Conoscere la Valchiusella tra presente e passato

Richard Henri Budden

Stoke Newington (Londra) 1826 – Torino 1895

Budden

Di famiglia agiata, rimase orfano molto presto e venne inviato a studiare in collegio a Bonn e a Parigi. Al termine degli studi, “libero di sé, ricco di censo”, viaggiò molto in Europa, decidendo infine di stabilirsi in Italia, dapprima a Nizza, poi a Genova, quindi a Torino.

Appassionato alpinista, fu introdotto nell’ambiente del Club Alpino Italiano (CAI) da Bartolomeo Gastaldi e Giovanni Battista Rimini. Assieme al canonico Georges Carrel diede vita alla succursale di Aosta, di cui fu poi presidente onorario. Seguendo i destini della capitale a Firenze, vi si trasferì, contribuendo alla fondazione nel 1868 della locale sezione CAI, di cui fu presidente dal 1874 fino alla morte.

Secondo Budden, l’alpinismo non doveva essere soltanto l’arte di arrampicare sulle alte e difficili vette, bensì il mezzo per raggiungere nobili ideali: la montagna come palestra di educazione morale e intellettuale ed anche il luogo in cui gli alpinisti avrebbero dovuto cooperare per migliorare le condizioni economiche e sociali delle popolazioni locali. Promosse la costruzione di rifugi, alberghi e sentieri e diverse iniziative a sostegno delle popolazioni montane; si interessò di rimboschimento, della tutela e sfruttamento delle acque, di piscicoltura, di apicoltura. Studiò i ghiacciai e favorì la costruzione di osservatori meteorologici in montagna.

Pensò ad un’organizzazione delle guide alpine pubblicando l’opuscolo Observations aux guides des vallées Italiennes.

Poliglotta, intrattenne relazioni con tutte le associazioni alpinistiche europee e d’oltreoceano, molte delle quali lo elessero socio onorario, considerandolo come il “Ministro degli Esteri” del CAI.

Per tutte queste ragioni, e in virtù delle sue numerose pubblicazioni sia sulla stampa sociale italiana ed estera che su giornali locali, venne definito “Apostolo dell’Alpinismo”.

Alla sua memoria sono intitolate due vette sulle Alpi:

– Punta Budden (3683 m) nel gruppo del Gran Paradiso, tra l’Herbetet e la Becca di Montandayné;

– Punta Budden (3630 m) nelle Grandes Murailles, tra la Valtournenche e la Valpelline.

                                                                                                                            

                                                                                                                      Stefano Merlo

PS

Il testo Une excursion dans la vallée de la Chiusella di Richard Henri Budden è stato pubblicato in lingua francese sul Bollettino del Club Alpino Italiano n. 18, vol. V del 1871.

La presente traduzione è comparsa in due parti su Canavèis n. 26 e n. 27 (2015).

Un’escursione nella valle della Chiusella

Essendo stato sovente invitato da amici a visitare questa valle pittoresca, il 27 maggio di quest’anno sono partito da Torino per soddisfare la mia curiosità. Non pretendo di tracciare un itinerario regolare ad uso degli italiani che possono conoscere meglio di me il loro paese, ma potrebbe capitare che turisti stranieri fossero desiderosi di visitare questi bei siti che si possono designare sotto il nome di Byways of Piedmont (Itinerari minori del Piemonte, ndt); poiché, sfortunatamente, sono ancora ignorati dalla maggior parte dei viaggiatori che, senza essere esortati espressamente, non si allontanano volentieri dai loro percorsi ordinari per vedere dei nuovi paesi, studiare le abitudini particolari delle popolazioni e godere delle abitudini semplici e dei prezzi moderati di povera gente che si sente onorata, per così dire, di questa visita inattesa.

Il modo più ordinario per andare in Valchiusella da Torino è di prendere la ferrovia di Milano fino alla stazione di Settimo Torinese e di là la ferrovia americana (a quel tempo era in servizio una linea di ferrovia a cavalli, ndt) a Rivarolo dove si arriva in tre ore di viaggio. Una diligenza da Rivarolo per Castellamonte (a un’ora di distanza) è in corrispondenza con i due convogli che partono il mattino di buon’ora e la sera; da Torino il viaggiatore può anche spostarsi ad Ivrea in ferrovia e di là a Vico per un sentiero di montagna chiamato La Drinà che attraversa i villaggi di Banchette, Fiorano, dove i costumi delle donne assomigliano a quelli di Frascati vicino a Roma, Lessolo e Brosso. Il giorno della mia partenza da Torino il tempo era plumbeo ed io guardavo con piacere l’aspetto singolare delle enormi nuvole aggrappate alle cime delle montagne che assomigliavano a vulcani fumanti; ciò rendeva un aspetto assai cupo alla pianura fertile e verdeggiante che attraversavo.

