Conoscere la Valchiusella tra presente e passato

Casa Saudino Fuset Canada 1910 Canada 1910: a casa dei fratelli Saudino Fuset di Meugliano.

FLUSSI MIGRATORI IN VALCHIUSELLA

La Valchiusella ha avuto una storia per certi versi analoga e per molti altri dissimile da quella delle valli prealpine sue consorelle. Nel ‘700 la notevole prosperità portata dall’industria siderurgica, portò i suoi paesi a essere definiti come “Banchieri del Canavese” per la notevole prosperità giunta a essi. Tale situazione, estranea alle valli confinanti, rimase immutata fino al termine dell’epoca risorgimentale, quando la produzione delle fucine subì una decisa flessione e l’attività siderurgica, svolta con metodi ormai non più all’avanguardia e di conseguenza meno competitivi, declinò.

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Lavoro in fabbrica inizio 1900.

Sempre alla fine del XIX secolo, una inaspettata pandemia colpì gli alberi di castagno, diminuendone drasticamente la produzione che non fu più in grado di soddisfare il fabbisogno della popolazione contadina.

Fu così che la folta popolazione presente a cavallo tra il XIX e il XX secolo in Valchiusella, che raggiungeva circa le tredicimila unità, si trovò di fronte ad un impoverimento  profondo.

nave emigratiNave di emigrati in partenza dal porto.

Mentre nei secoli precedenti si erano verificati flussi immigratori in valle, dopo il 1870, per la prima volta, vi fu un massiccio esodo di allontanamento da essa.

La storia dei flussi migratori, si sa, è ciclica. La Valchiusella ha quindi visto, a partire dall’Unità d’Italia per tutto un secolo, flussi in uscita ed in entrata che si possono pressappoco riassumere così: da fine ottocento fino alla Prima Guerra Mondiale si verificò una emigrazione corposa, ripresa negli anni ’20. Un periodo di stasi vi fu dagli anni ’30, fino al secondo dopo guerra; poi un’immigrazione dovuta alla ripresa della miniere di Traversella di Brosso e alle cave di Vico negli anni ’50 e ’60 del XX secolo, proveniente dalla Lombardia (scalpellini bergamaschi) e dal Triveneto; un flusso di trasferimento verso Torino e Ivrea dagli anni ’60 agli anni ’80. Quest’ultimo flusso, a onor del vero, è stato abbastanza contenuto grazie alle illuminate politiche economiche di Adriano Olivetti che ha sempre cercato di non impoverire il territorio montano e di agevolare i dipendenti della sua ditta nei servizi e nei trasporti. Va  evidenziato che la maggior parte delle famiglie trasferitesi in valle, soprattutto a Vico e Traversella, nel secolo scorso, si è definitivamente sistemata e amalgamata perfettamente nel territorio, dimostrando uno spirito d’iniziativa e imprenditoriale per certi versi maggiore a quello della popolazione residente.

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Scalpellini al lavoro.

Un flusso di tutto riguardo, è infine legato alle miniere della Sardegna, nelle quali decine di valchiusellesi trovarono occupazione e successo. Questo legame è oggi riallacciato grazie a numerose iniziative culturali (vedi la pagina dedicata alla S.O.M.S. di Brosso sul nostro sito).

Un capitolo a parte si potrebbe aprire per le attività stagionali. Queste erano dirette innanzitutto verso la Francia e la Svizzera e iniziarono a fine ottocento per poi riprendere negli anni ’40 del secolo successivo.

L’emigrazione dei valchiusellesi fu in gran parte, se così si può definire, un’emigrazione di qualità. I nostri convalligiani andarono a portare la loro manodopera, ma anche la loro esperienza nel campo siderurgico e delle costruzioni. I flussi minori si diressero verso tutti gli altri continenti, e i flussi maggiori verso la Francia e la Germania.

Negli Stati Uniti e in Canada i valchiusellesi lavorarono alle strade ferrate, mentre in America Latina si adoperarono come contadini (in Argentina alcuni divennero grandi latifondisti e creatori di interi villaggi). Furono costruttori di ferrovie in Asia (Transiberiana). Cercatori d’oro e ancora costruttori di ferrovie si recarono nell’Africa del sud. Nella regione africana del Trasvaal, famosi risultarono i cercatori d’oro, giunti in particolar modo da Rueglio.

 

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Costruzione di una ferrovia in centro Africa.

Rueglio, anche per il fatto di essere sempre stato il paese di gran lunga più grande e popolato della valle, ha fatto la parte del leone per ciò che riguarda l’emigrazione. Ha avuto una forte emigrazione maschile con personaggi divenuti mitici in paese. Gran parte degli espatriati tenne stretti legami con la patria, continuati ancora oggi dagli eredi. Mentre gli uomini erano all’estero, le intraprendenti donne ruegliesi si industriavano a confezionare manufatti per i mercati tessili canavesani.

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Donne al lavoro inizio 1900.

Come si può ben supporre, la storia dell’espatrio ha avuto i suoi alti e i suoi bassi. Molti valligiani trovarono la morte, la menomazione fisica, l’insuccesso, come invece parecchi altri ottennero l’affermazione e anche il denaro. Tra questi ultimi menzioniamo: Giorgio Canale di Trausella, divenuto membro della Corte Suprema della California, Bartolomeo e Pietro Bertarione Rava Rossa di Vico, divenuti proprietari della miniera d’argento a Pinos Zapotecas in Messico, Giacomo Grosso di Inverso, possessore della fazenda “Seira” a Santa Fè, Michelangelo Torreano di Vistrorio, che fu azionista di una miniera di carbone a Dawson nel Nuovo Messico, i fratelli Maddalena di Trausella, che importarono la coltivazione della vite in Argentina. I valchiusellesi che fecero fortuna e ritornarono in patria si adoperarono in gran parte per migliorare le condizioni di vita dei loro paesi, come il famoso Martin ‘tla Moja di Rueglio, il quale fece costruire nel suo paese, agli inizi del ‘900, il prestigioso albergo Americano, tutt’ora esistente. All’epoca la struttura offriva i bagni di vapore.

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Minatori Valchiusellesi (Miniera Californiana)

Ci sono lunghe testimonianze e tante storie da poter creare interi saggi e, perché no, anche romanzi in merito, molte delle quali sono raccolte in archivi ricchi di immagini e testimonianze che per ovvi problemi di spazio non possiamo introdurre sul sito, ma che saremmo lieti di far consultare agli interessati.

Concludo con l’aneddoto dell’estroso Antonio Sacchetto di Novareglia, il quale lavorò all’erezione del palazzo imperiale Pahlevi di Teheran conoscendo una deliziosa fanciulla dagli occhi profondi e incantati, che ancora era ignara del suo destino. Il nome della fanciulla? Soraya, la sposa ripudiata dello Scià di Persia, protagonista di una delle storie di cronaca mondana più famose e discusse del XX secolo.

Allazetta e Triverio Montevecchio (Sardegna) 1910: i meuglianesi Carlo Allazetta (direttore delle locali miniere) ed Eugenio Triverio con le piccole Teresa e Ubalda Allazetta.

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