IN SOCCORSO DI ADRIANO OLIVETTI

VITE CARICHE DI VALORI DA RISCOPRIRE

Storie con una morale

IN SOCCORSO DI ADRIANO OLIVETTI

Durante la Prima Guerra Mondiale il noto ingegnere Adriano Olivetti, cuore e anima dell’omonima ditta fondata dal padre sul finire del XIX secolo, si arruolò volontario e compì l’addestramento ad Aosta. Una sera, mentre il giovane Adriano era in libera uscita e passeggiava tranquillamente per le strade del capoluogo della Vallèe, gli si fece vicino un gruppo di militari che aveva alzato un po’ troppo il gomito e che per tale ragione, avendo visto che il giovane rampollo era un volontario, cominciarono ad oltraggiarlo e a urtarlo con violenza con la seria intenzione di malmenarlo.

Tilio 'd Rafel Attilio Barro RaffelD’improvviso si fece largo in mezzo ai malintenzionati un alpino di Vico, rispondente al nome di Attilio Barro Raffel, il quale posò la sua mano sulla nuca del giovane Olivetti in segno di protezione e dopo aver guardato con fermezza in faccia tutti gli aggressori, chiese al ragazzo il nome e la provenienza. Di seguito alle presentazioni e all’aver quindi scoperto d’essere entrambi canavesani, Attilio si rivolse con fare risoluto agli aggressori: “Capito? Siamo quasi compaesani e adesso pagherà da bere a tutti”. Dopo la serata trascorsa in osteria, le strade di Attilio e Adriano si divisero.

Destino volle che, trascorsi molti decenni, negli anni ’50, anche a Vico venisse inaugurata  la sede e la biblioteca dell’illuminato ed altrettanto sfortunato Movimento di Comunità, fondato dall’ingegner Adriano Olivetti, il quale era di casa in paese, non solo per l’amicizia che lo legava al suo collaboratore Giacomo Saudino, nella cui abitazione in regione Viale era spirata durante il Secondo conflitto mondiale la sua mamma, ma anche per la stima che egli provava per l’arciprete don Pietro Aimino, al quale aveva più volte elargito sostanziosi aiuti per il Ricovero dei Poveri Vecchi  che il presule aveva fondato e dirigeva. Fu proprio nel corso della cerimonia d’inaugurazione in questione che gli occhi dell’ingegnere si posarono su un contadino che stava in disparte. Adriano Olivetti, tra gli sguardi curiosi dei presenti, si accostò all’uomo, sicuro di aver riconosciuto il lui il suo ‘salvatore’ d’un tempo. Dopo aver ascoltato le parole di Olivetti, il buon Attilio impassibile e a bassa voce asserì di ricordare l’episodio e poi, forse per togliere l’imbarazzo che provava, lui, così schivo e discreto, affermò: “Bene ingegnere, lei ha buona memoria! Pensi che io non l’avrei nemmeno riconosciuta se lei non me lo avesse or ora rammentato”. La serata proseguì in tutta cordialità e al termine le strade dei due canavesani si divisero nuovamente.

È solo un episodio che si può definire simpatico ma che è emblematico! Se una vicenda simile fosse capitata ad un approfittatore (e anche a quei tempi ne esistevano alcuni), costui non avrebbe esitato un attimo a farsi ‘pagare’ il debito di riconoscenza dal magnate eporediese, anzi, credo si sarebbe fatto avanti per primo ed anche senza aspettare la fortuita circostanza. Tillio ‘d Raffel (così veniva chiamato in paese), invece, non solo non ne approfittò per farsi magari riconoscere qualche beneficio economico, ma nemmeno per “farsi bello” nei confronti dei compaesani, la maggior parte dei quali erano dipendenti dell’azienda Olivetti.

Tanti ricordano ancora oggi Tillio, il quale visse per anni nella sua umile casa di via dei Martiri, conducendo un’esistenza silente e laboriosa, saggio filosofo contadino, garbato e sagace.

Quello tra Attilio e Adriano si può definire come l’incontro tra due galantuomini con la “G” maiuscola, tra due persone oneste che, ognuna nel proprio campo, ha agito con alti sentimenti di lealtà.

Nel 1960 l’ingegner Adriano cessava di vivere improvvisamente; diciassette anni dopo lo seguiva il buon Tillio. Oggi della gloriosa Olivetti non resta che lo scheletro divorato da avvoltoi voraci e la casa di Attilio si regge, addossata alle altre, fatiscente, Dio solo sa come. Il loro stile di vita pare sorpassato, utopistico e quasi da deridere per molti nostri contemporanei che non conoscono più i veri valori ed hanno perso, poveretti quando se ne accorgeranno, la strada principale, lastricata di onestà, di rispetto e di lavoro. Sembrano passati secoli, ma se diamo una spolverata, io credo che i semi che hanno gettato Adriano Olivetti nel suo immenso campo e Attilio Barro Raffel nel suo piccolo orticello, facciano frutto tutt’oggi e possano produrne ancora per il futuro.

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Andrea Tiloca, Mauro Gillio, Enrico Bovio
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