Conoscere la Valchiusella tra presente e passato

Ft_211conte Lionello Nigra

LA SAGA DEI NIGRA IN VALCHIUSELLA

Nella seconda metà del XIX secolo, il sofferto idillio del giovane conte Corrado Lionello (o Leonello) Nigra, (figlio del conte Costantino e della nobildonna Emma Delfina Maria Emerenziana Vegezzi Ruscalla), con la popolana valchiusellese Teresa Edvige Marten Perolino, aveva suscitato grande scalpore, aveva fatto versare inchiostro e lacrime e intessuto un fitto chiacchiericcio non solo a Vico o a Drusacco, paese dei Marten Perolino o a Sale Castelnuovo, paese dei Nigra, ma anche a Torino. Se ne parlava tanto nelle “quente” durante le veglie serali nelle stalle dei paesi di montagna, quanto nei salotti bene della capitale subalpina e se ne era ugualmente diffusa voce nei corridoi del Parlamento a Roma e perfino al Quirinale. Sì, quel normale sentimento, sbocciato tra due giovani di diversa estrazione sociale, passava di bocca in bocca per tutto il regno, fino a giungere agli orecchi di sua maestà!

La famiglia Nigra si opponeva a quell’unione con una contadina, una donna incolta che non apparteneva al loro rango, e si sdegnava che il suo giovane rampollo fosse tanto avventato nelle proprie scelte; se avesse proprio voluto una popolana, avrebbe potuto fare come insegnava re Vittorio, ma sposarla proprio no!

Eppure, va detto che Costantino Nigra era noto per la sua affezione nei confronti del popolo, come dimostrano anche le sue opere letterarie; era un uomo che non cercava popolarità né onori, un vero spirito democratico. Tuttavia i rapporti tra padre e figlio si inasprirono, forse anche per altri motivi, e la ribellione del suo erede, unita allo squilibrio mentale della moglie, causarono grandi dolori al conte Costantino.

Il matrimonio tra Lionello e Teresa alfine avvenne e, col tempo, il vaniloquio si quietò.

Quella storia d’amore non ebbe il risvolto delle classiche favole: “…e vissero tutti felici e contenti”, perché diversi furono i dolori dei due sposi, come la morte in fasce della figlia assieme alla menomazione del loro figliolo che portava il nome del suo grande nonno. Chissà come fu appresa questa disgrazia in una casata il cui motto impresso sullo stemma nobiliare era “Aot e drit”? Poi, anche il piccolo Costantino trapassò ad appena nove anni.

Tuttavia il matrimonio resse i molti urti. I conti Leonello e Teresa solevano trascorrere parte delle vacanze estive a Novareglia, in casa Martinallo (nella foto in basso), una dimora patrizia, posta alla sommità del paese. Fu proprio in questa casa che alla fine di ottobre del 1908 il conte Leonello ebbe un drastico tracollo delle condizioni di salute. Furono interpellati i medici, ma nulla era più possibile. Si chiamò l’arciprete di Vico don Domenico Pagliotti*, il quale impartì l’estrema unzione al malato. Leonello spirò, con accanto la moglie, alle sette pomeridiane del 5 novembre 1908 all’età di cinquantadue anni.

Cinque giorni appresso, le sue spoglie mortali, fecero ritorno a Castelnuovo. Appena sedici mesi prima, il 1 luglio 1907, era spirato a Rapallo, il padre.

La contessa Teresa non si adattò mai al bel mondo. Dopo la morte del marito, preferì vivere a Drusacco, ove si spense nel 1928.

Dagli atti della parrocchia di Vico e dalla memoria storica della gente, si sa che, nel 1917 fu madrina di battesimo della piccola Gina Giraudo. Gina, meglio conosciuta in paese col cognome del marito De Mercanti, è oggi una lucidissima ultranovantenne.

Novareglia parte alta a destra casa Martinallo a sinistra la casa del notaio Bertarione

Postilla. Si badi bene che il cognome di Teresa era Marten Perolino (o Perolin su alcuni atti), e non Martin Perolin come è riportato in alcune biografie.

Nota a lato: *Don Domenico Pagliotti, nato a Vesignano, una frazione di Rivarolo Canavese, il 23 marzo 1872, entrato in seminario nel 1888, fu ordinato sacerdote nel 1895 e destinato prima come cappellano estivo a Santa Elisabetta, poi come maestro a Casabianca  di Chivasso. L’11 agosto 1900 fece l’ingresso a Vico come Arciprete e Vicario Foraneo. Il 7 ottobre 1919 venne nominato Canonico della Cattedrale di Ivrea. Fu direttore spirituale dei seminaristi e della “Pia Unione Transito di San Giuseppe” sede di Ivrea. Morì il 22 marzo 1939. Per la sua profonda pietà e lo stile di vita, fu paragonato, da molti che lo conobbero, al Santo Curato d’Ars. Gioviale, fervente nella preghiera e profondamente erudito, scrittore e ricercatore, fu guida incomparabile per i parrocchiani di Vico, prima e per i seminaristi, poi.

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