ARCHITETTURE OLIVETTIANE IN VALCHIUSELLA

ARCHITETTURE OLIVETTIANE IN VALCHIUSELLA

Viaggio alla scoperta dell’Architettura Moderna in una piccola valle alpina

Testo e foto di Gianmarco QUACCHIO*

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Figura 1 – Panoramica sul plesso scolastico di Vico Canavese, simbolo dell’edilizia in stile olivettiano in Valchiusella.

Prefazione

Parlare di Architettura in Valchiusella, porta sicuramente la nostra mente ad immaginare le magnifiche proporzioni dei casolari rurali in pietra e legno che costellano i nostri territori, siano essi i pianeggianti bassopiani alluvionali adiacenti al torrente Chiusella, o gli impervi pendii in quota, posti in luoghi tanto belli, quanto inaccessibili.

Se indubbiamente l’architettura rurale costituisce la spina dorsale del patrimonio edilizio valligiano, è altrettanto vero che questo territorio montano annovera altresì un costruito che comprende alcuni classici esempi di edifici riconducibili al puro stile “olivettiano”.

Adriano Olivetti ha rappresentato per il mondo intero una figura unica, che mai aveva avuto precedenti nella Storia: un uomo che si fece promotore di una vera e propria rivoluzione tecnologica mondiale, che basava le sue radici su una ancor più straordinaria rivoluzione culturale e sociale, oltrepassando i conosciuti canoni del Capitalismo e del Socialismo, che fino al quel momento governavano il mondo.  Questo nuovo modo di vedere le cose nasceva da un semplice quanto fondamentale quesito:

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti?”

Da questo duplice interrogativo nasce un’interpretazione completamente nuova sotto il punto di vista sociale: la fabbrica non è solo più un mero luogo di produzione, ma si evolve in uno strumento complesso, avente il fine, sì di produrre ricchezza, ma allo stesso modo di ridistribuirla, creando conseguentemente benessere.

In tal senso l’architettura ha assunto per Olivetti un significato particolare, che va oltre la semplice idea di costruzione edilizia. Del resto Adriano OLIVETTI, oltre rivelarsi un imprenditore eccezionale, si appassionava e si intendeva di urbanistica e di architettura; un’architettura industriale volta a coniugare la funzionalità che deve necessariamente avere un edificio produttivo, alla bellezza estetica ed al corretto inserimento nel contesto ambientale. Di fatto è un modo di pensare che pone le persone al centro di tutto e che fa sì che quanto edificato sia letteralmente a misura d’uomo, rispettando le esigenze industriali ed integrandole con le necessità della collettività: è così che intorno agli stabilimenti produttivi nascono interi quartieri residenziali, asili nido, mense, colonie e i più svariati servizi sociali.

Queste scelte, proprie di Adriano OLIVETTI, furono sempre attentamente studiate, mai nulla fu improvvisato o lasciato al caso: per far ciò il poliedrico imprenditore si circondò dei migliori architetti presenti sulla piazza, i quali ebbero modo di esprimere al meglio tutto il loro talento, lasciandoci oggi una testimonianza concreta di edifici realizzati sulla base di un’attenta valutazione dell’impatto urbanistico ed ambientale.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, in Italia come nel resto del mondo, dove sono presenti testimonianze architettoniche che oggi sono diventate veri e propri musei a cielo aperto.

Ed è così, che anche la “piccola e verde Valchiusella”, nelle vicinanze di “Ivrea la bella” – come la definisce il Carducci nella nota poesia dedicata alla nostra Regione – ha subìto la benevola influenza di un territorio, che per un momento è stato il centro del mondo, una vera e propria la silicon valley italiana.

Le testimonianze architettoniche di impronta “olivettiana” attualmente visibili in Valchiusella, si trovano in due distinti Comuni, ovvero Vico Canavese nell’alta valle, e Vidracco in bassa valle.

A Vico Canavese sorgono ben due dei tre immobili che andremo ad analizzare, nello specifico la Scuola Media Giacomo Saudino e l’ex Stabilimento RTM, posti a breve distanza l’uno dall’altro; infine – nel Comune di Vidracco – sorge il terzo mirabile esempio di questa architettura, rappresentato da uno stabilimento industriale ad oggi completamente riconvertito ad altri usi.

Quel che affascina di queste architetture è – a mio avviso – l’unicità: questa è infatti la sola discriminante che fa la differenza fra un oggetto studiato per uno specifico scopo e plasmato in base alle esigenze ed al contesto operativo e qualcosa di standard, adattato alla bene e meglio e – sotto un certo punto di vista – estraneo all’ambito in cui si trova. Questa è peraltro la caratteristica che si riscontra nella nostra architettura locale e rurale: la peculiarità che ha fatto sì che i nostri centri abitati, a partire dai piccoli paesi alle grandi città, avessero “una marcia in più”, poiché diversi gli uni dagli altri, tasselli di un mosaico urbano e rurale vario ed assolutamente irripetibile: non esiste tanto contrapposizione fra antico e moderno, quanto fra originale e seriale.

Ogni edificio olivettiano, sia esso una fabbrica o una scuola, è dotato di una sua personale identità che lo rende peculiare e riconoscibile fra mille, così come ogni singolo caseggiato dei nostri piccoli centri storici, o come le baite di montagna sperdute in luoghi irraggiungibili, per i quali è assolutamente impossibile trovare dei cloni: ognuna di esse è una perla rara, una realtà singola ed eccezionale allo stesso tempo: questa è la vera ARCHITETTURA, cosa ben diversa dallo squallore che comunicano certe soluzioni edilizie, anche recenti, dove tutto è così uguale a sé stesso, tanto da far diventare deprimenti anche interi nuovi quartieri residenziali, con ville e condomini così perfetti e uniformati gli uni con gli altri da sembrar finti, vuoti e banali… Un’edilizia che non trasmette nessuna emozione e che di certo non si pone a misura d’uomo.

Per concludere, ritengo che – in qualsiasi campo di applicazione – la vera ricchezza risieda quindi nella diversificazione, volta ad ottenere sempre il miglior risultato specifico per una determinata esigenza, in un particolare contesto.

Da qui nasce lo spunto per ripercorrere la Storia di questi edifici, riconducibili allo stile “olivettiano”, presenti in Valchiusella, che – in un modo o nell’altro – si sono intrecciati con le vite di noi valligiani e non solo.

Quanto di seguito riportato deriva da un’oggettiva ricerca effettuata sulla base delle documentazioni tecniche disponibili, abbinata ad una risoluta passione dello scrivente per l’argomento. Eventuali osservazioni sono da ritenersi strettamente personali e dettate da una propria analisi dello stato dei luoghi e della documentazione rinvenuta: nella maniera più assoluta si precisa che non si tratta di alcun genere di giudizio, ma della semplice visione dell’autore, sia essa condivisibile o meno.

Naturalmente questo breve saggio non avrebbe potuto veder luce, se non fosse stato per l’indispensabile collaborazione fornita dagli Enti Comunali presso i quali ho concentrato le mie ricerche: documenti e stampe eliografiche, conservati negli archivi, che a distanza di oltre cinquant’anni odorano ancora fortemente dei vapori di ammoniaca impiegati per la riproduzione dei disegni, e che – solo a consultarli – trasmettono un’emozione e un rispetto che non si possono descrivere a parole.

E’ per questo che rivolgo un caro ringraziamento al Geom. Gianluca OSSOLA, Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di Vico Canavese, che ha “sopportato” le mie numerose sortite in questi ultimi mesi, volte ad approfondire le mie conoscenze relativamente alla Scuola Media Giacomo Saudino ed allo stabilimento R.T.M., rendendosi sempre disponibile in ogni frangente ed aiutandomi concretamente nelle ricerche dei documenti, malgrado la moltitudine di adempimenti che già impegnano l’ufficio tecnico comunale.