La città di Rivarolo (6.000 abitanti), chiamata con orgoglio dagli abitanti la Piccola Torino, è di un aspetto molto gradevole; il suo largo viale alberato, in mezzo al quale scorre un corso d’acqua limpida e veloce su cui si trovano due cotonifici, il cui frastuono annuncia che l’attività lavorativa freme, fa immaginare che essa abbia un bell’avvenire di fronte a sé. Seguendo la strada principale si arriva al ponte sull’Orco da dove si ha una vista molto pittoresca. Aria buona, acqua buona, una popolazione molto laboriosa e robusta con una posizione centrale, sono cose da attirare l’attenzione dei capitali. Più lontano Castellamonte (circa la stessa popolazione), con costruzioni meno moderne, contiene tuttavia un’industria, quella della fabbricazione delle stufe, delle statue, dei vasi, dei tubi e soprattutto dei forni, ecc., in terra cotta, che merita una visita. Sarebbe tuttavia auspicabile che le diverse piccole aziende fossero riunite in una sola per dare un maggiore sviluppo a questa industria così utile in sé, così come per attivare l’esportazione dei prodotti.

Da Castellamonte feci una gradevole escursione in un luogo chiamato Prato della Valle nei pressi dell’abitato di Filia. Passammo per le rovine del vecchio castello di Castellamonte la cui fondazione risale, si crede, all’undicesimo secolo. Si gode di qui di un panorama molto esteso sulla pianura del Piemonte; l’occhio si ferma volentieri sul pittoresco castello di Valperga ed sul convento di Belmonte posto su un’altura, e più lontano sulle montagne coronate di neve di Ceresole e del Gran Paradiso. Nelle vicinanze di Prato della Valle, dove si cava l’argilla, notammo numerose piramidi che servono da base e da sostegno a degli alberi; è l’acqua che crea le piramidi a forma di pan di zucchero, scavando il suolo formato da una terra leggera e friabile. La mia guida Tentoretto Domenico le chiamava nel dialetto del paese Fazzetti, ed esse mi ricordavano le famose Balze che si vedono presso Volterra in Toscana. Questa passeggiata in gran parte tra i boschi si può fare comodamente in tre ore. Qui ho avuto un campione di questa ospitalità così semplice e così cordiale che si incontra sovente in tutte le classi della società del vecchio Piemonte, paese del franco parlare. Nonostante le mie suppliche la mia guida ha voluto assolutamente portarmi a casa sua, disse, per fare uno spuntino e bere un bicchiere di vino insieme; seduto nella sua modesta dimora mi fece le lodi del suo brouss (specie di formaggio) e del pane bianco (che è andato subito a comprare) con una benevolenza ammirevole; in compenso, ho sopportato con perfetta calma la curiosità legittima di sua moglie e dei suoi bambini stupiti di vedere questo essere singolare venuto da così lontano per vedere i dintorni della loro Castellamonte.[1]

Il viaggiatore, sia detto en passant, deve usare le maggiori attenzioni, soprattutto nei piccoli paesi sperduti, per non ferire mai la dignità dell’uomo più povero, poiché deve ricordarsi che lascia dietro di sé non soltanto la propria reputazione, ma quella della propria nazione intera.

Il canavesano è un bell’esempio di vero piemontese: robusto, diritto e slanciato, con un approccio fiero, sembra comprendere la propria indipendenza e non lo si può imbrogliare facilmente sui suoi diritti. Le donne dagli occhi neri e dalle tinte colorate portano la testa alta e non hanno niente di quella servilità che si nota sovente tra quelle della stessa classe in altri paesi.

Si è criticato in passato il canavesano per la rudezza del suo carattere che sembra essere cambiato ora in una energia lodevole verso il lavoro di cui l’agricoltura ben curata dà prove abbondanti.

