UGO FREDIANI

Un poeta del legno a Traversella

 

( Ugo Frediani)

 

Io sono cresciuto ad Aosta, dove in ogni vetrina c’era qualche legno scolpito. Mia madre aveva una Scuola di taglio e cucito all’imbocco della strada dove il 31 gennaio di ogni anno si tienela Fieradi Sant’Orso, che è, o cerca di restare, il festival della manifattura lignea popolare.

 

Questo per dire che alle sculture in legno ci sono abituato. Tanto da appuntarci l’attenzione solo se escono dalle righe. Per esempio se sono imitazioni fastidiose o maldestre (con le produzioni in serie ho imparato come tutti a convivere), oppure se mozzano il fiato.

 

Come quando alla fine degli anni ’50 in una piazzetta della città (Piazza Roncas) aprì bottega un omaccione della Val Gardena, tal Mario Stuffer, che parlava italiano a martellate e sbozzava Madonne con la scure: nelle belle giornate direttamente sul selciato della piazza, a cinquanta metri dal portone dei carabinieri, coi passanti che si tenevano alla larga. Noi ragazzi gli ronzavamo intorno giusto per sentirlo ringhiare.

 

Di Madonne allora non capivo granché, o non ne volevo capire. Ma col legno ci avevo a che fare quotidianamente e non mi quadrava che il “tedesco” tranciasse i nodi con la stessa facilità delle fibre lisce. Così un giorno gli chiesi come poteva. Ringhiò che non era lui ma il legno, lo zirmol, che si lasciava tagliare. Mi ci andò del tempo per decifrare il responso. Poi un falegname mi rivelò che il pino cembro o cirmolo ha i nodi morbidi, che non si rompono quando li si lavora e non si staccano neppure se finiscono di spigolo.

 

Tornai regolarmente a spiare le Madonne di Stuffer, spesso incollando la fronte ai vetri della bottega, perché quelle di noce le lavorava al chiuso. Fin che un giorno scendendo al Lago di Chamolé mi imbattei nel suo Cristo al vento.

 

Cristo al vento.

Ci misi una bell’ora a riprendermi da quella che gli psicologi chiamano Sindrome di Stendhal: un eccesso di commozione artistica. (Da molti anni ormai la scultura originaria è stata sostituita da una copia di bronzo, mentre quella ricavata da un unico pezzo di cirmolo è custodita nella chiesetta di Pila.)

 

Ebbene qualcosa di simile m’è accaduto un anno fa davanti al negozio di Marinella, nella via centrale di Traversella.

 

Le vetrine di Marinella sono famose. Non capita mai di trovarle addobbate in maniera banale. Che ci esponga vecchie fotografie, strumenti musicali, peperoni o vasetti di miele, riesce sempre a trovare disposizioni accattivanti, equilibrate, e soprattutto discrete. Così anche chi non entra a comprare riceve in omaggio delle coccole per gli occhi, che di questi tempi visivamente grevi non è poco.

 

Ma l’arte non è una coccola, anzi il più delle volte è una sberla. Il Cristo di Stuffer è una frustata.

 

Fatto sta che anche quel giorno passai davanti alla vetrina di Marinella socchiudendo gli occhi come un gatto che si gode un’abituale dose di carezze. Solo che dopo pochi metri sentii un brivido nella schiena. Qualcosa, più d’una cosa, aveva occhieggiato al di sopra delle le righe. Tornai indietro a controllare. Da ciascuno di quei legni emanava uno spregiudicato carico di irriverenza creativa. E qualcuno dispensava legnate.

 

Molti erano semplici bastoni con l’impugnatura sagomata. Roba che qualsiasi ragazzino di alpeggio avrebbe potuto intagliare. Solo che questi avevano l’anima.

 

C’erano anche figurine più sofisticate, alcune decisamente erotiche, che è l’inverso di pornografiche.

 

 

 

Ma a me sul momento colpirono i bastoni. Perché è più difficile dare un’anima agli oggetti comuni. E i bastoni sono sicuramente gli arnesi che da più tempo l’uomo si sforza di modellare artisticamente. O in alternativa, la solita alternativa, di arricchire con ornamenti simbolici o materiali preziosi.

 

Anche i Cristi crocefissi sono oggetti scultorei molto comuni. Fin troppi sono stati impietosamente arricchiti, e ben pochi ch’io sappia hanno un’anima. Di sicuro uno solo ha una bufera di montagna che tenta di schiodarlo.

 

Da Marinella seppi che lo scultore era il “milanese” che da anni nella buona stagione si vedeva passeggiare con aria pontificale per le vie del paese o leggere Il Corriere sulla terrazza di Pino, invariabilmente affiancato dalla compagna e munito di strani bastoni

 

Qualcuno diceva ch’era un insegnante in pensione.

 

Così alcuni giorni dopo, sulla terrazza di Pino, provai a stabilire un contatto. E tanto per dir qualcosa di convenevole, anzi di lusighiero, gli chiesi se fosse possibile acquistare qualcuno dei suoi lavori.