Allo stesso modo mi rivolgo ad Antonio BERNINI, Sindaco e Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di Vidracco, il quale – unitamente a Sergio VIGNA, Messo Comunale – ha saputo fornirmi ogni delucidazione in merito all’ex Stabilimento Olivetti, un tempo conosciuto come la “Fabbrica delle Valigette” ed oggi centro polifunzionale Damanhur Crea: un sincero e cordiale ringraziamento anche per la “fiducia incondizionata” che mi è stata accordata in questo frangente, autentica fonte di orgoglio che a dir poco mi lusinga.

Ringrazio sentitamente Michelangelo BOGLINO, già Sindaco di Trausella e con una vita di lavoro spesa all’R.T.M., per il prezioso materiale informativo fornito.

Infine, ma non meno importante, anzi, uno speciale ringraziamento a Luigi BOVIO, che ancora una volta mi ha concesso di usufruire della rinomata vetrina di www.valchiusella.org , dimostrandomi nuovamente la sua stima e consentendomi di divulgare e portare a conoscenza  del prossimo un altro “pezzettino” della nostra amata terra.

L’I.R.U.R. in Valchiusella

Come abbiamo avuto modo di osservare, la vicinanza della Valchiusella all’allora centralissima Ivrea, fu un fattore fondamentale allo sviluppo di una nuova concezione sia sociale che produttiva nel territorio valligiano.

In effetti c’è chi afferma oggi – a mio avviso a torto – che la Olivetti si rese colpevole dello spopolamento delle campagne valchiusellesi, portando molte famiglie ad abbandonare il territorio e le attività agricole in favore del lavoro in fabbrica.

Premesso che nessun mio famigliare lavorava in Olivetti, penso di poter dare un giudizio sopra le parti: se da un lato è sicuramente vero che moltissime persone della Valle sono state assunte dal grande colosso delle macchine da scrivere, è allo stesso modo indiscutibile che l’azienda stessa abbia promosso attività per agevolare i lavoratori, che mai nessun altro aveva semplicemente pensato di mettere in atto, cercando di mantenerli sul proprio territorio, consentendogli così di non lasciare completamente quell’attività agricola che si è posta come saldo presidio volto alla lotta contro l’avanzare del dissesto idrogeologico.

Questo è il fondamento sul quale nacque l’Istituto di Rinnovamento Urbano e Rurale, meglio conosciuto come I.R.U.R.

Tale ente rappresentò per l’Eporediese la risposta che l’Azienda mise in campo per contrastare le problematiche legate al suo stesso sviluppo: un’espansione così forte e travolgente che avrebbe rischiato di soffocare ogni libera forma di iniziativa, creando un unico generale monopolio. L’alternativa fu quella di promuovere nuove attività industriali ed agricole nel territorio, combattendo la disoccupazione nell’area canavesana e scongiurando l’inurbamento di quelle popolazioni a Ivrea: nessuno doveva essere sradicato dalla propria terra.

Sulla base di un tale ragionamento, oltre a pensare ad un servizio di trasporto in corriera per gli operai che scendevano in pianura per lavorare, occorreva delocalizzare, per quanto possibile, i siti produttivi e/o di ricerca.

Nel dicembre del 1954 vide così la luce l’I.R.U.R. che si prefiggeva di fornire assistenza e consulenza tecnica a privati, gruppi, e amministrazioni comunali, oltre a realizzare in proprio le più svariate iniziative in diversi settori economici.

Queste furono le solide fondamenta, sulle quali crebbero le realtà architettoniche e sociali, che ci accingiamo ora ad illustrare.

SCUOLA MEDIA GIACOMO SAUDINO DI VICO CANAVESE

Un nuovo modo di concepire l’edilizia scolastica

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Figura 2 – Scorcio sul complesso originario della Scuola Media Giacomo Saudino di Vico Canavese: l’edificio si fonde nel contesto ambientale, diventandone un tutt’uno.

Iniziare questa breve analisi con tale edificio, non è una casualità, ma una scelta coerente e fortemente motivata. Si tratta sicuramente dell’immobile olivettiano sito in valle che più di tutti presenta una famigliarità con la quasi totalità dei ragazzi valchiusellesi di ieri e di oggi, che lo hanno vissuto in prima persona, passandoci intere giornate della loro giovinezza, fra gioco e studio; non solo quindi un luogo finalizzato all’apprendimento, ma un vero e proprio ambiente di vita sociale, dove crescere e diventare, giorno dopo giorno, un po’ più “grandi”.

La Scuola Media di Vico Canavese vide la luce grazie ad un lascito risalente al 1960 di Giacomo Saudino, Primo Direttore delle Fonderie Olivetti e a lungo Vice Direttore Generale dell’Azienda.

Come è noto il dirigente Olivetti lasciò al suo paese natio l’iperbolica cifra di 781 milioni di lire, disponendo che venissero destinati alla creazione di borse di studio per studenti della Valle. Si trattava ovviamente di una cifra eccessiva, in rapporto al numero degli eventuali studenti che avrebbero potuto usufruirne: fu così che la Commissione del lascito Saudino, si mise in cerca di una soluzione di cui potesse beneficiarne immediatamente tutta la Comunità, pur senza travisare le volontà del defunto donatore.

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Figura 3 – Ricordo dedicato a Giacomo SAUDINO, Primo Direttore delle Fonderie OLIVETTI, benefattore indiscusso della gente valchiusellese.

Su queste basi nacque l’idea di costruire una nuova scuola media, sfruttando unicamente i soli interessi del lascito, il quale risultava investito per la maggior parte in titoli di Stato, migliorando in tal modo la situazione scolastica dell’intera Valle, continuando altresì all’erogazione delle borse di studio agli studenti meritevoli.

Da qui partì l’incarico per il progetto che venne definito verso la fine del 1962, quando il Comune affidò la progettazione all’Ufficio Tecnico Olivetti, che a sua volta individuò due qualificati professionisti che ne seguirono la progettazione architettonica e il calcolo strutturale. Si trattava dell’architetto Nello Renacco, progettista architettonico, e Franco Papa, progettista strutturale e Direttore Lavori.

Nel complesso si ha l’impressione di un’opera in pieno contatto con la Natura, grazie all’abbondanza di superfici vetrate ed alla configurazione dell’area; la scuola, inaugurata con l’anno scolastico 1966/1967 costò poco meno di 200 milioni di Lire.

Il comprensorio sul quale è stato dapprima progettato e poi costruito il complesso scolastico, è situato idealmente nel baricentro dei Comuni dell’alta Valchiusella, in uno splendido lotto a verde completamente esposto a sud, sud – est, e con lieve pendenza verso mezzogiorno, facilmente raggiungibile sia dall’abitato di Vico Canavese, posto a nord ovest rispetto al complesso scolastico, che dalla sottostante via Circonvallazione.

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Figura 4 – Estratto di mappa catastale dal quale emerge la particolare conformazione in pianta della Scuola Media Giacomo Saudino: il corpo centrale assolve la funzione di collegamento fra i 4 distinti blocchi che la compongono.

Durante la fase progettuale della scuola media, stava già prendendo forma anche il vicino stabilimento che avrebbe poi ospitato l’RTM; fu per questa ragione che l’edificio scolastico concentrò il suo sviluppo nella parte a monte del lotto di terreno, al fine di distanziarlo quanto più possibile dall’edificio produttivo, che poteva essere fonte di disturbo per i bambini e per le attività scolastiche in generale: anche in virtù di tali esigenze, venne approntata una fascia cuscinetto, costituita da un’ampia zona a verde piantumata con alberi a foglia perenne. Infine, la presenza della Via Circonvallazione costituiva un confine netto fra i due distinti lotti, consentendo l’agevole transito degli scuolabus.