Fui incantato dalla strada pittoresca della valle di Issiglio, da Castellamonte al villaggio di Alice Superiore, passando per Vistrorio dove il turista può visitare la bella cascata della Chiusella chiamata in dialetto Gussei. Per godere meglio del colpo d’occhio di questa cascata bisogna risalire la sponda sinistra del torrente al Ponte dei Preti presso Strambinello. Lasciando Castellamonte si notano tre catene di montagne; le più vicine sono coperte di boschi di castagni; le seconde, costituite di strati di terreno di varie tonalità, e le ultime sono ricoperte di neve; al centro di questo quadro si eleva una collina isolata chiamata la montagna di Baldissero contenente molta magnesite che serve per la fabbricazione del sel d’Angleterre (solfato di magnesio, ndt); all’orizzonte si vede la notevole montagna La Serra, immensa morena a forma di muraglia che sembra chiudere interamente tutta la valle. Bisogna calcolare tre ore in vettura da Castellamonte a Vico.[2]

Il turista che desiderasse fare delle escursioni nei dintorni, troverà Vico localizzata in maniera ammirevole per diventare il proprio quartier generale; i panorami sono superbi e i villaggi nei dintorni molto pittoreschi con il loro campanile bianco che sbuca attraverso boschi di noci.

Gli abitanti di Vico si occupano molto di miniere e della costruzione di linee ferroviarie, ed io fui stupito durante i miei pasti di sentir parlare di viaggi lontani ai quattro angoli del globo in questo villaggio sperduto in fondo alle montagne. È deplorevole che questi bravi abitanti, che sovente mettono da parte fortune considerevoli all’estero, non dedichino il loro tempo e una parte dei loro soldi per migliorare le strade, i sentieri, vie ecc., dei loro paesi; così facendo, renderebbero importanti servizi al loro paese. Essi si accontentano generalmente di acquistare dei terreni e di costruire delle case curandosi mediocremente di cambiare le abitudini di routine rispetto agli abbellimenti. Ci si può far capire in questo paese in francese, ma la lingua più comune è il dialetto piemontese; il viaggiatore che avesse conoscenze dell’italiano avrà maggiori facilità per studiare le abitudini di questi uomini che possiedono il carattere indipendente e franco che ha aiutato il vecchio Piemonte a mettersi ai primi ranghi della patria.

Consiglio al viaggiatore di fare l’affascinante passeggiata tra i noci a una mezz’ora di distanza fino al villaggio di Brosso per godere, dalla piazza dietro la chiesa, del magnifico panorama sulla pianura del Piemonte; questo punto d’osservazione si trova abbastanza vicino a questa singolare montagna La Serra che sembra essere stata livellata dai muratori.[3]

L’indomani del mio arrivo a Vico sono partito di buon’ora accompagnato da una guida, Saudino Scaletta Stefano, per visitare le miniere di Traversella e la Val Chiusella. Occorrono cinque ore di marcia da Vico al fondo della valle; si scorge sulla sinistra la montagna di Pal, e a destra la catena che dalla Cavallaria si estende alla Bocchetta de’ Corni, e in fondo il Monte Marzo che sembra chiudere la valle. Arrivando a Traversella ho visitato, in compagnia del direttore[4], le officine contenenti le macchine a cilindri forniti di magneti inventate anni fa dal signor Quintino Sella per separare il ferro dal rame.

Come in molti altri luoghi in Italia, vi è la mancanza di legna per combustibile a causa della distruzione delle foreste, ma c’è da sperare che si troverà il modo di impiegare un giorno la torba, mescolandola con del bitume o qualche altra sostanza infiammabile.

Dopo una visita di più di un’ora abbandonammo Traversella per continuare il nostro cammino lungo la valle fino al villaggio di Fondo, dove trovammo una buona accoglienza presso il curato Don Minola, la cui sede deve essere eccellente se si deve giudicare dalla buona cucina preparata in mezzo alla stanza, così come dal caffè nero che mi fu graziosamente offerto dalla giovane maestra della scuola. Il viaggiatore apprezza particolarmente questi modi di fare nei paesi di montagna, dove gli alberghi sono rari e l’appetito al contrario sempre molto acuto.