 

«No, guardi, io non vendo» fu la risposta.

 

Gli feci i complimenti, in parte anche per la risposta, e andai a mia volta a comprare il giornale.

 

Qualche settimana dopo erala Festa dei Mestieri. Io davo una mano a Claudio Giorgio con le api, ma a metà serata riuscii lo stesso a fare un giro verso Piazza Ritane. Così li vidi di nuovo sotto il portico di casa Zanchetta, i due milanesi. Questa volta seminascosti dietro un tavolo affollato di figurine scolpite, senza una luce che rassicurasse chi fosse tentato di curiosare.

 

Azzardai di nuovo un malizioso «Proprio non le vende le sue sculture?»

 

«Non le vendo»

 

«E non c’è modo di corromperla?»

 

«No»

 

«E io ci provo»

 

«Ci provi»

 

La mattina dopo mi presentai alla casa del Cantun dove Lucia Rossi, milanese autentica, e Ugo Frediani, ambrosiano d’occasione con intatte radici carraresi (per chi non lo sapesse Carrara è una cosa diversa da Massa), abitano in affitto, con uno zaino carico di patate e di pezzi di legno che consideravo pregiati.

Il contatto

 era stabilito. Ora, a un anno di distanza, si è consolidato.

 

E il tentativo di corruzione? Anche quello è andato a buon fine, sia pure non in senso mercantile e soprattutto grazie a un un colpo basso.

 

Quello stesso mese di agosto di un anno fa dovevo predisporre una Caccia al Tesoro per i miei nipotini e dei loro amici inglesi alla Guje di Garavot. Ma una cosa seria, con tanto di filastrocca da decifrare (e da tradurre!), di canotto da dirigere attraverso la gola, e di isolotti, pareti, fondali da esplorare. Il tesoro doveva stare in un bauletto grosso come due panettoni, che a riempirlo di monete vecchie e di bigiotterie non bastavano i fondi di cassetto di tutto il parentado. Così una sera che cenavo al Cantun buttai lì che con qualche figurina di legno avrei fatto in fretta a colmare e a impreziosire lo scrigno. Sentii il pugno affettivo affondare nelle viscere. Qualche giorno dopo fui introdotto nella stanza che ospita gli esemplari preferiti e invitato a prendere ciò che volevo.

 

Ha i suoi punti deboli anche il marmo di Carrara.

 

Ugo è una persona molto sapiente, oltre che socialmente impegnata. Diciamo che ha fatto il No-Tav per tutta la vita, e ancora oggi non si tira indietro, come testimoniano le sue produzioni più recenti.

 

 

Ma a me ha colpito soprattutto la competenza naturalistica. Un giorno estirpò due pianticelle di frassino dal sottobosco sopra a casa mia, e la settimana dopo me le riportò trasformate in prestigiosi bastoni da passeggio: una col manico a testa di serpe, l’altro con un ghiro accucciato in cima.

 

Ho una certa familiarità con questi animali, e posso garantire che non ne ha riprodotto solo la forma ma anche il gesto comportamentale.

 

Altri soggetti che Ugo ama scolpire appartengono alla mitologia. La loro storia di solito mi sfugge, ma le loro reinterpretazioni aggiornate me ne fanno avvertire la potenza. La potenza degli archetipi, cioè dei “modelli profondi, connaturati con la psiche umana”, come ha scritto Carol Pearson. Chi ha avuto occasione di soffermarsi su certe sculture medievali, come quelle che ornano i seggi canonici e i capitelli del chiostro della chiesa di Sant’Orso ad Aosta, a cui la Fieranon a caso s’intitola, sa di cosa parlo.

 

Il peso della vita.

il Sisifo ligneo

 le Teste Nodose

parlano meglio di me.

 

E quando non gli basta il legno per trascinare lo spirito verso queste profondità, Ugo ricorre alla pietra. La pietra più grossa fortunatamente era già al Cantun

 

(Guardiani d’Angolo)

 e ora mi piace pensare che lo simboleggi (cantun vuol proprio dire angolo).

 

 Il Pudore di Eva

Altre provengono dal Chiusella, come Il Pudore di Eva.

 

Mi fermo qui. Serafino Scuero ha fotografato magistralmente molte altre sculture di questo poeta del legno e di qualsiasi altra materia che imprigioni delle forme, ma lo spazio che Luigi Bovio ci ha messo a disposizione sul suo sito ha dei limiti. E poi io ho esaurito le mie risorse di compartecipazione emotiva.

 

I Due Danzatori 

Aggiungerò solo che I Due Danzatori  danzano veramente. Nel senso che se uno li sospende affiancati sul bordo di un tavolo basta lo spostamento d’aria di una porta che si chiude per farli ondeggiare ritmicamente uno tra le braccia dell’altro.

Traversella, agosto 2012                                                                                    Pier Vittorio Molinario


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