Da una semplice analisi in pianta, è possibile osservare che l’edificio scolastico è articolato su quattro distinti blocchi edilizi: decisamente emblematica è la visuale che è possibile riscontrare da una qualsiasi foto satellitare od aerea, rintracciabile sul web, dove appare inconfondibile la sagoma del fabbricato.

Il primo corpo, posto sulla sommità del pendio, in direzione nord, si compone di molteplici locali e nella fattispecie dei seguenti.

Ingresso, bussola, atrio, guardiola: questo è lo spazio che ogni mattina riceveva decine di studenti e che ogni sera li congedava per il loro ritorno a casa; non possono mancare ovviamente la sala professori, la sala presidenza, l’ufficio per la segreteria, nonché spazi riservati per ambulatorio, servizi igienici e locali adibiti ad aule scolastiche: personalmente, ho frequentato la prima media nell’aula presente in questo blocco e posta a nord est nell’edificio. Il primo blocco è l’unico che si sviluppa su due piani, uno fuori terra come precedentemente descritto, ed uno entro terra ospitante la centrale termica e locali di deposito.

L’edificio si sviluppa verso sud, ove – ramificati sul corridoio centrale che costituisce una vera e propria spina dorsale per l’intero fabbricato – prendono posto dapprima il blocco 2 posto ad ovest, e poi il blocco 3 sfalsato ed ubicato ad est. In tali blocchi trovano posto n.ro 3 aule normali (mq 8,00 x 6,00) e n. 1 aula grande (10,00 x 8,00) adiacenti l’una all’altra, poste in pieno sud e disimpegnate da ampio corridoio sul lato nord, tale da consentire anche l’accesso alla zona servizi. Sull’esterno delle predette aule si sviluppa un ampio porticato coperto.

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Figura 5 – Veduta sui blocchi inferiori del complesso scolastico: si notino i camminamenti nell’ampia area a verde e la piantumazione con piante a foglia perenne.

Il quarto blocco è costituito invece dalla palestra vera e propria, corredata dei necessari spogliatoi e servizi. Quest’ultima è direttamente collegata con gli spazi esterni dedicati agli esercizi fisici ed al campo da gioco.

Come abbiamo già avuto modo di precisare, i quattro blocchi sono fra loro collegati da un corridoio che – a mezzo di un sistema di scale a rampa unica – consente di inserirli nella particolare situazione orografica del versante, minimizzando gli spostamenti di terra ed evitando la realizzazione di costosi muri di sostegno. Infine, un ampio cortile è collegato alla strada che dalla provinciale scende verso lo slargo antistante all’edificio industriale dell’RTM.

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Figura 6 Veduta sulla scuola media a fine anni ’60: tutto impeccabile e perfetto con variopinti fiori in adiacenza al busto del benefattore Giacomo Saudino

Tutta l’area limitrofa ai quattro blocchi, fino al raggiungimento dei confini del comprensorio, è attualmente mantenuta a prato con alberi di alto fusto; tali superfici verdi furono sapientemente previste in fase progettuale per evitare che col tempo la scuola venisse compressa dal solito infittirsi di costruzioni di diverso uso, nonché per consentire la disponibilità di spazi adatti ad esercitazioni esterne, che potrebbero tornare utili in caso di indispensabili ampliamenti della struttura stessa.

L’articolazione planimetrica appena descritta, deriva altresì da esigenze funzionali. E’ per tali ragioni che il blocco ospitante ingresso / direzione è posto il più vicino possibile al punto di confluenza degli allievi mediante gli scuolabus; allo stesso modo le aule, usufruendo della favorevolissima posizione, dispongono di una formidabile vista panoramica a sud, senza alcun tipo di intralcio visivo in virtù dello sviluppo decrescente del versante. Analogamente, la palestra, con le sue attrezzature per gli esercizi fisici esterni, con il suo posizionamento nell’estremità meridionale del lotto, contribuisce ad ampliare al massimo la zona di verde compresa fra il plesso scolastico e l’edificio industriale sottostante; in ragione di tale scopo, ovverossia quello di garantire al meglio questa funzione di quinta verde, l’intero spazio fra il campo giochi e la strada di accesso all’RTM è stato largamente piantumato con alberi a foglia perenne.

Dal punto di vista strutturale, il complesso originario è realizzato con muri in calcestruzzo a vista, costituiti dall’alternanza di elementi lisci e rigati di colore bianco. Tutta la struttura è votata all’estrema semplicità di forme e materiali, ma allo stesso tempo presenta una forte e consolidata identità.  L’edificio dispone di una copertura piana, adeguatamente coibentata e dotata di manto impermeabilizzante.

I serramenti originari prevedevano ampie vetrate con telai in alluminio anodizzato, praticamente eterni. Per le aule si è adottata la metodologia con doppia illuminazione e aerazione lungo la direttrice nord – sud. L’illuminazione diurna è garantita dalle ampie vetrate protette da pensiline verso sud e verso nord; tale soluzione non richiede l’uso di meccanismi frangisole nonché delle relative manutenzioni. Tale scelta progettuale si è rivelata sicuramente ottimale, in quanto consente di rendere luminosissimi gli ampi spazi interni: posso affermare tranquillamente che – durante le lezioni – si aveva la piacevole impressione di essere all’aperto, poiché quell’enorme parete di vetro che caratterizzava il fronte esterno di ogni aula, non costituiva un confine, bensì un anello di giunzione con la Natura esterna: ne derivava quindi che – malgrado le dimensioni cospicue del complesso scolastico – si godeva sempre di una dimensione a portata di uomo, o meglio ancora di bambino!

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Figura 7 Altra veduta sul complesso scolastico, risalente agli ultimi anni ’60; spicca il bianco intonso dell’edificio nel verde contesto della Regione Lime.

Buon uso è stato fatto di pannelli fonoassorbenti all’interno delle aule; tutte le pavimentazioni prevedevano l’impiego di gomma di qualità dello spessore di almeno 4 mm, fatta ovviamente eccezione per i servizi igienici dotati delle classiche piastrelle in gres per pavimenti e rivestimenti. Per il riscaldamento del complesso scolastico, si è optato per l’impiego di acqua calda a circolazione forzata, con l’utilizzo – a seconda dei locali e delle esigenze tecniche – di radiatori, piastre radianti o convettori.

Infine, per quel che attiene gli spazi esterni non adibiti a verde, secondo i dettami della progettazione originaria, si è provveduto alla loro pavimentazione con “sanpietrini” estratto dalle cave del luogo, impiegando pietrame della medesima provenienza per la realizzazione dei muri di sostegno.

Quello che ne emerge è un complesso edilizio rigorosamente controllato nelle strutture e nei materiali, obbiettivamente ben studiato e sicuramente funzionale, fiore all’occhiello di tutta l’edilizia scolastica dell’epoca, forte di innovazione e modernità – reinterpretate nell’assoluto rispetto del contesto ambientale e naturalistico circostante.

Indubbiamente, nel 1966, in occasione dell’inaugurazione, il Comune di Vico Canavese e più in generale l’intera Valchiusella, potevano beneficiare di una struttura scolastica all’avanguardia, che nel suo campo non aveva eguali.

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Figura 8 Planimetria generale di progetto, nella quale si evince la disposizione dei blocchi, la viabilità, l’area ludica e le barriere naturali con piantumazione di alberi a foglia perenne.