Dopo Traversella non ci sono più alberghi, ed il turista è obbligato a chiedere l’ospitalità, in caso di bisogno, al signor curato Don Minola, di Fondo, o al signor curato di Succinto, oppure nella stagione estiva, da giugno all’inizio di settembre, al prete della borgata di Tallorno.

La borgata di Fondo[5] è molto triste, e Don Minola mi ha detto che durante molti mesi dell’anno non si vedeva mai il sole; tuttavia una mezz’ora prima di arrivare in questo luogo il viaggiatore gode di un bello scorcio sulle vaste pianure del Piemonte che contrasta singolarmente per la ridente vegetazione con la solitudine di questo luogo. Stringendo la mano al simpatico Don Minola, che mi offriva con cortesia l’ospitalità per la notte, ammiravo la sua abnegazione che gli permetteva di passare la sua vita in quest’angolo sperduto della terra per portare aiuto e consolazione ai suoi simili. Dalla borgata di Fondo continuammo la nostra strada costeggiando il torrente Chiusella per Tallorno, che fu animata dalle narrazioni della mia guida Saudino Scaletta che era stato capo minatore in America centrale, nell’isola di Sardegna e in Francia. Era un uomo (sulla sessantina) universalmente rispettato nel suo paese, benvoluto da tutti; le sue massime preferite erano queste: «Rispettiamo tutti e facciamo male a nessuno», e sembrava veramente seguire questi principi, a giudicare dalla maniera cordiale con cui fu accolto da tutti. Aveva tutto l’aspetto di un vecchio diplomatico travestito, poiché sapeva appianare tutte le difficoltà con poche parole pronunciate a proposito; possedeva soprattutto il dono molto apprezzato dal viaggiatore assetato in montagna, quello di fare sgorgare il vecchio vino dei suoi compatrioti incantati dalla sua visita, per rallegrare un po’ la monotonia della loro esistenza. Saudino Scaletta conosceva a fondo tutti i caratteri di cui vi raccontava in anticipo le buone qualità o le piccole debolezze, affinché voi sapeste quali insidie bisognasse evitare e quali lodi prodigare tra i vostri ospiti di passaggio, lasciando loro un’impressione gradevole di questo turista straniero che vedevano per la prima volta, e la cui presenza inaspettata li stupiva così poco. Aveva una parola buona per tutti gli anziani ed i giovani, e soprattutto per le giovani ragazze che sorridevano maliziosamente vedendolo arrivare; i cani stessi si disputavano le sue carezze, e i bambini salutavano il suo arrivo con grida gioiose. Arrivati a Tallorno guardammo le montagne coperte di nubi che parevano sbarrare il nostro passaggio, e siccome la giornata era già inoltrata decidemmo di ritornare a Vico passando per i sentieri di montagna che attraversano il villaggio di Succinto[6]. Consiglio vivamente al turista di seguire il percorso di Travond, Succinto, Lasass e Fondo lasciando Traversella se la mattinata è bella e limpida, in questo modo godrà maggiormente delle vedute di tutta la pianura del Piemonte e della valle della Chiusella distese ai suoi piedi, tornando la sera per il fondo della valle lungo il torrente Chiusella.

Sono persuaso che se i turisti stranieri conoscessero l’esistenza del bel panorama di cui si gode dal villaggio di Succinto e da un luogo che nel paese viene chiamato Cappia di Sotto per andare attraverso il passo d’Arnod in tre o quattro ore a Quincinetto o a Donnas, in Valle d’Aosta, verrebbero volentieri a godere di questo magnifico spettacolo. Forse un giorno qualche buon fotografo realizzerà una veduta panoramica da questo punto.

Da queste alture s’intravede il Monte della Torre vicino al Pal sopra Tallorno e Pasquere.

È stato bello in questa stagione primaverile attraversare le praterie colorate di bei fiori, non essendo ancora stati falciati i fieni, ed incontrare i montanari in cammino verso le loro baite ai piedi delle montagne per prepararle per l’arrivo delle loro mandrie. Verso le nove di sera ero di nuovo a Vico, incantato da questa escursione; rammaricavo soltanto la mancanza del tempo per attraversare il colle del Monte Marzo per andare in Val Soana, ma quello che ho già visto mi spronerà a fare un’altra visita alla Val Chiusella per conoscere tutti i dintorni. L’indomani mi sono levato di buon’ora per fare un’altra escursione affascinante all’Acqua Bella ritornando per l’Acqua Rossa[7]: questa passeggiata impegna circa quattro ore. Il turista dovrebbe scegliere la frescura della mattinata per intraprendere questo giro, perché il calore è talvolta eccessivo in certi tratti del percorso. Sarebbe auspicabile, nell’interesse dei turisti, che il consiglio comunale di Vico facesse aggiustare una strada mulattiera fino all’Acqua Bella, o almeno fino alle belle praterie che il comune possiede nelle vicinanze; non sarebbero necessarie grandi spese servendosi delle corvé degli abitanti, le cui proprietà aumenterebbero di valore.

