che continuamente echeggi delle melodie delle fuggenti acque. Qua, fresche fontane, foreste e dolcissime aure di venti.

E ameni riposi i tuoi prati offrono.

Qui, felice me! Bramo trascorrere tutta la modesta mia vita e, carico di anni, soavemente morirvi.

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 don Rolfo, don Bracco e don Ruffa (arciprete di San Giorgio Canavese)

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 La lapide di don Bracco al cimitero di Fondo

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