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Figura 9 – Veduta sull’ampliamento di recente costruzione del plesso scolastico

Il comprensorio scolastico ha attraversato così i decenni, rimanendo praticamente inalterato e portandone i segni del tempo lungo i prospetti esterni, necessitanti di manutenzione; in tempi recenti è stato oggetto di un ampliamento che ha coinvolto il blocco 1, ovvero quello localizzato più a nord ovest, dove trova posto l’ingresso della scuola. Sicuramente le opere sono state svolte con la massima perizia e qualità da parte delle maestranze, quel che lascia – a mio avviso –  un velo di perplessità, è invece correlato alle scelte progettuali approntate. Di fatto il corpo in ampliamento non segue nessuno dei canoni stilistici del fabbricato primario, generando un contrasto fra la parte esistente, preponderante, e il nuovo lotto – che malgrado sia collegato fisicamente con il complesso originario, ne costituisce un elemento estraneo.

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Figura 10 – Veduta sull’ingresso del plesso scolastico: in tale contesto emergono le prime differenze fra l’impianto originario compreso fino alla cancellata, e la porzione recentemente ampliata. Da notare il contrasto dei serramenti: a sx gli originari in alluminio anodizzato e a dx quelli con finitura tipo legno. Evidente anche la differenza fra le murature: originarie con alternanza di elementi lisci e rigati e quelle dell’ampliamento unicamente lisce.

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Figura 11 – Particolare sulla muratura esterna originaria, caratterizzata da elementi lisci e rigati in alternanza; sulla dx è possibile constatare i nuovi pluviali a sezione circolare, in luogo degli originari a sezione quadrata.

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Figura 12 – Veduta su parte del blocco originario: da notare, i pluviali a sezione quadrata che si dipartono dalle gronde; evidente anche qui la finitura esteriore della muratura.

E’ quanto mai evidente la totale estraneità del nuovo lotto a cominciare dalle murature esterne, che presentano una superficie liscia, anziché seguire l’alternanza di elementi lisci e rigati. Proseguendo con l’analisi esterna, spiccano i nuovi serramenti aventi finitura di tipo ligneo: di certo di foggia eccellente, ma assolutamente non ricollegabili a quelli presenti in tutta la scuola, caratterizzati da profili in alluminio anodizzato. Naturalmente concordo con il fatto che il vigente P.R.G. preveda giustamente che i serramenti da installarsi, sia in ambito di patrimonio edilizio esistente che per le nuove costruzioni, abbiano una finitura esterna riconducibile per cromatismi al legno naturale, per cui dal punto di vista normativo si tratta di un intervento corretto; mi chiedo però se non sarebbe stato meglio riconoscere che la scuola media Giacomo Saudino, non è un edificio qualunque, ma è un qualcosa di unico che deve essere tutelato per quella che è la sua essenza: questi interventi rischiano solo di snaturarla, vestendola con un abito di conformismo, con lo scopo di soffocare quello spirito di originale innovazione che la contraddistingue.

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Figura 13 – Particolare da cui si evincono meglio le difformità presenti: i già citati serramenti con finitura lignea, la muratura esterna liscia, i pluviali a sezione circolare ed infine il marciapiede pavimentato con piastrelle quadrate, in luogo dell’originario camminamento in sanpietrini, analogo a quello presente nel piazzale, che si scorge sulla sx del fotogramma.

Allo stesso modo, si notano le differenze di pavimentazione esterna: il complesso originale presenta infatti una splendida pavimentazione in sanpietrini, ricavati dalla pregevole pietra estratta dalle cave locali; inspiegabilmente, il nuovo lotto – è circondato da un marciapiede in piastrelle quadrate; infine, anche le lattonerie sono state variate per foggia: quelle originarie, presenti nel resto del complesso, presentano pluviali a pianta quadrata, mentre nella porzione recentemente edificata, nonché nella facciata dell’ingresso esistente, sono stati impiegati pluviali a sezione circolare.

Si tratta di piccole cose, forse solo dettagli… Ma sono proprio i dettagli a far la differenza: al giorno d’oggi, è stato ampiamente riconosciuto il valore architettonico delle strutture edificate nel periodo di maggior lustro della OLIVETTI; città come Ivrea ne hanno fatto colonna portante del loro tessuto urbanistico, valorizzandole e tutelandole, creando, nel 2001 il “maam” – Museo a cielo aperto dell’Architettura Moderna. Anche se la nostra Valle non dispone di un patrimonio edilizio olivettiano paragonabile a quello eporediese, a mio avviso, occorrerebbe prevedere qualche semplice regola, da inserirsi nei Piani Regolatori, che consenta di mantenere inalterato nel tempo il carattere innovativo e precursore che è insito in questi edifici, conservando in tal modo anche la memoria di chi li progettò e li plasmò.


CENTRO RICERCHE DI TECNOLOGIA MECCANICA “R.T.M.” DI VICO CANAVESE

La punta di diamante nell’innovazione tecnologica industriale in Valchiusella

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Figura 14 – Veduta sull’accesso principale dell’ex stabilimento R.T.M.: anche in questo caso l’immobile industriale si presenta perfettamente inserito nel contesto ambientale circostante.

Proseguiamo questo viaggio con l’esame del fabbricato industriale adibito alle Ricerche di Tecnologia Meccanica. Dal punto di vista progettuale tale immobile mi affascina per la cura e la ricercatezza che gli è stata dedicata, malgrado si trattasse – per i più – semplicemente di una “fabbrica”.

Di fatto ha rappresentato lo sviluppo industriale in Valchiusella, consentendo a moltissimi valligiani di impiegarsi nella ricerca tecnologica, senza abbandonare la terra natia, diventando un vero punto di riferimento nel suo settore, un polo di eccellenza per la tecnologia laser, in Italia e nel mondo. Negli anni migliori, lo stabilimento arrivò ad impiegare circa una cinquantina di addetti, una realtà che in alta valle non aveva eguali in termini di occupazione.

Il resto è storia recente e, purtroppo, ancora dolorosa: dapprima l’inglorioso trasferimento da Vico Canavese ad Agliè nel 2010, poi la crisi generale, diventata alibi inconfutabile per giustificare qualsiasi tipo di perdita di lavoro, con taluni individui che cavalcandola, sulla base dei soli interessi finanziari, hanno colto l’occasione per dire fine a svariati decenni di attività di un’azienda che di fatto non accusava particolari problematiche.

Dopo mesi di lavoro senza percepire stipendi e scioperi, i dipendenti, accompagnati dalla terribile angoscia di perdere quello che non è soltanto un’occupazione, ma ciò che garantisce dignità e sostentamento della propria famiglia, ricevono la triste notizia: è l’Agosto del 2014 e l’R.T.M. viene dichiarata fallita dal Tribunale di Ivrea.

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Figura 15 Splendida immagine sullo stabilimento RTM, a pochi anni dalla sua realizzazione. La vegetazione assai rada all’epoca, lascia spazio su un’aperta panoramica del complesso industriale; si notino i contrasti dei colori scelti per caratterizzare le facciate

La rinomata azienda valchiusellese, nata a Vico Canavese nel 1965, trasferita ad Agliè nel 2010, dopo una lenta agonia, vedeva così la sua fine nel 2014; i lavoratori dell’R.T.M., fino al 2013 una cinquantina, erano ormai rimasti in ventotto, per i quali si prospettava un anno di cassa integrazione straordinaria e una procedura di mobilità.

L’aspetto che più fa rabbia è che – per meri aspetti economici – si sia sacrificata la sfera sociale, quella fatta di persone, con un nome ed un cognome, con una famiglia … Perdere in questo modo il posto di lavoro è la cosa peggiore che possa capitare e solo chi l’ha vissuta in prima persona può rendersi conto della frustrazione e della disperazione che possono attanagliare l’animo di un uomo: giorni lunghissimi che non vogliono finire, perdita della dignità, pensieri spaventosi, mille domande, nessuna risposta, nessuna sicurezza, nessun futuro, …  solo il buio, solo l’oblio.