Prima di partire sono andato a visitare il bel giardino e il magnifico bosco di pini e altre essenze straniere appartenenti al signor conte Ricardi di Netro nel villaggio di Meugliano. Fui sorpreso dalla bellezza di questi alberi che hanno raggiunto una grandezza ed un’altezza notevoli, anche se vecchi soltanto di quarant’anni. C’è una bellissima Abies taxifolia di 45 anni, vicino alla porta d’ingresso del parco che merita la visita di tutti i viaggiatori. È deplorevole che gli abitanti di Vico e dei dintorni non abbiano seguito questa eccellente iniziativa del Signor conte Ricardi di Netro piantando e curando le loro foreste invece di distruggerle, poiché i boschi di Meugliano dimostrano ciò che la buona volontà può compiere in questi casi, e nello stesso tempo che il suolo del paese è particolarmente adatto alla silvicoltura; le acque a Vico e nei dintorni sono di una purezza e di una freschezza notevoli, e la mia guida Scaletta mi ripetè a questo riguardo una battuta del signor ministro Quintino Sella durante un suo soggiorno a Traversella. Quando gli si vantava la bontà dell’acqua egli rispondeva: «Bisogna allora bere del vino e conservare quest’acqua eccellente». Durante la mia visita a Vico feci la conoscenza del signor notaio Gillio, che viene chiamato il padre del paese a causa del suo carattere conciliante e i suoi modi amichevoli per risolvere le dispute che sorgono tra i suoi compatrioti.

Ha avuto la bontà di spiegarmi cose interessanti e di condurmi con lui al villaggio di Brosso per godere del panorama su tutta la pianura del Piemonte. Mi ha raccontato una storia assai curiosa di un sedicente figlio d’Albione che era venuto una volta a stabilirsi nel villaggio di Drusacco; questi, divenuto spasimante di una bella ragazza del villaggio, ed essendo il suo vocabolario estremamente limitato, per esprimerle la sua ammirazione si ridusse a queste tre parole: «Come è bellina»; gli abitanti non potendo mai pronunciare il suo vero nome lo hanno battezzato con quello di Bellino, con il quale fu conosciuto durante tutto il suo soggiorno a Drusacco. Ciò che rende soprattutto la Val Chiusella e i dintorni di Vico gradevoli al viaggiatore è che egli non incontra mendicanti; un’atmosfera di benessere rustico regna ovunque, dal momento che ogni coltivatore possiede il suo pezzo di terra in montagna.

Tuttavia, sovente il turista è spiacevolmente sorpreso, osservando da un punto elevato, di scorgere in mezzo alle praterie, alle montagne verdeggianti e ben coltivate, una distesa di terreni sterili, coperti di pietre e generalmente senza alberi; se domanda la causa di questo abbandono gli si risponde sempre: «È proprietà comunale».

È evidente a ogni osservatore imparziale che conosca le montagne italiane che questa questione di bene comunale non dovrebbe tardare ad essere risolta, poiché entro pochi anni non ci sarà più rimedio possibile per salvare ciò che rimane ancora. Ogni abitante si crede in diritto di tagliarvi le piante, di farvi pascolare le proprie pecore, di andarvi a cercare le pietre da calce, far saltare le pietre per costruire la propria casa, ecc. Il sindaco e le autorità locali non osano dire niente per impedire questo vandalismo per paura di una vendetta sommaria da parte delle persone perseguite per quei delitti, e non è neppure piacevole passare tutta la vita in un piccolo paese di fronte ad un uomo che si è mortalmente offeso svelando le sue malefatte alla giustizia.