Di sicuro non esiste evento più terribile, per disattendere quelli che erano i punti basilari promossi da OLIVETTI nell’amministrare la sua Azienda; vorrei di seguito citare due pensieri del poliedrico imprenditore, tanto profondi quanto attuali, invitando chi legge ad una intensa riflessione.

“La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica.”

“Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi a un nobile scopo.”

Adriano OLIVETTI

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Figura 16 – Veduta sullo stabilimento così come appare oggi: pannelli in legno truciolato hanno sostituito gli eleganti pannelli colorati che caratterizzavano la facciata, nell’ottica di un intervento di bonifica.

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Figura 17 Estratto di mappa catastale aggiornata del complesso R.T.M.; con gli anni si sono aggiunti edifici minori a sud dello stabilimento, adibiti principalmente ad uso deposito.

Procediamo di seguito all’analisi dell’immobile industriale che per svariati decenni è stato sede dell’R.T.M., vanto e simbolo della capacità tecnologica valligiana nel mondo.

L’edificio adibito a ricerche meccaniche che abbiamo già menzionato nella sezione riservata alla scuola media, di seguito denominato R.T.M., rappresenta una porzione complementare dell’intervento socio – urbanistico realizzato mediante i fondi del già citato lascito Giacomo Saudino.

Sorge a sud rispetto al complesso scolastico, costituito per l’appunto dalla scuola media, in posizione centrale, e dall’asilo infantile comunale. La struttura venne realizzata a partire dal giugno 1963, quando avvenne il rilascio della concessione edilizia, per essere definitivamente completata nel novembre del 1964. L’edificazione di tale stabilimento, derivò da accordi presi fra l’Amministrazione Comunale e la OLIVETTI, con i quali si voleva implementare l’occupazione in Valle; l’azienda propose quindi la possibilità di realizzare un impianto volto all’assemblaggio di piccole parti meccaniche, operazioni per le quali i costi di trasporto da Vico Canavese ad Ivrea, non avrebbero influito in maniera significativa, consentendo in questo modo l’assunzione di giovani del posto.

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Figura 18 Veduta prospettica sul lato corto dello stabilimento, rappresentata negli elaborati grafici presentati in fase progettuale

Sulla base di tali presupposti e in riferimento al rapporto formulato dall’Ing. ZANETTI, in data 10 maggio 1961, si avvia lo sviluppo di uno studio per la costruzione di una fabbrica di molle, del tipo prevalentemente usato nella realizzazione delle macchine per scrivere e per le macchine da calcolo, di produzione OLIVETTI.

Le considerazioni progettuali vengono approntate analizzando l’attuale reparto molle delle lavorazioni ausiliarie OLIVETTI, che risulta così composto:

  1. 21 macchine avvolgitrici installate oltre che n. 1 macchina in via di installazione, capace, oltreché di far molle, di formare gli occhielli; infine ulteriori due macchine in ordinazione; ben 19 delle predette macchine, lavorano a doppio turno.

Seguono n. 21 macchine occhiellatrici, a cui se ne aggiungeranno ulteriori 12 in fase di ordinazione; anche in questo caso, 8 unità lavorano a doppio turno.

Oltre le suddette macchine vi sono installate:

n.ro 10 macchinette denominate ICO, per la formatura di speciali molle a torsione;

n.ro 1 macchina di fabbricazione Karl Hoch

n.ro 1 macchina Otto Bihler (sempre adibita alla produzione delle molle).

Alle macchine avvolgitrici sono addetti operai uomini ed ognuno di essi controlla tre macchine; per quanto attiene le macchine occhiellatrici ogni operaio (solo uomini) controlla quattro macchine.

Il complesso del reparto dà lavoro ad un ulteriore numero di donne, che eseguono lavorazioni al banco.

Pertanto, la forza lavoro del reparto, risulta così costituita:

n.ro 67 operaie;

n.ro 34 operai;

n.ro 1 operatore alle macchine avvolgitrici;

n.ro 1 operatore alle macchine occhiellatrici ed alle così dette macchine ICO;

n.ro 1 operatore ai banchi;

n.ro 6 controllori;

n.ro 1 benestarista (Addetto al controllo o collaudo di prodotti industriali, dei quali attesta la compatibilità con le norme e le tolleranze previste);

Tuttavia, occorre prevedere che con l’arrivo delle 12 macchine occhiellatrici, la forza lavoro delle donne diminuirà di circa 30 persone, in favore di tre uomini.

Pertanto il reparto risulta di circa 37 operaie, 37 operai, 3 operatori, 6 controllori e 1 benestarista.

Per il funzionamento autonomo del reparto, dovrà poi essere presa in considerazione la necessità di dotarlo di un attrezzista specializzato per la produzione e per il controllo degli attrezzi specifici del reparto. L’attuale superficie occupata dal reparto, che non possiede magazzini propri, né materie prime, né prodotti finiti, è di 600 mq.

L’installazione autonoma del reparto dovrà inoltre tenere conto delle superfici da destinare ad impianti essenziali quali quelli per il riscaldamento, l’eventuale aria compressa, trasformatori, mensa, uffici, ecc…: tutte superfici non ricomprese nei 600 mq suddetti.

Si suppone pertanto che non sia eccessiva la previsione di necessità di uno stabile con superficie coperta non inferiore a mq 2.000 e con servizi ed aree scoperte comprese quelle destinate ad eventuali ampliamenti per circa 10.000 mq.

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Figura 19 Planimetria dello stabilimento completa di scorci fotografici dei vari settori.

Questi, appena enunciati sommariamente, i requisiti progettuali sui quali sarà in seguito sviluppato lo studio del fabbricato industriale, a partire dal 1962, quando il Comune di Vico Canavese formalizzò l’incarico di progettazione.

Come già sottolineato per la Scuola Media, anche in questo caso il progetto fu affidato all’Ufficio Tecnico Olivetti, il quale si avvalse, per l’architettonico, all’Arch. Nello RENACCO e per i calcoli strutturali e per la direzione lavori, a Franco PAPA.

Nel 1965, ad opere ultimate, l’OLIVETTI siglerà un contratto con FIAT e Finmeccanica, al fine di costituire un istituto dedicato alle Ricerche di Tecnologia Meccanica, da cui l’R.T.M. Così facendo decade l’iniziale ipotesi di uno stabilimento di assemblaggio, in favore di una struttura volta allo sviluppo delle conoscenze tecnico scientifiche nel settore delle macchine utensili.

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Figura 20 Scorcio in bianco e nero sullo stabilimento: siamo alla fine degli anni ’60, come desumibile dalle autovetture presenti nel parcheggio.

Gli anni a seguire rappresentano un continuo crescendo per la neonata industria valchiusellese, che sul finire degli anni Ottanta, essendosi nel frattempo ritirata la FIAT nel 1984, acquisirà la sua totale indipendenza, diventando una S.P.A. nel 1988. Ovviamente anche le attività vengono diversificate, passando dalla trattazione delle problematiche delle macchine utensili, allo sviluppo della tecnologia laser.

Dal punto di vista progettuale, analizzando gli elaborati grafici, si può verificare lo sviluppo a pianta rettangolare dell’edificio, fatta eccezione per una piccola appendice posta sul lato sud ovest, ospitante la cabina elettrica.  L’edificio presenta una struttura portante di tipo metallico, impiegando moduli a maglia quadrata della dimensione di 10 metri di lato con pilastri sormontati da capriate reticolari, sulle quali viene fissata la copertura in lamiera grecata; quest’ultima presenta un generoso sporto lungo tutto il perimetro, al fine di proteggere i prospetti dagli agenti atmosferici.

Anche in questo caso l’illuminazione naturale viene amplificata dalla presenza di numerose vetrate, disposte lungo tutto il perimetro dell’edificio, caratterizzate da una forma quadrata nella parte bassa e da una rettangolare nella porzione superiore; i tamponamenti ciechi che separano le predette fasce sono realizzati in lamiera smaltata.

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Figura 21 Veduta interna dello stabilimento industriale valchiusellese, rinomato per la tecnologia laser.

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Figura 22 Spaccato con molteplici vedute interne sullo stabilimento, in un’alternanza di colori e bianco e nero.

Si apprezza nuovamente l’attenzione posta in fase progettuale nel curare l’estetica dell’immobile: malgrado si tratti di un semplice edificio industriale, l’Ufficio Tecnico OLIVETTI esprime ancora una volta la volontà di creare qualcosa – che oltre essere funzionale allo scopo che si prefigge – sia oltremodo bello: è un’attenzione questa, che rappresenta il filo conduttore della politica industriale di Adriano OLIVETTI: ogni cosa, dalla semplice macchina da scrivere, al calcolatore o agli edifici delle più svariate destinazioni, devono essere pratici, razionali ed efficienti – ma allo stesso modo non devono rinunciare alla gradevolezza dell’aspetto esteriore e risultare quindi aggraziati e ben inseriti nel contesto in cui si trovano.

Per queste ragioni, l’edificio ospitante l’R.T.M., presentava delle facciate esterne a dir poco armoniose, con l’alternanza delle superfici vetrate in cristallo atermico verde (con apertura a bilico orizzontale) e dei pannelli di tamponamento di color giallo chiaro, ben contrapposti al rosso scuro della vernice impiegata per le parti strutturali e portanti, ed evidenziati altresì dai coprigiunti in alluminio anodizzato naturale. Infine, costituiscono ulteriore elemento di varietà della facciata, le porzioni terminali dei due lati maggiori, nonché la testata di ingresso ad ovest, realizzati in muratura e dotati di rivestimento in clinker bruno.

Il piano terra, che si sviluppa per circa 1.950 mq, come riscontrabile dalle sezioni progettuali, risulta leggermente rialzato rispetto al cortile (quota + 0,50 m), con una fascia inferiore volutamente scura, realizzate in piastrelle di ceramica nera, in modo da “staccare” la sagoma del fabbricato dal suolo; per contrasto, la fascia marcapiano viene invece realizzata ricorrendo a colori chiari, mediante l’impiego di tesserine di ceramica di color avorio.

Il piano primo, con una superficie di circa 350 mq posta a quota + 3,75 m, risultava principalmente dedicato agli uffici; nello specifico, dalla scala interna si accedeva all’ingresso; trovavano posto a tale livello la direzione, la segreteria, uffici generici, portineria e sala d’attesa, nonché altri locali tecnici.

Dalla descrizione sovrastante si può immaginare la bellezza di tale impianto, la sua eleganza e razionalità, nonché il pregevole inserimento nel contesto ambientale.

Ad oggi, in seguito agli eventi che portarono dapprima al trasferimento delle maestranze da Vico Canavese ad Agliè, ed alla successiva chiusura del complesso, l’edificio di proprietà comunale è stato parzialmente impiegato per il teleriscaldamento a servizio della cittadinanza. Purtroppo non si può non osservare che – da quando lo stabilimento non è più impiegato dall’R.T.M. – quest’ultimo denunci condizioni di manutenzione assai precarie. Nel frattempo il Comune di Vico Canavese ha provveduto doverosamente ad effettuare interventi di bonifica delle componenti in amianto, presenti nell’immobile, primo passo speranzoso verso la un nuovo futuro.

Intanto la Natura avanza e l’edera conquista lentamente anche il cartello segnaletico ubicato in adiacenza al cancello di accesso e quelle che erano ordinate aiuole ed aree a verde, oggi si presentano infestate da erbacce ed arbusti.

Il manifesto pubblicitario che campeggia ancora sulla facciata prospiciente il cancello di ingresso, che promuove il Laser Welding Systems, sembra ormai un triste e lontano ricordo.

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Figura 23 – Anche il cartello posto all’ingresso dell’R.T.M., ove campeggia il celebre  logotipo aziendale, è letteralmente assalito dall’incedere impietoso della vegetazione spontanea.

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Figura 24 – Il manifesto pubblicitario dell’avanzata tecnologia laser impiegata in R.T.M., in parte coperto dalla vegetazione.

Una struttura come questa, non deve però essere considerata un peso, bensì una risorsa. Si tratta di un edificio importante, non solo per la comunità vicolese, ma per tutta la Valchiusella: la sua storia è la nostra storia e in memoria dei gloriosi anni trascorsi, il destino che più si addice a questo complesso è quello di rinascere dalle sue ceneri.

Non parlo di un utilizzo industriale, che comunque nell’eventualità in cui si prospettasse sarebbe di sicuro a suo agio: intendo piuttosto un impiego che si basi sulla vocazione, tutta olivettiana, di occuparsi della comunità sotto l’aspetto sociale, dove la cultura ha molto valore.

E allora perché non immaginare un centro di formazione dell’artigianato, dove permettere ai giovani di imparare un mestiere, magari basato sulle antiche tradizioni della montagna, ma rivisitato in chiave moderna, sulla base dell’attuale mondo del lavoro.

E sulla scia di un’iniziativa del genere, perché non promuovere – in accordo con qualche Università – degli appositi corsi di Laurea sulla valorizzazione e tutela dell’ambiente in territorio montano: occorre riportare questa terra alla ribalta e promuoverla perché ha così tanto da dare e non tentare sarebbe sicuramente un grave errore.

Se un giorno queste, od altre iniziative, dovessero nuovamente coinvolgere quello che fu il cuore dell’R.T.M., allora sì che gli avremmo tributato il più grande degli onori; sarà solo allora che potremo dire, parafrasando Adriano OLIVETTI, “in noi non c’è che futuro”; solo puntando all’innovazione, come già fece l’R.T.M. oltre cinquant’anni fa, potremo dire di avercela fatta ancora una volta.

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Figura 25 L’industria e la ricerca: un binomio indivisibile ed indispensabile per uno sviluppo costante nel tempo: sono innumerevoli i brevetti depositati dall’istituto di ricerca di Vico Canavese

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Figura 26 Fabbrica e Cultura: numerosissime le pubblicazioni nei più svariati ambiti di ricerca tecnologica e meccanica, finalizzata all’impiego nell’industria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA FABBRICA DELLE VALIGETTE DI VIDRACCO

L’incredibile evoluzione di uno stabilimento industriale in centro polifunzionale all’avanguardia

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Figura 27 La “Fabbrica delle Valigette” oggi: perfettamente ristrutturata nel pieno rispetto dell’architettura originaria, abbinando le nuove e moderne tecnologie al patrimonio edilizio esistente

Se è vero che questo breve saggio principia con la trattazione della Scuola Media Giacomo Saudino, per i piacevoli ricordi personali legati alla frequentazione dell’istituto stesso, è altrettanto vero che la struttura presente nel Comune di Vidracco, che – viceversa – conclude questo scritto, è quella che ammiro di più per come ha saputo trasformarsi ed innovarsi nel corso dei decenni, nascendo con una connotazione esclusivamente industriale ed evolvendosi poi in ciò che è oggi, ovvero un centro polifunzionale che racchiude al suo interno i più svariati tipi di laboratori, attività e servizi per il cittadino. Indubbiamente si tratta della miglior interpretazione del pensiero olivettiano disponibile in Valchiusella, poiché questo centro, oltre ad ospitare i più variegati esercizi commerciali e di servizio nei suoi circa 4.000 mq di superficie, ha mantenuto come filo conduttore della sua essenza, la socialità, ovvero gli spazi di incontro, il senso stretto di comunità che pone la persona al centro di tutto.