Dopo aver fatto i miei adii al signor Gillio e ad altre persone di Vico ritornai a Castellamonte fermandomi ad Alice Superiore dove c’è una vasta torbiera dell’estensione di circa 50 ettari, che si crede essere stata in passato occupata da un lago. Il turista può visitare il lago, le sponde del torrente Chiusella e i pittoreschi siti chiamati Le Gole di Caravò (Garavot, ndt), e fare l’ascensione delle due colline di Mandovano e Chiapei per godere delle belle vedute. Qui feci la conoscenza del direttore delle scuole, Don Gianola, uno di quegli uomini energici e amici del progresso che fa tanto piacere incontrare in questi villaggi sconosciuti. Durante tutto il tempo della mia visita egli mi raccontò degli sforzi che aveva fatto per introdurre col proprio esempio una migliore coltura della vite e di altri generi economici di agricoltura, cercando anche di far comprendere ai propri compaesani l’utilità di adottare le nuove tecniche di apicoltura per impedire la distruzione delle api. Mi diceva sospirando: «Ho molto poco successo, sono solo, senza molto appoggio e senza mezzi sufficienti per sostenere da solo le mie imprese, ma lotto sempre nella speranza di essere compreso un giorno. Ho la dolce soddisfazione di parlare in questo momento con uno straniero che serberà, forse, un po’ di simpatia per i miei poveri lavori». Stringendo la mano a questo eccellente Don Gianola pensavo a molti uomini del suo stampo che conoscevo in qualche angolo delle valli italiane, sempre desiderosi di rendersi utili al proprio paese, ma isolati e incompresi da tutti, persuasi che lavorassero per la propria ambizione. Se mai si trovasse un modo affinché questi uomini energici, pieni di buon cuore e di buona volontà si riunissero, allora vedremmo un grande cambiamento in materia di sentieri e di strade di montagna, della tenuta degli alberghi, della condotta delle guide e della descrizione topografica dei paesi, ecc.; ma temo che questo giorno felice per le valli italiane sia ancora molto lontano.

Oggigiorno si innalzano ovunque monumenti a grandi ministri, a valorosi generali, a celebri predicatori; ma il benefattore zelante del proprio villaggio raramente è ricompensato, nemmeno con una menzione d’onore durante la sua vita, e alla sua morte nessuna pietra ricorda ai posteri i suoi tentativi incessanti per introdurre cose utili nel suo villaggio.

Può essere così consentito di volta in volta citare negli Annali del Club Alpino i nomi di qualcuno di questi uomini che dedicano la loro esistenza al bene delle loro montagne, e nello stesso tempo potrebbe essere gradito ai turisti che desiderano alcune informazioni speciali rivolgersi a persone come Don Gianola, l’arciprete Don Mattè, il notaio Gillio ed altri di cui ho parlato.

Dal villaggio di Alice Superiore ho continuato il mio cammino in vettura per arrivare tardi a Castellamonte[8] dove sono andato ad alloggiare all’Albergo del Sole[9], e l’indomani sono andato a San Giorgio, patria dello storico Botta.

Di là fui, con una bella passeggiata ombreggiata da alberi lungo un canale denominato Naviglio, al Castello d’Agliè appartenente alla signora duchessa di Genova, che merita la visita del turista, dando l’idea della dimora di un grande signore piemontese di campagna, essendo il lusso e la semplicità entrambi mirabilmente riuniti. Da Agliè sono tornato a Rivarolo, e la sera del quarto giorno sono nuovamente rientrato a Torino incantato da questa breve escursione nella valle della Chiusella che mi sono ripromesso di rivisitare alla prima occasione.

Come ho già detto, starebbe agli abitanti stessi di mettersi tutti d’accordo per attirare in ogni maniera i turisti verso questi paesi cui la vicinanza a Torino, i bei panorami e l’acqua eccellente sono potenti motivi d’attrazione.

Terminando, auspico che la valle della Chiusella possa cambiare nome nei confronti dei turisti, prendendo quello di val Conosciuta, e che nello stesso tempo il fertile Canavese[10] non sia più compreso tra i Byways del vecchio Piemonte.

Osservazioni. – 1. Potrebbe interessare al turista sapere che dall’abitato di Tallorno si può andare a Champorcher in sei o sette ore attraversando la Bocchetta dei Corni; a Tallorno c’è un certo Bernardo Gaido, anziano cacciatore di camosci, che è una buona guida per i dintorni.