Damanhur Crea, questo l’appellativo del Centro Polifunzionale, nasce nel 2004, in seguito all’acquisizione dell’ex stabilimento industriale da parte della Federazione Damanhur: in questo modo, l’edificio industriale, dapprima centro nevralgico di produzione, poi abbandonato, diventa nuovamente il cuore pulsante del comune di Vidracco: non più statica testimonianza di uno sviluppo industriale ormai dimenticato e rimpianto, bensì dinamica affermazione di rinascita e di sviluppo economico e sociale.

Tutto ciò nel pieno rispetto delle intenzioni di Adriano OLIVETTI, senza alterarne le sue idee di fondo, ovvero la sua tipica concezione rivolta alla ricerca dell’armonia fra l’individuo, l’ambiente lavorativo e sociale. E soprattutto senza intaccare la sostanza dell’involucro edilizio originario, rispettandone i canoni stilistici ed effettuando interventi puntuali che ne hanno mantenuto inalterata la natura: si può affermare con certezza che il “Crea” rappresenta oggi l’immobile di stile olivettiano, presente in Valchiusella, meglio conservato e mantenuto sia per ciò che riguarda l’aspetto materiale, che per quello “intellettuale e sociale” legato agli scopi che si prefigge nell’ambito della comunità.

E così, è stato possibile che, nella piccola e remota Valchiusella, sia presente oggi un centro polifunzionale all’avanguardia, ben inserito nel contesto circostante, fulcro di ogni tipo di attività, dall’edilizia all’oreficeria, dagli ambulatori medici agli alimentari biologici, dall’abbigliamento alle energie rinnovabili, passando per molteplici laboratori legati all’artigianato di qualità.

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Figura 28 L’abitato di Vidracco si specchia nelle limpide acque del bacino artificiale di Gurzia: inconfondibile la sagoma regolare ed ordinata dell’ex stabilimento industriale.

Analizziamo ora i passi che portarono alla sua realizzazione.

Al termine del secondo conflitto mondiale, la vita economica e sociale della Valchiusella è legata a doppio filo allo sviluppo industriale dell’Eporediese, allora dominato dall’OLIVETTI. Sulla base di questa situazione e tenendo conto di quanto già sottolineato precedentemente a riguardo dell’Istituto di Rinnovamento Urbano e Rurale (I.R.U.R.), vista la ferrea volontà aziendale di non sradicare i lavoratori e, qualora necessario, di agevolarne il pendolarismo, nacquero sul territorio piccoli stabilimenti, razionalmente dislocati in base alle necessità.

Furono questi i presupposti che portarono alla progettazione dello stabilimento di Vidracco, nel 1961, nato con lo scopo di insediarvi la produzione delle “valigette” per le macchine da scrivere portatili OLIVETTI: venne così realizzato il primo lotto su progetto dell’Architetto Eduardo VITTORIA.

Il complesso industriale fu ubicato nella periferia del Comune di Vidracco, a sud ovest rispetto all’abitato, ove erano disponibili gli spazi necessari all’impianto. Inizialmente, per la produzione delle valigette, erano impiegate circa 150 persone, che aumentarono fin oltre a duecento negli anni immediatamente successivi, grazie all’ampliamento ed alla diversificazione della produzione.

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Figura 29 Dalla cartografia catastale emergono chiaramente i primi due blocchi gemelli, posti a nord est e collegati da fasce rientranti di mezzo modulo: allo stesso modo si distingue chiaramente l’ultimo blocco edificato, caratterizzato da una pianta rettangolare in luogo di quella quadrata.

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Figura 30 Altra vista, maggiormente ravvicinata, sul complesso edilizio olivettiano.

Si passò infatti da una produzione monotematica, ad una ebanisteria industriale, legata alla realizzazione dei più svariati tipi di mobili e mobiletti per televisori, radio e giradischi: il boom economico di tali apparecchiature audio visive, aveva generato una conseguente richiesta dei beni strettamente complementari, creando così un indotto che ha agito da vero e proprio volano per l’azienda di Vidracco.

Il successo superò di gran lunga anche le più favorevoli delle aspettative, e fu così che si avviò, nel 1962, la costruzione del secondo lotto, posto ad est rispetto al primo, in direzione dell’abitato.

Si tratta di due lotti gemelli, a pianta quadrata, a loro volta composti di 9 moduli quadrati aventi un lato di 7,50 metri; ne deriva una superficie di poco superiore a circa 500 mq per ogni lotto. I due blocchi, risultano fra loro collegati da una sezione centrale, che rispetta ovviamente la larghezza di 7,50 metri di cui al modulo base, con un arretramento di ½ di tale misura, sulle facciate maggiori. La struttura si sviluppa su due piani fuori terra, con l’accesso principale che avviene dal primo piano, sfruttando la viabilità proveniente dal centro storico, posta a quota del predetto P.1; il collegamento verticale fra i piani, avviene tramite le scale interne centrali che servono ognuno dei due blocchi.

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Figura 31 Veduta sugli ingressi diretti dal cuore del paese: sulla facciata spicca un colorato display che aggiorna costantemente i livelli di produzione di energia pulita prodotti dai pannelli fotovoltaici, riportando altresì le contestuali tonnellate di Anidride Carbonica non immesse nell’atmosfera, a pieno beneficio dell’Ambiente e dell’Uomo.

La struttura è ovviamente realizzata in cemento armato, rispecchiante la già citata modularità quadrata, ai cui vertici sono posti i pilastri, che a loro volta sostengono le travi superiori. Nel rispetto dei canoni dell’architettura moderna, la copertura è di tipo piano, ma – a differenza dello stabilimento R.T.M. – è realizzata in cemento armato impermeabilizzato, così come abbiamo riscontrato per la scuola media. Anche in questo caso, mediante lievi pendenze sono state ricavate le linee di displuvio, che conducono le acque piovane nei pluviali posti ai vertici della struttura, debitamente incassati nella muratura per non essere visibili.

Analizzando i prospetti, riconosciamo le analogie con gli altri immobili che abbiamo incontrato nel corso del cammino: la luce naturale assume un aspetto fondamentale e per consentire ciò, si ricorre ad ampie superfici finestrate, con alternanza di colori fra i profili principali – blu –   e quelli secondari, di colore grigio chiaro. Le porzioni di prospetto opache, sono invece caratterizzate da una muratura rivestita con piastrelle di ceramica chiara: malgrado si tratti di due lotti edificati in epoche diverse, grazie alla giusta attenzione progettuale, si è salvaguardata l’omogeneità d’insieme, tanto che la struttura appare come un unico organismo.

Negli anni successivi lo stabilimento rimarrà pressoché invariato, se si escludono alcune modifiche di distribuzione interna. Occorre attendere fino al 1984, anno in cui l’Architetto Eduardo VITTORIA, in concorso con l’Ingegner Antonio MIGLIASSO, progettano e realizzano il terzo ed ultimo lotto dello stabilimento valchiusellese.

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Figura 32 Veduta prospettica sul lato corto dell’edificio: si noti la diversità di livello del terreno sui due fronti contrapposti.

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Figura 33 Sezione insistente lungo il lato corto dell’edificio: anche in questo caso è evidente la differenza di livello fra il fronte ed il retro dell’immobile.

Ovviamente il nuovo ampliamento resta fedele al collaudato schema modulare di 7,50 metri di lato, con una variante legata al numero dei moduli, che sono questa volta 12 anziché 9, situazione che dà luogo ad una pianta di forma rettangolare, diversamente a quanto approntato per i primi due lotti.

Il terzo ed ultimo lotto è realizzato con una struttura in cemento armato precompresso, con travi di notevole sezione posti su pilastri a sezione quadrata; anche la copertura, sempre di tipo piano, ricorre all’impiego di strutture prefabbricate in cemento (solai di tipo predalle).

Il congiungimento con il terzo lotto avviene in analogia a quanto già approntato precedentemente per il collegamento dei primi due, ovvero mediante l’interposizione di una fascia di unione, arretrata di mezzo modulo rispetto alle facciate principali.

Ciò che differenzia in maniera netta ed evidente, l’ultimo ampliamento rispetto a quanto precedentemente edificato – al di là della già citata pianta rettangolare contrapposta a quella quadrata – risiede sicuramente nella notevole riduzione delle superfici vetrate esterne: come possibile constatare dall’analisi della facciata principale, le finestrature sono limitate a due strette fasce verticali, adiacenti ai pilastri, connesse fra loro da una fascia orizzontale. Di per sé si tratta di una soluzione esteticamente valida, che tende volutamente a sottolineare la differente personalità del terzo lotto, nei confronti dei precedenti e che sicuramente contribuisce ad ottenere risultati più performanti sotto il punto di vista del risparmio energetico: l’altra faccia della medaglia comporta però la rinuncia ad uno di quei caratteri fondamentali che abbiamo riscontrato nell’architettura olivettiana, ovvero la ricerca costante della luce e l’eliminazione di tutte le pareti opache non strettamente indispensabili, in modo tale da dare quel senso di fusione ed uniformità fra esterno ed interno, fino a farli diventare un tutt’uno, al cui centro resta l’uomo.

Successivamente, nel 1985, l’Ing. MIGLIASSO si occuperà nuovamente del complesso industriale, seguendone la progettazione e la realizzazione del limitrofo parcheggio ubicato a sud ovest, ad una quota inferiore a quella della strada comunale posta a monte, e maggiore a quella della strada provinciale a valle.

Dopodiché inizia il lento declino che colpisce mestamente anche lo stabilimento di Vidracco; le attività produttive vengono trasferite e delocalizzate e lentamente la “Fabbrica delle valigette” si svuota delle sue maestranze, diventando un enorme deposito dei materiali più variegati.

Seguirono degli studi volti alla riqualificazione dell’edificio ed al cambio di destinazione d’uso, affinché potesse essere riutilizzato nell’ambito di attività di formazione aziendale; tuttavia questa iniziativa rimase confinata ai soli studi.

Il resto è storia di oggi: l’immobile, ormai abbandonato a sé stesso, venne successivamente acquistato dalla Federazione Damanhur nel 2004, che riuscì mirabilmente nella rivalorizzazione del medesimo, recuperando il fabbricato con l’assoluto rispetto delle sue origini e senza modificarne forzatamente i canoni stilistici, insediando una serie di attività e servizi che hanno dato nuova linfa alla comunità, con l’affermazione della filosofia di Adriano OLIVETTI, che unisce Lavoro, Cultura e Servizi: indubbiamente una riqualificazione di questo tipo rappresenta l’eccellenza; difficilmente si sarebbe potuto far meglio.

CONCLUSIONI

 

Siamo dunque arrivati alla fine di questo breve viaggio, che ci ha permesso di conoscere un po’ più da vicino tre esempi di Architettura Moderna che la nostra Valle ospita.

L’inizio, con protagonista indiscussa la scuola media Giacomo Saudino, è stato emblematico sia sotto il punto di vista affettivo di chi scrive, che sotto un aspetto allegorico: è infatti la scuola il principio di tutto poiché rappresenta l’Istruzione, che deve necessariamente costituire la solida fondamenta sulla quale la Società deve crescere e svilupparsi in maniera armonica e serena. Un edificio splendido ed innovativo ancora oggi, sul quale è necessario porre un’attenzione maggiore, poiché certi interventi, anche se fatti con le migliori delle intenzioni, rischiano seriamente di compromettere un patrimonio irripetibile: non commettiamo altri errori  e  cerchiamo di tutelare ciò che ci è stato lasciato e che è costato molti sacrifici a chi ci ha preceduto: è un architettura unica, tanto quanto quella rurale che giustamente tuteliamo sotto ogni aspetto: senz’altro merita le stesse attenzioni perché non è un qualcosa di fuori luogo, ma è un’ulteriore ricchezza per il nostro territorio.

L’R.T.M. è invece il trait d’union fra la prima è l’ultima parte di questo percorso: è l’industria, il lavoro concreto, basato su una costante ed assidua ricerca (e torniamo quindi all’importanza dell’Istruzione!) sempre in continua evoluzione, ma fatalmente colpito dai meri interessi economici, che in nome del dio denaro, sacrificano le persone, condannando intere famiglie; il sogno è che questa situazione, apparentemente statica ed immutabile, lasci il posto ad un rinnovamento e che lo stabilimento R.T.M. rinasca presto dalle sue ceneri: certo, occorreranno molti fondi, ma se le idee sono valide è doveroso portarle avanti.

Infine l’ex fabbrica delle valigette di Vidracco: inizialmente fiorente industria con una crescita esponenziale di produzione negli anni del boom economico, la cui ascesa si è poi interrotta iniziando un declino lento e inesorabile, che l’ha vista ridursi  alla stregua di un semplice deposito di materiale non più in uso: anche in questo caso una situazione desolante, che appariva priva di soluzione: il gigante industriale era ormai un fossile abbandonato alla periferia di un piccolo comune montano: quali possibilità di sviluppo avrebbe potuto avere ormai? E invece, ciò che sembrava impossibile si è realizzato: la forza di volontà, l’idea e la dedizione di chi né ha consacrato la rinascita ha portato ad un risultato che è sotto gli occhi di tutti: l’edificio è stato perfettamente recuperato nella sua essenza originaria, ma allo stesso tempo ha abbracciato le più innovative tecnologie e le più svariate attività. Il risultato è a dir poco eccellente: queste sono le sfide che dobbiamo porci, perché i sogni, a patto di crederci con tutta l’anima, possono realizzarsi e l’esempio di Vidracco in questi termini è significativo.

Vorrei concludere in questo senso, riportando un evocativo aforisma di Adriano OLIVETTI, che per chi scrive, rappresenta più di una semplice citazione, ma costituisce – in effetti – un vero e proprio insegnamento di vita:

Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande.

Adriano OLIVETTI

Traversella, Maggio 2017

Gianmarco QUACCHIO

gianmarco.quacchio@libero.it

* Tutte le immagini ivi riportate e i testi introduttivi e di analisi di ogni documento sono di Gianmarco QUACCHIO, fatta eccezione per le immagini fornite per gentile concessione come esplicitamente riportato. Si ringraziano infinitamente il Geom. Gianluca OSSOLA – Responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Vico Canavese per la pazienza e la disponibilità accordata, nonché Antonio BERNINI – Sindaco del Comune di Vidracco che unitamente a Sergio VIGNA – messo del Comune di Vidracco mi hanno fornito il materiale necessario per la “Fabbrica delle Valigette” riponendo nello scrivente una fiducia incondizionata; un caro ringraziamento a  Michelangelo BOGLINO, ex sindaco del Comune di Trausella e un tempo  dipendente presso l’R.T.M. per avermi fornito una dettagliatissima documentazione inerente lo stabilimento, nonché le splendide ed introvabili foto d’epoca.

Grazie a tutti di cuore.

RESPONSABILE DEL SITO

Luigi Bovio

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Andrea Tiloca, Mauro Gillio, Enrico Bovio
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