  1. Il parco del cavalier Ricardi di Netro assomiglia ad un bosco sacro essendo l’asilo inviolabile di una moltitudine di uccelli che rallegrano il visitatore con i loro canti gioiosi; la caccia essendo strettamente proibita dal proprietario, il cui esempio potrebbe essere seguito con molto profitto da altri grandi signori che aiuterebbero così praticamente a ripopolare i boschi dell’Italia di questi affascinanti ospiti alati, la cui scomparsa ha pregiudicato molto le colture.

 Richard Henry Budden

 

 

Lago Meugliano

Laghi di Meugliano

 

Ponte Preti

Ponte Preti

 

 

Castelletti

Castelletti

 

Gürsen

Cascata

 

“Une excursion dans la vallée de la Chiusella” in Bollettino del Club Alpino Italiano n. 18, Torino, 1872

(Traduzione di Stefano Merlo – Agosto 2013)

NOTE.

[1]              Io non posso tacere le attenzioni graziose che ho ricevuto a Castellamonte dall’arciprete don Mattè e dal sindaco, l’avvocato Gallo, anziano deputato del collegio. Il primo mi ha accompagnato a visitare l’Istituto dei poveri (di cui è presidente), costituito da un ospedale, da un asilo e della scuola comunale, unitamente alla nuova chiesa. Il secondo mi ha fatto gli onori del suo piccolo museo che contiene una collezione di oggetti antichi.

[2]              La Corona Grossa, gestita da Bertarione, uomo intelligente e attivo, è abbastanza pulita; dispone di otto letti per i viaggiatori, ma bisognerebbe ingrandire questo edificio se Vico dovesse diventare una tappa per i turisti.

[3]              La Serra non è che la costola sinistra di questa immensa morena terminale dell’antico ghiacciaio della Valle d’Aosta; ha inizio dalla montagna di Andrate, e seguendo una grande curva passa per Mazzè e Caluso per venire a terminare nella montagna presso a Brosso.

[4]              Devo rendere i miei ringraziamenti al signor direttore Tocco Celestino per la compiacenza che ha voluto mostrare spiegandomi tutti i meccanismi, così come al signor conte Ricardi di Netro, proprietario delle miniere, che ha avuto la cortesia di fornirmi di una lettera di presentazione.

[5]           Le borgate di Fondo e Succinto formano il villaggio di Valchiusella, ma il sindaco risiede a Fondo.

[6]           La chiesa di questo villaggio è stata costruita con gli auspici dell’arciprete Don Mattè, di Castellamonte; questo semplice monumento è la prova di cosa può fare l’energia di un individuo. Il promotore della sottoscrizione essendo sempre presente, stimolando tutti. I più poveri offrirono il loro lavoro al posto dei soldi.

[7]              Mi è stato detto che un certo signor Garavetti Pietro aveva avuto l’idea di costruire uno stabilimento di acque minerali per utilizzare la fontana d’Acqua Rossa, ma la sua morte mise fine ai lavori già iniziati.

[8]              Potrebbe interessare a qualcuno sapere che Castellamonte è la patria del deputato Gallenga, conosciuto altrimenti come corrispondente di un giornale inglese.

[9]              Sia il proprietario che il signor ex-deputato Gallo mi hanno assicurato che migliorie non tarderanno ad essere introdotte nella disposizione di questo edificio, il cui ingresso alla piemontese è attraverso la cucina.

[10]            Le persone desiderose di conoscere la storia di questo paese devono consultare l’eccellente opera: Le passeggiate nel Canavese, di Bertolotti – Ivrea, tip. Curbis

 

   Stefano Merlo

 

Note del sito:

il don Mattè di cui parla Budden, è don Giovanni Battista Mattè Rif (1810-1892), arciprete di Castellamonte la cui famiglia paterna era originaria di Inverso. (vedi pagina sul nostro sito in storia-religiosi della Valchiusella).

Don Francesco Minola era il parroco di Fondo. Il parroco di Succinto era don Tonso. I due sacerdoti, a fine ‘800, costruirono in proprio un telefono fra le due case parrocchiali, realizzando essi stessi la cabina e stendendo un lungo cavo di comunicazione. L’apparecchio durò per anni, fino a quando la linea non venne interrotta da una forte alluvione.

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